La guerra nel golfo Persico prosegue a tutto gas, mentre, per fortuna, dopo una faticosa campagna elettorale, siamo arrivati al weekend del referendum sulla giustizia. Infine Pakistan ed Afghanistan, dopo averla fatto parecchia fuori dal vaso, si sono presi una pausa di riflessione. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Il bombardamento in Qatar
Se quando fate benzina pensate che peggio di così non potrebbe andare, contate fino a 10, perché forse vi sbagliate. Tra mercoledì 18 e giovedì 19 marzo 2026 l’Iran ha attaccato con missili e droni la Ras Laffan Industrial City, dove si trovano i più grandi impianti di Gas Naturale Liquefatto (GNL) al mondo, capaci di coprire, da soli, il 20% del fabbisogno di GNL di tutto il globo terracqueo (Cit.). Per capire di cosa stiamo parlando, il complesso industriale è grande quanto 3 volte Parigi.
La repubblica islamica ha motivato l’attacco parlando di una ritorsione per i precedenti raid israeliani, che avevano colpito le infrastrutture iraniane, legate all’estrazione di gas, a South Pars. Tra l’altro parliamo dello stesso sito che Qatar ed Iran si “smezzano”: la parte qatariota si chiama North field, mentre quella iraniana South Pars. (Legato proprio fisicamente al North Field del Qatar).

In questi giorni i giornali, sempre desiderosi di vendere qualche copia in più, forse hanno un pò esagerato parlando di apocalissi energetica, Armageddon e scenario drammatico. Però, inutile mentire, la situazione si sta facendo brutta brutta. L’impatto economico di questi attacchi ci farà molto male: in una notte il Qatar ha perso circa il 17% della sua capacità di esportazione di GNL. E questo non è neppure il peggiore dei problemi. Fino a qualche giorni fa, infatti, la nostra grande preoccupazione era il trasporto di petrolio/gas attraverso lo stretto di Hormuz. Ora invece il problema è la produzione stessa. Qualora gli impianti qatarioti non dovessero essere più colpiti (scenario che a questo punto ci sembra improbabile), servirebbero 3/5 anni per riportare la produzione ai livelli pre guerra.
Senza gas
Insomma per chi sperava in una crisi passeggera, è arrivato il momento di mettere da parte illusioni e speranze e guardare in faccia la realtà. Nei prossimi anni dovremo affrontare una cronica carenza di gas. Naturalmente noi italiani contavamo molto sul Qatar. L’11% del nostro fabbisogno di gas veniva proprio da lì ed ora, dopo aver dovuto rinunciare in pochi anni al gas russo, non sappiamo davvero dove andare a sbattere la testa. Il governo, tra una gaffe sul referendum e rapporti con clan mafiosi, ha già avviato contatti d’emergenza con Stati Uniti, Algeria e Azerbaigian per cercare forniture alternative, ma non sarà semplice.
In ogni caso, anche se non so quanto il caro vecchio adagio del “mal comune, mezzo gaudio” possa farci stare meglio, potrebbe essere utile sapere che c’è chi, oggi, se la sta passando decisamente peggio di noi. Sri Lanka e Filippine hanno già ridotto la settimana lavorativa a quattro giorni (sicuramente però non “a parità di stipendio” come vorrebbe la segretaria del PD Elly Schlein). In Cambogia è stato chiuso circa un terzo delle stazioni di rifornimento, mentre in alcune città indiane, pur di accaparrarsi delle bombole di gas da cucina, ci si è dati alla rissa da strada.
Per capire però quanto sia grave la situazione petrolio/gas (le risse in India sono ordinaria amministrazione dopotutto) basti pensare che gli Stati Uniti, dopo giorni di riflessione, hanno deciso di sospendere le sanzioni al petrolio iraniano. In questo modo si proverà ad immettere più petrolio sul mercato, con l’obiettivo di abbassarne il prezzo. Il blocco alle sanzioni dovrebbe durare sino al 19 aprile e dovrebbe riguardare solo il petrolio già caricato.
Quasi amici
Forse non vi sarà sfuggita la gigantesca contraddizione alla base di questa intricata vicenda. Americani ed israeliani, alleati o presunti tali, stanno infatti conducendo due guerre molto diverse. Gli Stati Uniti cercano di piegare l’Iran, salvaguardando però gli impianti petroliferi, in maniera tale da evitare un aumento del prezzo del greggio, che poco aiuterebbe la campagna elettorale di Trump in vista delle elezioni di metà mandato. Israele invece continua a bombardare tutto e tutti come se non ci fosse un domani, insistendo soprattutto sugli impianti petroliferi iranian. Il prezzo del petrolio è probabilmente l’ultimo dei pensieri di Bibi e soci.
