Finita la tempesta, arriva un po’ di quiete. E dopo un inizio anno coi botti, forse, un po’ ce la siamo meritata. In Iran le proteste sembrano essersi placate, ed almeno per ora, si è smesso di sparare. Intanto continuano le non trattative tra Usa e Danimarca per la Groenlandia, Trump ha ottenuto finalmente il suo Nobel, mentre in Italia si continua a litigare sulla data del referendum. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Proteste in Iran
In Iran la situazione sembra essere tornata alla normalità. Dopo una settimana di proteste, la spietata repressione del regime sembra aver raffreddato i bollenti spiriti dei manifestanti. Il bilancio dei decessi è ancora provvisorio, ma già tragico. Nei giorni scorsi, siamo rapidamente passati dalle decine alle centinaia, e quindi subito alle migliaia. I numeri sono “ballerini”, poiché il paese è sempre senza internet, nonostante i tentativi di Musk e del suo starlink di collegare l’Iran col mondo. I satelliti di Elon sono sistematicamente presi di mira dai droni degli Ayatollah. Insomma uno attacca la linea (Musk), mentre l’altro la stacca (regime). Per ora sta vincendo il secondo, che ha intenzione di tenere spenta la rete fino a marzo inoltrato. E quando (e se) sarà riaccesa, gli iraniani potrebbero trovare una brutta sorpresa. Una rete internet in stile Corea del Nord, totalmente chiusa al mondo esterno. In pratica utile come un’automobile senza ruote.
Naturalmente la tragedia in corso non poteva non attirare l’attenzione dell’eroe dei giorni nostri: Donald Trump. Il Batman arancione, ad inizio settimana, aveva esortato i ribelli a non mollare, perché “gli aiuti” stanno arrivando. Nonostante l’espressione piuttosto generica, in molti hanno visto in questo annuncio la volontà di Trump di intervenire direttamente in Iran, per liberare gli iraniani dal regime degli Ayatollah.
Il Nobel e Trump, aggiornamento
Dovesse avere successo anche in Iran, sarebbe il secondo paese liberato da Trump, dopo il Venezuela. A questo bottino già notevole, bisogna aggiungere poi i 7 conflitti a cui ha posto fine. Insomma ad uno così di premi Nobel per la pace dovremmo darne due. Inspiegabilmente però dal comitato norvegese per il Nobel non arrivano notizie confortanti in questo senso. Allora Trump si è attrezzato, autonomamente, per portarne a casa almeno uno. Giovedì infatti Donald ha ricevuto alla Casa Bianca Maria Corina Machado, la vincitrice (solo ufficiale) del Nobel per la pace del 2025.
L’eroina venezuelana è così desiderosa (disperata) di ingraziarsi Trump, che gli ha consegnato la medaglia ottenuta per il Nobel per la pace. Purtroppo per lei però il gesto non sembra aver sortito nessun effetto. Trump infatti ha ribadito la fiducia all’attuale Presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez, fino ad ora una testa di legno impeccabile, all’altezza di un parcheggiatore abusivo di Forcella.

Tornando a Teheran e dintorni
Tra Trump e la liberazione dell’iran, però, si frappongono parecchi ostacoli. Non c’è niente da fare, la vita di un super eroe è davvero complessa, soprattutto se si tratta di organizzare un’operazione militare in un paese molto grande (oltre 1.6 mln kmq), molto popoloso (92 mln abitanti), ed in mezzo alle montagne. Per rendere poi il tutto ancor più complesso, i vicini iraniani (Qatar, Turchia, Arabia Saudita, etc) tutto vogliono, eccetto l’ennesimo intervento americano in medio oriente, terra notoriamente tranquilla e pacifica.
Come se non bastassero i vicini, anche i paesi lontani non vedrebbero di “buon” occhio un intervento americano in Iran. Ci riferiamo evidentemente alla Cina ed alla Russia. Xi già aveva fatto molta fatica ad accettare il rapimento di Maduro in Venezuela (lì i cinesi avevano fatto grossi investimenti e si rifornivano di petrolio). Però hanno chiuso un occhio (e forse pure l’altro) sulla vicenda, in quanto il Venezuela è molto distante dall’Asia, molto vicino agli Usa e non proprio essenziale. Per l’Iran, però, le cose stanno in maniera molto, ma molto diversa. Per la Cina, l’Iran è un alleato importantissimo ed anche uno dei suoi principali fornitori di petrolio. Insomma un eventuale intervento americano (con regime change in allegato) probabilmente sarebbe inaccettabile. Per la Russia, del suo amico di merende Vladimir, peggio mi sento.
Anche per questo, forse, l’intervento americano in Iran è saltato. Secondo alcune indiscrezioni, l’operazione era praticamente pronta. Una portaerei americana era arrivata nel mar rosso per dare inizio alla festa. Però, proprio sul più bello, sarebbe arrivato l’alt di Netanyahu e dei paesi del golfo, poco propensi a creare altro caos in un’area in cui manca tutto, eccetto il caos. Trump invece nega d’aver cambiato idea sull’attacco per via delle pressioni dei suoi “alleati”. Donald dice di essersi fermato perché il regime iraniano avrebbe cancellato 800 esecuzioni e messo fine alla repressione armata.
