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Dentro il Museo Archeologico di Napoli: intervista al Direttore Francesco Sirano

Sei vivi in Campania, o ci sei stato per un viaggio, conoscerai sicuramente il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e almeno una volta avrai visitato le sue sale, tra la meravigliosa scoperta di quadri o sculture indimenticabili e sguardi corrucciati verso quelle opere di cui capivi davvero poco. Il MANN da anni vive una fase di enorme crescita, portata avanti nel 2025 con la splendida direzione di Francesco Sirano. Con le sue esperienze al Parco Archeologico di Capri, al Parco di Cuma e Baia, e ben due volte Direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Sirano ha uno sguardo attento verso la modernità, le esigenze artistiche dei giovani, mirato a rendere il MANN una tappa indimenticabile tra i musei italiani. 

Da Ercolano a Napoli, quali sono le principali differenze che ha riscontrato in queste due direzioni?

«Dirigere un Parco Archeologico e un Museo ha, naturalmente, alcune differenze sostanziali, che attengono alla natura dei luoghi: intuitivamente spazi aperti e sale, strutture archeologiche e depositi. Gli scavi di Ercolano sono uno spaccato incredibilmente vivido di storia nella città moderna, il MANN è un vero e proprio laboratorio di estetica, produzione, immaginari collettivi e privati, reinterpretazione e riuso dei reperti, elaborazione ed evoluzione della museografia nel centro cittadino patrimonio Unesco. Così, da una parte, possiamo definire la ricerca sul campo come  trait d’union che lega la fascia territoriale vesuviana (Ercolano, Pompei, Oplontis e Stabiae); d’altro canto, la continua raccolta, conservazione e interpretazione del patrimonio forma l’assetto dei grandi poli culturali metropolitani, il MANN, Capodimonte e Palazzo Reale, per citarne solo alcuni.

Al di là dell’organizzazione ministeriale e della struttura di ciascun Museo, mi piace pensare che chi dirige un’istituzione culturale debba pianificare la propria attività con un metodo sempre coerente: conoscenza del patrimonio, programmazione degli obiettivi, trasparenza della gestione».

Il MANN è sicuramente un punto di riferimento importante tra i musei della città. Secondo Lei, il popolo napoletano si sente vicino al proprio patrimonio artistico?

«Il senso di appartenenza a un luogo è particolarmente vivo nei napoletani: accanto alla nostalgia o alla difesa della città, compito delle istituzioni culturali è favorire la visione del patrimonio archeologico, architettonico e storico-artistico come parte della vita quotidiana di ciascuno. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli sta promuovendo sempre di più il proprio abbonamento annuale Openmann, che consente di tornare quando si vuole per ammirare le collezioni permanenti, visitare le esposizioni temporanee e ritrovare le opere del proprio cuore.

Il Museo diviene veramente un centro culturale della città quando è spazio di sosta, confronto, riflessione e ritorni: in tal senso, tutta la nostra programmazione per i prossimi anni sarà improntata alla qualità e alle novità, tra cui  la prossima apertura di un ristorante non destinato ai soli visitatori ma a tutti coloro che vedono nel Museo un punto di riferimento per i valori culturali che esso promuove ivi compresi quelli immateriali dei quali fa parte l’arte culinaria italiana».

Sentiamo tanto parlare di rivoluzione digitale, è possibile interfacciarsi e apprezzare l’arte anche tramite l’uso della tecnologia?

«La rivoluzione digitale sta innovando il volto dei nostri Musei e il futuro sarà di certo condizionato da un profondo cambio di passo nella fruizione del patrimonio culturale: le nostre opere diverranno sempre più accessibili, interconnesse, esplorabili grazie alle nuove tecnologie. Impossibile tornare indietro, certo, da una prassi che andrà nel senso di una democratizzazione e condivisione delle conoscenze: eppure, da umanista per formazione e per scelta, ritengo che la conoscenza diretta dei luoghi e delle opere d’arte sia tassello imprescindibile per vivere davvero un museo.

La nostra vista potrà essere ampliata dal digitale, facendoci cogliere dettagli mai visti, ampliando le maglie della ricostruzione storica e di contesto, enfatizzando l’eco delle emozioni grazie agli strumenti di realtà aumentata e virtuale: in ogni caso, a mio parere, il primo colpo d’occhio, nella realtà e istantaneità della percezione, è quello che  rende indimenticabile l’esperienza culturale. Non dimentichiamo inoltre che l’esperienza digitale può essere anche mezzo di creazione di nuovi valori artistici e culturali, grazie ad un uso oculato e innovativo della IA (quindi non sostitutivo dell’intelligenza analogica)».

Secondo Lei ai giovani d’oggi, adolescenti e/o giovani adulti, piace l’arte?

«L’arte è una componente essenziale della nostra vita: sin dall’infanzia, ciascuno di noi può specchiarsi in un’opera per ritrovare sintonia con la propria sensibilità. In Italia abbiamo la fortuna di essere immersi e circondati da monumenti d’arte di ogni genere e dimensione. Se le emozioni, anche legate a questa forma di “identificazione culturale”, sono in parte quasi istintive, è chiaro che in un mondo sempre più tecnologico, veloce e interconnesso, l’educazione all’arte è un cammino fondamentale. Gli adolescenti e i giovani adulti di oggi sono stati bambini: a questi potenziali e giovanissimi visitatori di musei, lettori di libri, spettatori di cinema e teatro dobbiamo insegnare da subito che “l’arte ti somiglia”, come diceva il claim di una campagna di valorizzazione promossa dal Ministero alcuni anni fa.

I giovani fruitori del nostro patrimonio culturale possono maturare, negli anni, un senso di appartenenza molto forte, che si evince anche in tanti ragazzi di oggi: innovando i linguaggi della comunicazione e costruendo eventi adatti a diverse fasce d’età abbiamo ottime opportunità per far divertire gli adolescenti al Museo. D’altro canto, uno dei capisaldi della convenzione di Faro è considerare gli istituti culturali come luoghi di piacere e diletto: è su questo elemento che bisogna puntare per conquistare giovani visitatori. Ma non sarei onesto se non avanzassi anche un’altra considerazione: cosa facciamo noi che lavoriamo nei e per i musei affinché questi capolavori d’arte catturino l’interesse dei giovani e di tutto il pubblico potenziale? Ecco, da questo punto di vista molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare per superare elementi di autoreferenzialità e pigrizia mentale degli specialisti del settore in modo da rendere i nostri musei sempre più coinvolgenti e familiari».

Progetti futuri per il MANN, può anticiparci qualcosa?

«Entro pochi mesi, porteremo a compimento tre progetti: la nuova illuminazione della raccolta Farnese, il riallestimento della celebre sezione della Villa dei Papiri e il restauro del Mosaico di Alessandro, che tornerà visibile al pubblico in posizione orizzontale nella sezione dei mosaici. Stiamo progettando, ancora, il MANN 2 presso il Real Albergo dei Poveri: un’occasione straordinaria per esporre i nostri reperti, partendo dalle risorse dei nostri ricchissimi depositi. Il MANN del prossimo futuro avrà anche un’area espositiva più ampia, grazie ai lavori negli spazi interrati, che saranno sede di eventi ed esposizioni temporanee.

Il filo rosso di queste iniziative, numerose e diverse tra loro, è la visione di un Museo che l’anno prossimo compirà 250 anni dall’istituzione, ma che vogliamo sempre più dinamico, capace di avere, allo stesso tempo, una forte dimensione identitaria e una spiccata propensione a cambiare e ricombinare alcuni tratti della propria fisionomia senza mai perdere i valori connessi al genius loci».

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