Lazlo Krasznahorkai vince il premio Nobel per la Letteratura 2025. Forse è un nome che probabilmente non hai mai sentito prima d’ora. Forse avresti preferito che a salire sulla cima più alta della montagna fosse Murakami (di cui hai sicuramente letto qualcosa, o almeno sentito parlare). Invece, succede che il Nobel viene assegnato ad un autore sconosciuto ai più e non è la prima volta che succede. Perché accade ciò? Ha ancora senso vincere il Nobel?
Il premio letterario dà o toglie?
Questa è la toto domanda di tutti i tempi. Ma un premio letterario dà o toglie all’autore? Prendiamo ad esempio il premio letterario italiano per eccellenza, il famoso Premio Strega. Si tratta sicuramente del riconoscimento cui tutti gli autori italiani tendono e desiderano arrivare, ma c’è un prezzo? Forse sì. Non a caso si parla scherzosamente (ma non troppo) di “Caccia alla strega” all’interno del mondo letterario. Un vero e proprio “piegarsi” spesso e volentieri a delle qualità implicite che sembra vengano particolarmente apprezzate dalla commissione selezionata per individuare il libro vincitore.
Ma se la letteratura, ogni letteratura, è il riflesso di un mondo esistente all’interno del singolo individuo e il singolo individuo adatta il proprio micromondo alle necessità dei più, la scrittura, ricopre ancora il ruolo per cui è nata? Per rappresentare anime che siano sincere e non per forza piacenti?
Se un premio letterario, dal meno noto al più noto, dà in termini di vendite e visibilità, quanto toglie questo piegarsi di un autore che spesso e volentieri accade?
Il Nobel è lo specchio della realtà?
È anche vero che il premio Nobel per la letteratura è stato spesso assegnato nel corso della storia a degli autori particolarmente rappresentativi della realtà contemporanea. Lazlo Krasznahorkai è stato apprezzato «per un’opera visionaria e avvincente che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte». Dunque non è difficile da comprendere quanto quest’autore sia profondamente legato – in maniera consapevole o meno – ad un ritorno all’idea salvifica dell’arte, anche in mezzo a un mondo in cui le guerre e le barbarie fanno da sovrane.
Così il nome di Krasznahorkai diventa subito parente di altri premi Nobel che hanno fatto la storia, o meglio tracciato il corso della storia, scandito le sue tappe più importanti attraverso un nome. Krasznahorkai che si lega così ad altri premi Nobel, come Han Kang autrice de La vegetariana premiata “per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana”. Oppure, Annie Ernaux scrittrice francese vincitrice del Nobel per la letteratura nel non così lontano 2022 “per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale”. Leggi qui la recensione sul suo memoir politico L’evento.
Ha ancora senso tutto ciò?
Se scandisce le tappe di un mondo attraverso le opere che parlano di quel mondo e lo fanno con una certa acutezza, il Nobel per la letteratura un senso ce l’ha. Perché contribuisce a creare un Pantheon di opere cui non può sfuggirci la lettura. Perché gli autori vincitori sono il contributo vivente ed in carne e ossa della letteratura contemporanea a vocazione mondiale. Perché collabora a selezionare quelli che un giorno, molto probabilmente, saranno i classici. Si crea così un paradigma di modelli letterari, che forse più di altri, sono riusciti ad esser testimoni della realtà attraverso i propri scritti.
Ha senso perché permette alla letteratura mondiale di far entrare nuovi nomi all’interno del suo sistema, anche meno noti. In un mondo in cui quelli che leggono sono pochi e tra questi pochi tutti leggono le stesse cose spesso nella maniera più veloce possibile, anche l’ingresso di un solo nuovo nome può fare la differenza. La letteratura è la sola foglia che sopravvive su quel ramo remoto di un albero invaso dall’autunno del consumismo.

