Il ghosting, dalla parola inglese ghost, fantasma, è l’improvvisa sparizione dalla vita di una persona, caratterizzata dall’assenza di spiegazioni e da ogni tentativo di comunicazione. Questo fenomeno, sempre più in crescita tra i giovani e sempre più diffuso tramite i nuovi media digitali, ha conseguenze importanti sia su chi subisce la “sparizione”, sia su chi la compie. In merito all’argomento ho avuto modo di ascoltare il dottore Antonio Francese, psicologo, che ha dato una sua visione/spiegazione su ciò che accade da un punto di vista psicologico.
«Il tempo in cui viviamo ci insegna nuovi modi di escludere e licenziare, in un momento in cui inclusione e assunzione di responsabilità dovrebbero essere le uniche strategie utili per provare a creare un “un mondo su misura” e non uno standard che (non) vada bene per tutti.»
Ciò che ci chiediamo spesso anche noi giovani è: “il ghosting è una forma di aggressività passiva oppure è più spesso una strategia di autoprotezione?”
«Il ghosting può essere sia aggressività passiva sia autoprotezione, ma il significato dipende dal contesto. In alcuni casi è un modo evitante di gestire il conflitto: si interrompe la relazione senza assumersi la responsabilità del confronto, e questo lo avvicina a una forma di aggressività passiva. In altri casi, soprattutto quando la relazione è percepita come invadente, ambigua o potenzialmente dannosa, può rappresentare una strategia di tutela emotiva. La differenza sta nell’intenzionalità e nella qualità del legame: evitare per non ferire o evitare per non affrontare».
Perché il ghosting è spesso più doloroso di un rifiuto esplicito e quali meccanismi psicologici si attivano nella persona “ghostata”?
«Il ghosting è spesso più doloroso di un rifiuto esplicito perché lascia uno spazio vuoto di significato. La persona “ghostata” non riceve una spiegazione e quindi attiva processi di ricerca di senso: rimuginio, autocritica, idealizzazione dell’altro. Dal punto di vista psicologico entrano in gioco il bisogno di chiusura, la dissonanza cognitiva e, nei legami più significativi, dinamiche di attaccamento spesso disfunzionali. L’assenza improvvisa può essere vissuta come una micro-rottura relazionale non elaborabile, che mantiene attiva la speranza e impedisce la rielaborazione».
La possibilità di “sparire” senza conseguenze ha cambiato il modo in cui percepiamo l’altro?
«La possibilità di “sparire” senza conseguenze apparenti, favorita dagli strumenti digitali, ha modificato la percezione dell’altro rendendolo più facilmente “disattivabile”. Questo può ridurre il senso di responsabilità relazionale e favorire una visione più utilitaristica dei legami».
La nostra generazione è caratterizzata da un forte gap relazionale. C’è qualcosa di grande che manca, qualcosa che ci fa pensare di poter vivere le relazioni in maniera semplicistica, con l’illusione di poter scegliere e cambiare le persone in base ai nostri bisogni momentanei. Anche durante il Festival Treccani della Lingua Italiana, la parola scelta per l’anno 2026 è stata dialogo. C’è un evidente bisogno di restaurare un dialogo sia tra i giovani sia tra l’individuo e la propria persona. Chi vogliamo essere nella relazione con l’altro? In fondo, basta poco per spezzare un fiore, ma molta cura per vederlo fiorire…
«Concludendo, credo che ci sia una specificità nell’epoca attuale che dovrebbe interpellarci e dare la possibilità a ciascuno di fare la sua parte: la difficoltà di ragionare insieme. Creare un senso del limite, del confine nelle relazioni aiuterebbe ad escludere questo evitamento di contatto, riprovando sempre più a dialogare ma con la consapevolezza che lo spazio personale ed altrui è un “luogo sacro” in cui so-stare con estrema cura».

