Sabato notte gli Stati Uniti hanno lasciato un attacco all’Iran. Bombardieri B2 hanno sganciato bombe da 14 tonnellate sui più importanti siti nucleari iraniani, tra cui il “celebre” sito di Fordow, collocato all’interno di una montagna. Per gli Stati Uniti l’operazione è stata un successo totale. L’attacco degli Stati Uniti all’Iran infatti avrebbe distrutto tutte le capacità nucleari del regime. Gli iraniani sostengono, invece, di aver già provveduto ad evacuare i siti e a nascondere uranio e centrifughe da altre parti. Ad oggi è impossibile sapere lo stato dell’arte. La sola cosa quasi certa è che il bombardamento americano non ha, per ora, causato nessuna apocalisse nucleare. Secondo l’AIEA non ci sono fuoriuscite di materiale radioattivo dai siti nucleari iraniani.

I motivi dell’attacco degli Stati Uniti
Riannodiamo però il filo degli eventi. Eravamo rimasti all’attacco israeliano sull’Iran, che aveva eliminato parte della catena di comando iraniana e distrutto, in parte, le capacità nucleari del regime. Ecco, per comprendere le ragioni dell’attacco americano, la parola chiave è in parte. Perché l’IDF, anche se armato fino ai denti, non dispone di bombe da 14 tonnellate, necessarie a distruggere bunker costruiti all’interno di una montagna, come Fordow, il più importante sito nucleare iraniano. Nessun presidente americano ha mai autorizzato la vendita di bombe simili ad Israele, chissà perché. Quindi l’operazione israeliana, volta a distruggere tutte le capacità nucleari iraniane, pur essendo stata fino ad ora un successo, non poteva dirsi conclusa. Per portare a termine il lavoro, ci voleva l’intervento dello zio d’America. Era quella la vera scommessa del presidente israeliano, Nethanyau. Attaccare l’Iran, per poi convincere Trump ad intervenire per completare l’opera. Almeno per ora, Bibi ha piazzato la giocata giusta.

Trump e l’attacco all’Iran
Negli ultimi giorni Trump non aveva idee chiarissime sul da farsi. Sosteneva di voler proseguire i negoziati con l’Iran, fiducioso sulle sue capacità diplomatiche (a dire il vero fin ad ora poco efficaci). Infondo però si vedeva che c’aveva una voglia matta di sganciare la bomba. Donald, pur presentandosi come un Presidente di pace tanto da ambire al premio Nobel, in realtà invidia dittatori come Kim o Putin, perché loro possono sganciare bombe, senza preoccuparsi troppo dei noiosi pesi e contrappesi tipici delle democrazie occidentali. Ed allora non importa se il Nobel per la pace lo vincerà qualcun altro. Dopotutto è il premio meno importante. L’occasione era troppo grossa per distrarre l’opinione pubblica dai suoi precedenti fallimenti, e per dimostrare che lui no, non è Taco (Trump always chicken out), ma è un Presidente coraggioso e risoluto.

And now what?
L’attacco americano della scorsa notte è roba grossa, inutile mentire, ed avrà delle conseguenze. Difficile però immaginare quali. Nonostante siamo al limite dello sport estremo, proviamo comunque a fare delle blande previsioni, da prendere però con le pinze (purtroppo non abbiamo la palla di vetro). Sicuramente l’Iran risponderà, continuando a bombardare le città israeliane. E questa è la parte “facile”.
Difficile dire se attaccherà anche gli Stati Uniti, prendendo di mira le basi americane in Medio Oriente o le navi che passano nel golfo Persico. In verità il regime non sta passando un momento brillante. L’economia è al collasso a causa delle sanzioni, il consenso interno è ai minimi storici mentre i suoi tradizionali alleati o hanno abbandonato la nave che affondava (Assad dalla Siria), oppure stanno conducendo dispendiose guerre (Putin e l’Ucraina). Quindi il regime degli Ayatollah sembrerebbe avere un margine di manovra piuttosto ridotto.
Nonostante ciò, la ripresa dei negoziati sul nucleare con gli Stati Uniti oppure la caduta del regime ci sembrano gli scenari meno probabili. Ma in questo pazzo pazzo mondo in cui viviamo, mai dire mai.

