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I femminielli napoletani: il ventre di Napoli

Tra le figure tradizionali della cultura popolare partenopea merita attenzione il femminiello napoletano. Portafortuna, vivace, teatrale e colorato ha una storia che affonda le proprie radici in una Napoli antica. Una Napoli calda, accogliente e tollerante nei confronti di una figura complessa che ha per anni costituito, come scrive Matilde Serao, il ventre di Napoli. Secondo la napoletanità, nell’immaginario popolare, i femminielli svolgono i lavori domestici, si prendono cura della casa ed erano i “mantenesielli”. Dotati di un essere e di un sentire femminile hanno una vitalità vivace e giocosa dietro cui si nasconde il dramma di una continua ricerca di accettazione.

Un profilo di Napoli

Secondo una definizione di Maria Carolina Vesce, antropologa e ricercatrice, il femminiello è un soggetto maschile che realizza la propria personalità adottando comportamenti, atteggiamenti e movenze socialmente e culturalmente appropriati a appartenenti al genere femminile. La cultura occidentale, come le altre culture, si fonda sulla distinzione di due generi: il maschile e il femminile. Gli studi sociologici hanno a lungo riflettuto e analizzato le due categorie, ponendo l’accento sulla possibile esistenza di un terzo genere nel quale rientrerebbero i femminielli. Ma chi definisce in una cultura ciò che si addice ad una donna e ciò che si addice ad un uomo? La verità è che siamo abituati a schemi precostituiti che applichiamo involontariamente alla realtà che ci circonda. Nella sua tradizionale visione delle cose, Napoli si è distinta per la sua apertura al mondo delle femmenelle e ha fatto della loro diversità, così culturalmente percepita, una bella storia.

A Napoli, grande serbatoio di culture, le differenze di genere hanno attraversato diverse fasi. Il femminiello ha da sempre fatto parte del tessuto sociale del suo centro storico, in particolare nei Quartieri Spagnoli, nella Sanità e nell’Avvocata. Questi sono stati i luoghi dove è nata la cultura del vicolo e dove si è creato il profilo del femminiello con le sue caratteristiche uniche e iridescenti.

Riti e credenze

‘O spusarizio masculino

Uomini travestiti da donne, i femminielli napoletani sono soliti truccarsi, vestirsi con abiti appariscenti e risultare all’aspetto esuberanti. Tutto pur di assomigliare ad una donna e entrare nel mondo femminile. Nella costruzione della loro immagine esteriore, affinché fossero socialmente accettati, hanno istituito ‘o spusarizio masculino: un matrimonio tra femminielli che ha tutte le caratteristiche di un matrimonio nunziale tra un uomo e una donna. Tutto inizia con la vestizione della sposa, una uomo vestito di bianco che raggiunge il suo uomo, vestito di nero sulle scale della chiesa. Le porte della chiesa per i femminielli però sono chiuse, ma il bacio sancisce l’unione e li lega nel sì tradizionale. A partecipare al matrimonio non sono solo femminielli, ma uomini e donne che aderiscono alla cerimonia e la riconoscono, riconoscendo il loro ruolo nella società.

matrimonio dei femminielli

Il rito del matrimonio ha una forte simbologia, oltre a rappresentare un’imitazione del mondo tradizionale, suggeriscono un’abolizione dei sessi più che un’unione.

Il rito della figliata

il rito della figliata dei femminielli

Dopo nove mesi, il femminiello partorisce. Sul letto da parto, il femminiello che ha recitato il ruolo della sposa ha il ventre rigonfio e simula i dolori e le contrazioni del parto fin quando non dà alla luce un neonato, sempre maschio, con un enorme fallo che rappresenta la forza virile del nascituro. Questo rito è popolarmente conosciuto come il rito della “figliata d’è femminielli”.

In questo vortice di matricentrismo e femminilità, i femminielli sono anche uomini/donne di preghiera.

La Madonna Schiavona

Devoti alla Madonna Schiavona, chiamata anche Madonna Nera, ogni anno nel giorno della Candelora, il 2 febbraio, percorrono la “juta”. La juta è la salita che parte da un piccolo paesino della provincia di Avellino fino al Santuario di Montevergine, dove pregano e offrono voti alla Madonna. La zona irpina si caratterizza per numerosi culti pagani, quello più forte è sicuramente quello di Cibele. Il suo culto si caratterizza per l’evirazione dei suoi fedeli; i suoi sacerdoti raggiungevano attraverso l’evirazione e il travestimento con abiti femminili, l’unione estatica con la dea. Anche la storia di San Vitaliano, vescovo di Capua, si inserisce in una rassegna di credenze per le quali il Santuario di Montevergine è la casa dei femminielli. Invidiato perchè ben voluto, gli abiti del vescovo furono sostituiti di notte e a sua insaputa con abiti femminili. Non accorgendosi dell’inganno, indossò abiti femminili che gli costarono l’accusa di sacrilegio e la condanna a morte. Si salvò e costruì un tempio dedicato alla Madonna su Montevergine.

