Al festival di Sanremo il mondo ha risposto con una settimana di furia epica. Trump ha rotto gli indugi ed ha lanciato il tanto promesso attacco all’Iran. Pakistan ed Afghanistan sono di nuovo ai ferri cortissimi. Infine anche questa settimana i nostri rappresentanti politici hanno approfittato dell’ennesima occasione per mostrare la loro scarsezza. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
L’attacco di Usa ed Israele all’Iran
Il fallimento dei colloqui
Il povero Gigino Di Maio non ha avuto neppure il tempo di volare a Londra, per la sua prima lezione al King’s College, che il Golfo Persico è sprofondato nel caos. Vero è che da qualche giorno tirava proprio una brutta aria, ma è stato il nuovo ruolo di Di Maio a far precipitare la situazione. Di questo siamo sicuri. A Ginevra i colloqui Usa Iran stavano andando male e sono finiti pure peggio. Gli Stati Uniti chiedevano all’Iran di smantellare i principali impianti di arricchimenti dell’uranio (Fordow, Natanz, Esfahan), di consegnare tutto l’uranio arricchito e di accettare le ispezioni permanenti, senza clausole di scadenza (sunset clauses).
La repubblica Islamica, anche per via del momento di notevole debolezza che sta vivendo, era disposta (o almeno così sosteneva) a limitare l’arricchimento dell’uranio (proponendo un tetto all’1,5% o 3,67%) e a permettere ispezioni ai suoi siti. In cambio, però, chiedeva la revoca delle sanzioni economiche, che stanno strangolando l’economia iraniana, alimentando le violente e partecipatissime proteste nel paese. Però di rinunciare totalmente al diritto di arricchire uranio per scopi civili e di smantellare le proprie infrastrutture (l’ultima richiesta americana), l’Iran non voleva proprio sentirne parlare.
La delusione di Donald
Venerdì Trump aveva espresso tutta la sua delusione per l’esito dei colloqui. Donald “non era felice” e aveva annunciato di essere pronto a liberare la bestia: la sua Big Beautiful Armada. Ci riferiamo all’imponente flotta americana (2 porte aerei con 50 caccia bombardieri), stanziata nel Golfo Persico da alcune settimane, che non vedeva l’ora di sferrare l’attacco. Dopo il fallimento dei colloqui, è arrivato il via libera dai piani alti e sabato mattina è cominciata l’operazione.

Furia epica
L’operazione, chiamata dal Pentagono “Operation Epic Fury”, mentre per Israele “Lion’s Roar” (ancora una volta richiamando il simbolo della monarchia dei Pahlavi), si sta concentrando su diverse città iraniane (Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah), ed ha l’obiettivo di distruggere le infrastrutture militari, i siti legati al programma nucleare, le basi dei Pasdaran ed i centri di comando e di controllo della repubblica Islamica.
Usa ed Israele stanno dando vita ad un attacco su larga scala, tanto da far sembrare il bombardamento dello scorso aprile una semplice “punturina”. Parliamo di uno schieramento composto da due portaerei e oltre 50 cacciabombardieri, da cui in queste ore sta partendo di tutto. Per intenderci l’operazione ricorda molto quella condotta dagli Usa contro l’Iraq nel 2003 (ci auguriamo vivamente che abbia un esito diverso, ma meglio non farsi troppe illusioni).
Obiettivi
Trump ha confermato l’operazione tramite un video, in cui ha parlato anche degli obiettivi: impedire all’Iran di ottenere l’arma nucleare, “annientare” le sue capacità missilistiche/navali e (seppur non utilizzando questo termine) arrivare al tanto agognato (da oltre 40 anni ormai) regime change, cioè porre finalmente fine alla repubblica islamica. Il terzo obiettivo è chiaramente quello più complesso (in bocca al lupo naturalmente), e praticamente irraggiungibile senza l’aiuto degli iraniani. Per questo motivo Trump ha rivolto un appello sia al popolo iraniano (affinché “prenda il controllo del proprio governo”), sia a tutte le forze armate e alla polizia dell’Iran (affinchè «lascino le armi»), promettendo in cambio «totale immunità» a chi lo farà (quindi nessuna ritorsione o punizione). Chi non lo farà, ha aggiunto, andrà incontro ad «una morte certa». Tra l’altro speriamo che gli iraniani, presi da tutt’altre faccende, non stiano portando il conto di tutte le promesse non mantenute da Trump, sennò tanti saluti alla collaborazione.
La risposta dell’Iran
Nonostante il sabato mattina non sia cominciato nel migliore dei modi, l’Iran non ha perso tempo a piangersi addosso ed ha reagito in fretta. La Guida Suprema, Ali Khamenei (ormai da mesi con un bersaglio molto grande dietro la schiena) sarebbe stato trasferito in un luogo sicuro poco prima dei raid, che aveva come obiettivo proprio la Guida Suprema.
Stufo inoltre di incassare senza poter reagire, l’Iran è passato alla controffensiva. Ha lanciato missili e droni verso Israele (molti dei quali intercettati dall’Iron Dome) e verso le basi statunitensi nel Golfo Persico. Da quelle parti qualcosa è arrivato, perché sono state segnalate alcune esplosioni vicino al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein ed anche in Qatar, Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti.
In ogni caso la storia è tutta in divenire, quindi la newsletter rischia di diventare vecchia prima ancora di essere pubblicata. Inoltre, per ora, le informazioni sono poche ed incomplete, quindi navighiamo un po’ nel buio. Tra qualche giorno sapremo sicuramente qualcosa in più. Nel frattempo, però, speriamo di non centrare in pieno un iceberg.
