Prima settimana di guerra ad altissima intensità. Usa ed Israele hanno bombardato l’Iran come se non ci fosse un domani, mentre la repubblica islamica ha risposto lanciando missili e droni contro praticamente tutti i paesi alla sua portata. Ora gli Stati coinvolti direttamente nel conflitto sono 14, e le cose potrebbero pure andare peggio. Intanto anche in Europa cominciano ad arrivare gli effetti del conflitto, e sono dolori. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Guerra ad altissima intensità…
Premessa doverosa. La prima settimana di guerra è stata ad altissima intensità. Moltissime cose sono cambiate e molte ancora cambieranno. La situazione è tra il fluido ed il gassoso. Quindi questa newsletter (come quella della scorsa settimana) rischia di essere rapidamente superata dagli eventi. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di mettere un po’ di ordine in questo gran casino, in cui nessuno (neppure chi questa guerra l’ha scatenata) sembra avere una vaga idea di ciò che sta accadendo.
Galetto fu il Nobel e chi lo scelse…
Non sappiamo se in Norvegia qualcuno si sta pentendo, per non aver assegnato il Nobel per la pace a Trump. Sicuramente però mezzo mondo ( e forse anche qualcosa in più) sta cominciando a pagare le conseguenze di quella scelta. Trump infatti, come aveva scritto al Primo ministro norvegese (che tra l’altro non si occupa di Nobel), ha scelto la via della violenza e si è lanciato in una guerra totale contro l’Iran.
La guerra dal cielo
La prima settimana di bombardamenti di Usa ed Israele ai danni dell’Iran, infatti, ha avuto conseguenze piuttosto importanti, allargando significativamente il conflitto. La repubblica islamica, dopo aver incassato i primi colpi, ha cominciato a lanciare a manetta droni e missili contro praticamente tutti i paesi vicini, senza fare quasi nessuna distinzione. E se forse un po’ ci potevamo aspettare l’attacco iraniano alle basi americane nei paesi del Golfo Persico (Arabia Saudita, Emirati Arabi etc), decisamente sorprendenti sono stati i lanci contro Cipro e Turchia (entrambi membri NATO) ed Azerbaigian.
Internazionalizzazione
Naturalmente è complicato immaginare cosa sta passando per la testa del regime iraniano, anche perché tecnicamente (dopo l’uccisione di Khamenei avvenuta durante i primi bombardamenti) il regime ad oggi una testa non ce l’ha. Noi però un tentativo lo facciamo, tanto è gratis. Secondo noi l’Iran sta facendo il “cavallo pazzo” (lancia droni e missili in lungo ed in largo come se non ci fosse un domani) per rendere inaccettabile il prezzo del conflitto per Trump & alleati. L’internazionalizzazione del conflitto dovrebbe spingere i paesi del Golfo Persico (colpiti dai droni/missili iraniani) e gli europei (“sensibili” all’aumento del prezzo del petrolio) a provare a “convincere” Donald a terminare le ostilità.
Non sappiamo se questa sia l’interpretazione corretta della strategia iraniana. Almeno per ora, però, le cose non stanno andando proprio così, anzi. I paesi del Golfo, infatti, si stanno parecchio incattivendo proprio contro la repubblica islamica e minacciano pesanti rappresaglie. Mentre i paesi europei hanno mandato navi ed aiuti militari per difendere Cipro. Per l’Iran però non è stata una settimana da dimenticare completamente. Infatti nonostante i violenti attacchi e gli inviti (più o meno convincenti) di Trump alla popolazione, esercito e polizia a ribellarsi al regime, almeno per ora il fronte interno regge. Regge anche perchè si la repubblica islamica si caratterizza per la sistematica sovrapposizione di enti e corpi militari, proprio per evitare tradimenti e diserzioni di massa. Ed al momento sta funzionando.
La nuova guida suprema
La scomparsa di Khamenei (la guida suprema) probabilmente il primo a morire durante l’attacco di sabato scorso, costringe il regime a fare i conti con la sempre delicata questione della successione. In settimana sono circolati diversi nomi, ma quello di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader, ha destato la nostra attenzione e non so
Anche Trump infatti è rimasto sorpreso ed ha voluto dire la sua. Ha definito il figlio del defunto leader un “peso piuma”, dichiarando la sua nomina inaccettabile per gli Stati Uniti. Secondo Donald, infatti, gli iraniani dovrebbero coinvolgerlo di più nella nomina della nuova Ayatollah. Evidentemente il modello Venezuela (dove gli americani hanno lasciato praticamente tutto come avevano trovato, imponendo “solo” la diligente, per ora, Delcy Rodriguez) a Trump piace moltissimo e vorrebbe “esportare” questo modello di successo anche in Iran. Purtroppo per lui però il Venezuela e l’Iran sono due paesi molto diversi, e giorno dopo giorno Donald se ne sta rendendo conto. Forse però è troppo tardi.
La guerra da terra
Animato dal consueto ottimismo e sicuro delle proprie capacità di persuasione, probabilmente Trump si aspettava il supporto all’operazione di una parte della popolazione iraniana. Al momento però le cose stanno prendendo una piega diversa. Infatti i guardiani della rivoluzione sono rimasti fedeli al regime, mentre i civili si sono tenuti ben lontani dalle piazze. E ciò per Trump è un problema: i regime change infatti non si fanno coi bombardamenti.