Che bravo ragazzo, Donald. Soltanto l’amore e la compassione per la vita umana sembrano in grado di fermare il nostro inarrestabile eroe nella sua missione di rendere l’America di nuovo grande.
Comprare la Groenlandia
Forse in molti abbiamo preso la storia della Groenlandia un po’ “alla leggera”. Nonostante Trump abbia il pallino della Groenlandia sin dal suo primo mandato (2017), si pensava fosse una delle sue solite sparate (come iniettarsi disinfettanti endovena per curare il covid), ed invece no. Questa volta fa dannatamente sul serio. La Groenlandia gli serve ed è disposto a tutto, pur di prenderla. Caroline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha detto che non si esclude nessuna opzione, neppure quella militare. Dato che la situazione stava ampiamente sfuggendo di mano, Marco Rubio (segretario di Stato Usa ed ormai vera super star di questa amministrazione) ha provato a gettare un po’ di acqua sul fuoco. Il buon Rubio (l’eroe della campagna venezuelana) ha detto che loro non vogliono invadere la Groenlandia (la necessità di ribadire simili concetti ci dice molto dei tempi che stiamo vivendo), ma vogliono solo comprarla. Per questo motivo in settimana c’è stato un colloquio tra il Segretario di Stato americano Marco Rubio, il Vicepresidente JD Vance e i ministri degli Esteri di Danimarca (Lars Løkke Rasmussen) e Groenlandia (Vivian Motzfeldt).
Tête à tête
L’incontro è stato descritto come “franco e costruttivo”. Tradotto significa che si sono presi a pesci in faccia. Gli USA hanno ribadito che loro si prenderanno l’isola con le buone o con le cattive. E che non accetteranno un no come risposta. Per la Danimarca e la Groenlandia invece l’isola non è in vendita né oggi né in futuro. Insomma l’incontro è stato utile esattamente come un’iniezione di disinfettante per curare il covid. A questo punto, forse preoccupati dalla possibile reazione di Trump (non proprio un campione di moderazione e pacatezza) diversi paesi europei hanno iniziato a inviare soldati e mezzi militari in Groenlandia, per esercitazioni congiunte con la Danimarca.
Trump però non si è lasciato scoraggiare dall’iniziativa dei paesi europei, ed è partito subito al contrattacco. Con i soliti modi pacati e discreti, ha minacciato di aumentare i dazi nei confronti di tutti i paesi europei, che si intrometteranno tra lui e la sua amata isola. Insomma in Groenlandia la situazione è sempre più calda e, per una volta, non è per via del cambiamento climatico.
Referendum sulla giustizia, abbiamo una data (forse)
Tornando alle cose di casa nostra, in settimana il consiglio dei ministri ha deciso la data del referendum sulla giustizia. Per decidere della separazione delle carriere dei magistrati ed altri tecnicismi di cui pochi sanno qualcosa (ed ancora meno sono quelli interessati a saperne), dovremmo andare alle urne il 22 ed il 23 marzo. Prima però di pensare a gite fuori porta, impegni di lavoro e ad altre ragionevoli scuse per non andare a votare, meglio aspettare ancora un po’. Perché il Tar del Lazio, entità metafisica nata per scombinare piani mediocri e mal eseguiti dei nostri politicanti, può, col suo voto, cambiare tutto.
Un casino chiamato Italia
Si perché sempre questa settimana il comitato del no al referendum è riuscito a raccogliere le 500k firme necessarie, per chiedere di indire un referendum sulla riforma della giustizia alla Corte di Cassazione. Ma perché raccogliere le firme per indire un referendum già richiesto? Senza scendere troppo in tecnicismi di cui ci importa il giusto (più o meno come il merito del referendum stesso), il comitato del no si è impegnato a raccogliere le firme per posticipare la data del referendum. (Per i più curiosi, al limite dell’autolesionismo,il link di un chiaro e semplice articolo per capire i dettagli tecnici della vicenda). Secondo i loro sondaggi, infatti, il no sarebbe in svantaggio rispetto al sì. Però la remuntada sarebbe possibile, anzi starebbe già avvenendo. Quindi posticipare il giorno del voto regalerebbe al fronte del no un po’ di tempo, per completare la rimonta, inserire la freccia a sinistra e procedere col sorpasso. Il Tar del Lazio si pronuncerà sull’ammissibilità della richiesta a fine gennaio. Insomma saranno due settimane da fiato sospeso.
Buon compleanno, Giorgia
Mentre in Italia in settimana succedevano “cose” (si litiga sulla data del referendum, la maggioranza, assieme all’opposizione, si spacca sugli aiuti all’Ucraina ed il Garante della privacy è sotto indagine per aver usato i soldi pubblici in maniera ” un pò troppo disinvolta”), Giorgia Meloni ha compiuto 49 anni. La nostra premier ha pensato bene di festeggiare il suo compleanno lontano, lontanissimo dal nostro paese. Per essere certa di non essere raggiunta da qualche uscita improvvida di Salvini o da qualche ricordo nostalgico di La Russa, la Giorgia nazionale è andata in Giappone, dove ha festeggiato assieme al suo omologo giapponese (e potenziale futura grande amica) Sanae Takaichi.

La canzoncina di buon compleanno, cantata in italiano dai giapponesi, è probabilmente la sola cosa memorabile di un tour che, altrimenti, avremmo già dimenticato. In ogni caso tanti auguri Presidente, e 100 di questi giorni.
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