Afghanistan ancora
Questa settimana è stata parecchio scoppiettante, e non ci riferiamo ovviamente a Sanremo (quest’anno in versione melatonina audiovisiva). Infatti non se le stanno dando soltanto nel Golfo Persico, ma anche in Asia si picchiano come fabbri. Pakistan ed Afghanistan, lo sappiamo, non si sono mai amati. Negli ultimi tempi però erano riusciti a non mettersi le mani addosso un giorno sì e l’altro pure. Purtroppo in settimana le cose sono precipitate.
Nella notte tra il 21 ed il 22 febbraio l’aviazione pachistana ha aperto le ostilità, bombardando le province afghane di Nangarhar, Paktika e Khost. I talebani (non proprio dei sinceri pacifisti) non sono rimasti a guardare, ed hanno lanciato una controffensiva lungo il confine tra i due paesi (la controversa linea Durand, mai riconosciuta dall’Afghanistan). In settimana la situazione, già parecchio grave, è degenerata. Il Pakistan infatti ha proseguito le operazioni, non “limitandosi” però a bombardare gli obiettivi militari al confine (per i loro standard ordinaria amministrazione) ma, per la prima volta da molti anni a questa parte, ha colpito le periferie delle grandi città afghane (Kabul, Kandahar e Paktia). Insomma la fase delle scaramucce sembra ormai alle spalle. Utilizzando le parole del Ministro della difesa pakistano, Khawaja Asif, siamo passati alla “guerra aperta”.
Il motivo dello scontro è sempre lo stesso: il governo pakistano accusa (molto probabilmente a ragione) il governo afgano di fornire rifugio e protezione al TTP (il gruppo dei “talebani pachistani”), che nell’ultimo anno si è molto dato da fare in Pakistan (naturalmente ci riferiamo ai numerosi attacchi terroristici del TTP sul suolo pakistano). E dato che i pakistani non hanno più la pazienza per risolvere questa criticità utilizzando “le buone”, in settimana hanno deciso di passare alle “cattive”.
Furia italica
Parlando di attacchi furiosi, non possiamo non menzionare il “paese che amo” (cit.). Questa settimana infatti i nostri cari rappresentanti politici, anche loro vittime delle dinamiche polarizzanti probabilmente di derivazione calcistica, si sono impegnati a mandare in vacca, oltre al solito referendum (ma vabbè su quello ci avevamo perso le speranze molti mesi fa), anche il delicato tema delle forze dell’ordine e della sicurezza.
Thor da Rogoredo
Ci riferiamo alla vicenda di Carmelo Cinturrino (chiamato anche Thor dagli amici e soprattutto dai nemici), assistente capo della Polizia di Stato, la cui posizione in merito all’omicidio di Abderrahim Mansouri è stata profondamente rivista (stiamo utilizzando un eufemismo) negli ultimi giorni. Fino a lunedì scorso infatti Cinturrino, oltre ad essere un Dio norreno, era anche un eroe nazionale: aveva ucciso nel boschetto di Rogoredo uno spacciatore armato di pistola (Abderrahim Mansouri), rendendo l’Italia un paese più sicuro. Il nostro vice Presidente del Consiglio, Salvini, (sempre impegnato a cercare diversivi, pur di non occuparsi di trasporti) si è subito schierato dalla parte del poliziotto “senza se e senza ma”. Inoltre aveva creato una raccolta fondi per il poliziotto e chiesto di non dare seguito alle indagini. Per fortuna però la procura di Milano non lo ha ascoltato.
Altro che Netflix
La storia di Cinturrino era infatti una gigantesca messinscena. La pistola giocattolo, trovata accanto al corpo di Abderrahim Mansouri, era stata piazzata dallo stesso Cinturrino, “famoso” tra gli spacciatori locali per le frequenti richieste di soldi e droga ai loro danni. Insomma in poche ore il poliziotto eroe di Rogoredo si è trasformato in un pericoloso delinquente. Dato il repentino cambio di scenario, era ragionevole aspettarsi un passo indietro da parte di Salvini (e di altri politici di destra). Magari anche un approccio meno passionale (adatto più ad un tifoso) e più razionale (come dovrebbe fare un Ministro). Ed invece Salvini non solo non ha lasciato, ma è andato dritto per il raddoppio.

Furia ceca
Il nostro Vice Presidente del Consiglio e Ministro per le infrastrutture (pur non chiudendo la raccolta fondi per il poliziotto) non solo non ha ammesso il suo errore di valutazione (ma si sa, in politica è vietato ammettere di aver sbagliato) ma ha attaccato Cinturrino con la stessa violenza con cui lo aveva difeso soltanto il giorno prima. E se prima del cambio di scenario chiedeva di bloccare le indagini, ora chiede di punire il poliziotto col doppio della pena, dimostrando, ancora una volta, alcune lacune in merito al funzionamento dello Stato di diritto. Insomma a cambiare è soltanto il merito e non il metodo, purtroppo.
Il nostro paese sembra infatti un gigantesco gioco della sedia. Su qualsiasi evento, scelta, tema infatti i nostri politici (in questa vicenda splendidamente rappresentati da Salvini) fanno a gara a chi si siede da una parte prima degli altri, senza troppo preoccuparsi di sapere come in realtà sono andate o potrebbero andare le cose e chi se ne deve o dovrebbe occupare. E questo possiamo ancora accettarlo se si vuole passare la vita a fare il tifoso. Però è un grosso problema se sei uno statista (o presunto tale).
Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!