Da che mondo è mondo, infatti “semplici” bombardamenti non assicurano la conquista ed il controllo di un paese. Senza i soldati sul terreno (per gli anglosassoni “Boots on the ground”) non solo è impossibile controllare uno Stato gigantesco e popoloso come l’Iran, ma in realtà è impossibile prendere il controllo anche dell’ufficio postale di uno sperduto paesino in Calabria. Donald, però, non vorrebbe mandare i soldati americani a morire in Iran, per evitare un tracollo della sua popolarità prima delle elezioni di metà mandato (al momento tra l’altro già piuttosto ammaccata).
La speranza curda
Per questo motivo starebbe pensando di “usare” le milizie dei curdi iraniani per il lavoro sporco. Per quanto però i curdi iraniani possano odiare il regime iraniano (sicuramente non poco, visto come sono trattati dal regime), non sarà facile convincerli a lanciarsi in una simile impresa. Risale infatti a poche settimane fa il tradimento degli Stati Uniti dei curdi siriani del Rojava, dati in pasto sbrigativamente alla Siria di Al Saharaa. E se è vero, com’è vero, che i curdi non sempre vanno d’accordo tra di loro, è vero anche che gli eventi delle ultime settimane in Rojava hanno ricordato al mondo (e a tutti i curdi) una vecchia massima di Kissinger secondo cui: “essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, esserne amici però è letale”.
Nel dubbio il regime iraniano ha già bombardato le postazioni delle milizie nel Kurdistan iracheno, per ostacolare eventuali invasioni di terra. Il più classico degli attacchi preventivi. Insomma chi di spada ferisce…
Naturalmente questa è soltanto una delle tante idee circolate in settimana attorno a Donald. Anche perché se è difficile provare ad immaginare cosa passa per la testa del regime iraniano in questo momento, provare ad immaginare la strategia di Trump (se una strategia ce l’ha) è pressoché impossibile. Ed infatti, per quanto a noi le sfide difficili piacciono, questa volta lasciamo perdere. Meglio limitarsi ad analizzare gli eventi, perché provare ad entrare nella testa di Trump potrebbe essere letale per la nostra salute mentale.
La guerra in Italia
Anche in Italia stanno arrivando i primi effetti della guerra. Ed al momento (per fortuna o per sfortuna, vedete voi) sono limitati alla “pompa di benzina”. I prezzi infatti del carburante stanno salendo piuttosto in fretta, scatenando l’ira degli italiani. Il governo allora, per provare a mettere una pezza, ha utilizzato lo schema “vincente” degli ultimi 4 anni. Prima si è lanciato in proclami infuocati contro la speculazione finanziaria e le compagnie petrolifere cattive. Poi ha sguinzagliato il Ministro Urso (non c’è niente da fare, le disgrazie non arrivano mai da sole), che, preso alla sprovvista, ha deciso di prendere il più inutile tra i provvedimenti possibili: attivare la Commissione di allerta rapida, per monitorare i prezzi e sanzionare eventuali manovre speculative.
Insomma anche questa volta il governo non sta facendo molto, e quel pò è solo propaganda. Attivare la vigilanza, infatti, non servirà a nulla semplicemente perché l’aumento dei prezzi non è dovuto alla speculazione. L’aumento dei prezzi riflette l’instabilità in Medio Oriente (da dove proviene il petrolio). E fin quando saremo così tanto dipendenti dal petrolio, allora il nostro destino sarà inevitabilmente legato ai paesi del Medio Oriente e alle loro vicende.
Il giorno della marmotta
L’ennesima crisi (solo 4 anni fa ce la siamo vista nera per via della guerra in Ucraina) dovrebbe spingerci ad una maggiore indipendenza energetica. Ma, per essere più indipendenti, dovremmo prima sviluppare una strategia (finalizzata, nel medio periodo, a sostituire i combustibili fossili con fonti alternative) e poi dovremmo metterla in pratica. Tutto ciò però è davvero troppo complicato per un paese impegnato a discutere notte e giorno di Crosetto bloccato a Dubai, o di cosa pensa Aldo Cazzullo della canzone di Sal Da Vinci. Quindi ci toccherà soffrire ancora e pregare perchè in Medio Oriente possa, a breve, tornare il sereno. Altrimenti saranno dolori, ma dolori veri….

In Italia infatti il 90% delle merci viene trasportato dai camion. Se la guerra in Iran dovesse andare per le lunghe, l’aumento del prezzo della benzina alla pompa sarà il minore dei mali. L’aumento “strutturale” del costo dei carburanti porterà infatti ad un aumento dei costi di trasporto, che naturalmente si scaricherà sul prezzo di tutti i prodotti che compriamo. Quindi vedremo un aumento generalizzato dei prezzi di tutti i prodotti.
In ogni caso la guerra in Iran sta avendo anche degli effetti positivi. In settimana infatti nessuno ha parlato del referendum sulla giustizia. E visto il livello raggiunto dal “dibattito”, bisogna ammettere che è stata una boccata d’ossigeno.
Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!