In scena

Molti artisti napoletani e non hanno dato voce alla storia dei femminielli partenopei. Nel cinema e nel teatro molti personaggi hanno interpretato il ruolo dei femminielli napoletani sia per rappresentare uno dei tanti volti di Napoli e sia per denunciare la loro condizione sociale. Annibale Ruccello, Enzo Moscato, Giuseppe Patroni Griffi sono solo alcuni nomi dei numerosi drammaturghi che hanno preso cuore la figura del femminiello partenopeo. Negli anni Ottanta del Novecento il teatro ha conosciuto la storia di Jennifer con Le cinque rose di Jennifer, la storia di Scannasurece e quella di Rosalinda Sprint. Le storie citate sono storie di emarginazione sociale, i femminielli protagonisti subiscono gli effetti di una società fortemente cambiata.

Lo sfondo è quello di una Napoli buia, una città scura, segnata da eventi storici e dall’avvento della società moderna che ha silenziosamente imposto l’omologazione di massa. In questa fase storica, i femminielli vivono ai margini della società e il teatro diventa uno spazio di denuncia. A partire dal momento immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale fino al terremoto dell’80, il femminiello napoletano subisce una trasformazione, vive come deportato.

Gli studi sociologici riflettono su quanto questi eventi abbiano contribuito alla perdita della cultura del vicolo e quindi anche del femminiello napoletano. Il teatro rappresenta il dramma e la crisi esistenziale dei femminielli che si ritrovano a vivere in un contesto di intolleranza e discriminazione in cui l’unica soluzione è il suicidio. Assillati da una società che li respinge, Jennifer, Rosalinda e Scannasurece trovano nella morte l’unico epilogo possibile.

L’ultimo dei femminielli

Da tempo si riflette su quanto sia viva la figura del femminiello, se si puo’ parlare o meno dell’estinzione di questa figura. Tra le ipotesi possibili, la Tarantina è considerata l’ultima dei femminielli. Originaria della Puglia, nata ad Avetrana e classe ’36, all’anagrafe Carmelo Cosma e ribattezzata come la Tarantina è arrivata a Napoli dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1947 in compagnia di un marinaio nel giorno della festa di Piedigrotta e qui abbandonata per sempre.

Smarrita, la Tarantina trova accoglienza sui Quartieri Spagnoli che diventano per lei casa grazie al calore e al rispetto dei napoletani. Dalla strada ai Quartieri e dai Quartieri alla capitale. La Tarantina diventa la protagonista della Dolce Vita, diventa amica di Fellini, Pasolini, Moravia e tanti altri intellettuali e artisti del tempo. Sarà ed è Napoli la sua grande casa, dove è iniziata la sua storia tragica ed emozionante. È stata scelta come icona dei Quartieri Spagnoli e il 18 febbraio del 2019 è stato inaugurato in suo onore un murale “Tarantina Taran” realizzato da Vittorio Valiante in via Concezione a Montecalvario che raffigura il suo volto nel gesto di agitare il “panaro” della tombola napoletana.

murale "Tarantina Taran" realizzato da Vittorio Valiante in via Concezione a Montecalvario che raffigura il suo volto nel gesto di agitare il "panaro" della tombola napoletana

L’iniziativa è nata dalla collaborazione tra il Comune di Napoli e FOQUS (Fondazione Quartieri Spagnoli) e l’allora sindaco di Napoli, De Magistris l’ha definita “il primo l’ultimo dei femminielli a Napoli”.

Poco dopo il murale fu imbrattato con una scritta “Non è Napoli” che alludeva alla non napoletanità della Tarantina e al fatto che Napoli non si riconosce nel genere dei femminielli. Lo stesso sindaco difese la Tarantina affermando che chi conosce la storia di Napoli e dei suoi protagonisti sa che i femminielli sono parte della città. Lo sfregio dell’opera fu considerato un fatto barbaro e indegno, commesso da gente incivile e anti napoletana.

scritta "Non è Napoli" che alludeva alla non napoletanità della Tarantina e al fatto che Napoli non si riconosce nel genere dei femminielli

Estinzione dei femminielli

Non è certa l’estinzione dei femminielli. Molti dei loro riti ancora continuano grazie alle iniziative della comunità LGBTQIA+ che ha per certi versi adottato i femminielli assorbendo gran parte della loro cultura. C’è chi li definisce gli antenati dei transgender, resta però la verità secondo cui la cultura del vicolo è persa. La società cambia e cambia anche la percezione dei generi. La figura del femminiello, in tutti questi anni, non ha mai smesso di trasformarsi.

La dimensione della metamorfosi gli appartiene ed è quasi intrinseca al suo essere, la fluidità del suo genere, contemporaneamente uomo e donna, gli permette un’evoluzione continua.

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