Per i giudici, 75 coltellate su Giulia Cecchettin non rappresentano l’aggravante della crudeltà. Si attribuisce infatti a Filippo Turetta l’inesperienza ma non la volontà di voler infliggere più sofferenza di quella necessaria per causare il decesso della vittima.
Ci domandiamo, oltre a riportare i fatti, come sia possibile che un uomo, con o senza esperienza, che infligga 75 coltellate non venga definito crudele?
Lo sappiamo, la legge è strana, siamo indignati, sconvolti, ed abbiamo paura, paura perché, almeno a mio avviso, tutti questi episodi fanno in modo che, le pene non fungano da deterrente nei confronti di chi, commette una simile atrocità. Ma soprattutto abbiamo la consapevolezza che, l’ergastolo non rappresenta il carcere a vita.
Oltre alla legittima indignazione, dispiacere, pensiero comune che chi infligge 75 coltellate sia crudele, va affrontato, giuridicamente parlando, l’aggravante della crudeltà…
Il tema della crudeltà ha polarizzato il dibattito pubblico, anche se la decisione dei giudici di primo grado in un sistema che ne prevede tre-si basa su una prassi ormai consolidata. Per renderla comprensibile, i giudici hanno ritenuto che Turetta non voleva essere crudele, ma ucciderla in modo efferato, ed aggiungono che tale efferatezza era dipesa anche da inesperienza ed inabilità del soggetto.
A chiarire l’aggravante della crudeltà, ci sono anche due sentenze della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, rispettivamente del 2015 e del 2016, le quali spiegano, in sintesi, che per verificarsi l’aggravante della crudeltà occorrono delle azioni sconnesse dalla logica omicida, ecco perché il numero delle coltellate non è influente (per la giurisprudenza) ai fini dell’aggravante. Siamo consapevoli delle difficoltà ma soprattutto del terreno scivoloso che un argomento del genere rappresenta, soprattutto in chiave emozionale, ma è necessario attenersi e riportare quella che è l’interpretazione della legge.
Perché l’ergastolo non rappresenta il carcere a vita?
È molto semplice, sebbene l’ergastolo sia una pena perpetua, non implica automaticamente che il condannato resti detenuto per tutta la vita, anzi. Anche agli ergastolani è riconosciuto l’accesso ad alcuni benefici che possono portarli ad uscire, dopo un determinato periodo di tempo, dal carcere. Questo perchè la nostra Costituzione riconosce che la pena debba tendere alla rieducazione e non alla mera punizione.
Pertanto, i condannati all’ergastolo, se non ritenuti pericolosi possono già dal decimo anno di pena, usufruire di permessi, come ad esempio i permessi premio, dal ventesimo anno invece, possono accedere alla semilibertà ed infine, dopo ventisei anni invece, posso essere liberati con la condizionale. Quest’ultimo limite può anche partire dal ventunesimo anno, se al condannato viene riconosciuta la cosiddetta “buona condotta”.
Ecco cosa fa rabbia, che ad un detenuto modello, che commetta un delitto efferato come questo, vengano inflitti non più di venti anni di carcere. No, non abbiamo sbagliato a fare i conti, infatti, in casi come quello di Filippo Turetta, agli anni di pena da scontare, sono da sottrarre quelli trascorsi in custodia cautelare, dunque nel suo caso un anno.
L’omicidio di Giulia Cecchettin era crudeltà!
Oggi il nostro pensiero va a Giulia, ed a tutte quelle vittime, a tutte quelle famiglie che, vedono solo un riconoscimento parziale della giustizia meritata.