La strategia della decapitazione
La questione petrolifera non è il solo motivo di spaccatura tra i due alleati, o presunti tali. Gli americani infatti vorrebbero chiudere la guerra in fretta, trovando magari un interlocutore iraniano, da “tenere per le palle” (Cit.), con cui stipulare un vantaggioso accordo. Il problema però è che Israele li uccide tutti. Anche questa settimana lo Stato ebraico ha messo il timbro sui leader della repubblica islamica. Tra il 16 e il 17 marzo, un raid israeliano ha ucciso Ali Larijani. Non proprio un funzionario qualunque. Larijani era considerato l’uomo che “teneva insieme i pezzi” del Paese. Gestiva direttamente la resistenza ed in passato, quando ancora si provava a fare accordi, era stato il capo negoziatore iraniano per il programma nucleare. Non che con lui al potere l’accordo fosse vicino, ma la sua scomparsa sicuramente non aiuta. Al momento è rimasto in vita soltanto il figlio di Khamenei, Mojtaba Khamenei, che di fare accordi non ci pensa proprio ed anzi ha già promesso una “vendetta devastante”.
Naturalmente Mojtaba è il primo nome sulla lista nera di Israele. Lo stato ebraico, anche per l’Iran, sta utilizzando la cosiddetta strategia della decapitazione: uccidere tutti i leader di un regime fino a farlo crollare. In passato la strategia ha funzionato. La repubblica islamica, però, grazie alla sua “lunga panchina”, sta riuscendo a sostituire i leader caduti con quelli nuovi. Se le uccisioni dovessero proseguire con questo ritmo, però, difficilmente l’Iran riuscirà a reggere ancora per molto.
Quasi alleati
Insomma Stati Uniti ed Israele stanno combattendo due guerre molto diverse, poiché hanno obiettivi molto diversi. Per Trump una guerra lunga è un grosso problema: arrivare alle elezioni di metà mandato ancora impelagato nel conflitto e con i prezzi del petrolio alle stelle porterebbe ad una sicura e pesante sconfitta. Per Bibi Netanyahu è esattamente l’opposto: la guerra all’Iran, esattamente come quella di circa un anno fa, sta aiutando Bibi a fare incetta di consenso elettorale nel suo paese. Ed oggi il Primo Ministro israeliano, considerato politicamente morto soltanto poco più di un anno fa, ha la concreta possibilità di vincere, ancora una volta, le elezioni. Insomma la distanza tra i due è piuttosto significativa e conoscendo un pò i caratteri abbastanza spigolosi dei due leader, non sarà facile ricomporre la frattura.
Tregua in Asia centrale
Un paio di settimane fa vi avevamo parlato dell’escalation militare tra due vecchi nemici: Afghanistan e Pakistan. Nonostante le luci della ribalta siano state prese dalla guerra nel golfo Persico, i due paesi hanno nel frattempo continuato a suonarsele di santa ragione. Lunedì un raid aereo pakistano ha colpito l’ospedale Omid, un centro di riabilitazione per tossicodipendenti a Kabul. Secondo i talebani i morti sarebbero oltre 400 morti tra cui molti pazienti e personale medico. Ma è una cifra tutta da verificare. Anche perché il Pakistan (come facilmente prevedibile) sostiene di aver colpito esclusivamente infrastrutture militari nella città. Tuttavia all’ONU e il Consiglio Norvegese per i Rifugiati risultano cose assai diverse.
In occasione della festa che conclude il Ramadan, Eid al-Fitr, il Pakistan ha temporaneamente sospeso i bombardamenti. Ma ha tenuto a precisare che le operazioni riprenderanno con “rinnovata intensità” al minimo segnale di provocazione o attacco transfrontaliero. Insomma non facciamoci troppe illusioni. Il Pakistan gliel’ha proprio promessa. Non appena finirà la festa, probabilmente torneranno all’attacco.
A tutto referendum
Questa è stata l’ultima settimana di una lunghissima (almeno questa è stata la mia percezione) campagna referendaria. Durante il weekend dovremmo avere un po’ di tregua, per via del silenzio elettorale. Ma le cose non andranno così. Ne siamo convinti. I nostri rappresentanti politici sicuramente non si lasceranno scappare l’occasione di violare il silenzio elettorale con qualche uscita improbabile che aiuterà il fronte “avverso” (un po’ com’è stato durante tutta la campagna referendaria). Ma questo passa il convento ed è meglio farselo bastare.
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