Erika De Nicola, art director con più di 15 anni di esperienza nel settore dell’animazione, ha un curriculum da paura. Ha lavorato, tra le tante cose, a svariati video musicali per artisti di grande successo, da Mika a thasup, nonché alle due acclamate serie Netflix basate sui fumetti di Zerocalcare, Strappare Lungo i Bordi e Questo Mondo non mi Renderà Cattivo. In queste righe scoprirete quali sono le opere che più l’hanno influenzata nel suo percorso, cosa la ispira a livello musicale, come si approccia al suo lavoro e tanto altro.
Il ruolo dell’art director
Prima di passare all’intervista – però – è d’uopo, soprattutto per chi non è avvezzo a questo ambito, chiarire cosa sia effettivamente un art director. Ebbene, l’art director è una figura chiave in tantissimi progetti, soprattutto animati, dal cinema alla televisione, ma anche nella pubblicità e nell’editoria. È compito di un art director, in primis, concepire l’idea creativa dietro il lavoro. Poi dirigere il team affinché quell’idea venga concretizzata nella maniera migliore e più coerente possibile.
Erika De Nicola inizia il suo percorso soprattutto nell’ambito dello storyboarding come freelance. Passa poi alla regia e alla direzione artistica negli anni successivi, collaborando con Movimenti Production per tantissimi progetti, in particolare nell’ambito musicale e televisivo. Dopo il grande successo delle due serie Netflix di Zerocalcare, per le quali ha lavorato in qualità di art director, ha fondato – insieme alla collega Simona Calà – il duo artistico Talea.
Erika De Nicola: influenze e ispirazioni
Quali opere/autori ti hanno più influenzato nel tuo percorso?
«Da brava millennial, sono cresciuta con i cartoni animati giapponesi. Tra i miei preferiti Sailor Moon, L’Uomo Tigre, i Calendar Men, Capitan Harlock, i Gemelli nel Segno del Destino, Curiosando nei Cortili del Cuore, Dragon Ball Z. Amando molto le storie, però, preferivo i lungometraggi. Un’ora e mezza di racconto senza interruzioni, con un inizio e una fine, che ti permette di concentrarti sull’orizzontalità della narrazione, senza dover stare appiccicato alla tv per giorni. Su tutti, La Bella e la Bestia e Pocahontas della Disney. Insomma: grandi storie d’amore tormentate e battaglie per salvare il mondo!
Non vivevo, però, di soli cartoni: guardavo anche tantissimi film, di qualsiasi genere, per bambini e non, con mio padre e mio nonno. Viene da loro il mio amore per il cinema, soprattutto hollywoodiano. Il mio film della vita è Edward Mani di Forbice, che mio fratello registrò su cassetta mentre lo davano in prima TV su Italia1. Ho ancora quel VHS, il mio tesoro più prezioso, ormai quasi in bianco e nero da quanto l’ho consumato. Amo tantissimo quella versione perché in una scena si vedono i marks per gli attori sul pavimento e, in un’altra, le rotaie della camera (scene poi, purtroppo, sistemate nelle edizioni successive).
Poi, una sera, per puro caso, mi sono imbattuta in qualcosa di strano. Non era un cartone animato e non era un film, e il suo protagonista era uno scheletro con braccia e gambe lunghissime che cantava tra neve e mostri. Non capivo assolutamente cosa stessi guardando e mi faceva anche un po’ paura ma, cavolo, era bellissimo! Lo rividi un altro paio di volte in tv, negli anni successivi, ma quando chiedevo ad amichetti e parenti, nessuno sapeva di cosa stessi parlando. Molto tempo dopo, da ragazzina scoprii che non era frutto della mia immaginazione ma di quella di un giovane Tim Burton. Era Nightmare Before Christmas, in stop motion.

Mi sono quindi informata sul suo percorso, animazione prima e live action poi, e ho deciso che avrei fatto lo stesso. Ormai adolescente, ho poi scoperto Tank Girl (innamorandomi completamente dello stile di Jamie Hewlett). Ho conosciuto i fumetti di Toffolo e i video musicali dei Gorillaz e dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Gli astri si stavano allineando e mi indicavano la strada!»
Che ruolo ha la musica nel tuo lavoro?
«La musica per me è fondamentale. Tutto, per me, parte da lì. Le idee dei miei progetti le ho sempre mentre ascolto qualcosa o mentre sono a un concerto (o sono miei sogni, ma questa è un’altra storia). Sono nata e cresciuta in piena Mtv era. Mangiavamo videoclip a colazione, pranzo e cena: erano un appuntamento fisso. Era un modo per seguire i tuoi artisti preferiti, le nuove uscite e scoprire musica nuova. Alle superiori si è poi aggiunta RockTv e i videoclip facevano da sottofondo mentre disegnavo, studiavo, scrivevo. La mia adolescenza è praticamente stata scandita da musica, videoclip e film.
Quello che ascolto ora varia col mio umore e dipende da cosa ho bisogno in quel momento. Se sono agitata, posso mettere su i Sigur Ros e mi calmo subito. Se ho bisogno di caricarmi nella mia comfort zone, parte il punk o l’elettronica nelle cuffie. Se devo sfogarmi, metto qualcosa che posso urlare a squarciagola. Mentre lavoro, invece, dipende. Il mio lavoro spesso è molto di testa. Devo prendere decisioni, ragionare su cosa succede nelle fasi successive, gestire artisticamente e tecnicamente file, risorse e team; trovare i flussi e le soluzioni migliori per raggiungere il miglior risultato e, per fare tutto questo all’interno di una macchina che corre alla velocità della luce, spesso ho bisogno del suono solo dei miei pensieri o – al massimo – musica strumentale molto bassa che, però, non deve distrarmi. Mentre faccio i miei check artistici di pre-produzione e/o disegno, invece, ascolto taaanta musica».
Quale fumetto ti piacerebbe adattare in una serie/film?
«Ah, tantissimi! Primo su tutti, ovviamente, Tank Girl: una serie su di lei sarebbe un sogno! Poi, ultimamente ho recuperato un bel po’ di titoli italiani e mi piacerebbe molto lavorare con Atomica (Claudia Petrazzi), che ha uno stile molto interessante artisticamente, pulito e “semplice” ma forte, e ha delle trovate geniali che sono delle vere chicche! Mi piacerebbe molto scrivere con lei. Poi c’è Il Suono del Mondo a Memoria di Giacomo Bevilacqua, che sarebbe un film stupendo da animare con quelle atmosfere meravigliose.

E poi mi piacerebbe tantissimo fare una serie antologica con autori vari con stili diversi, anche più “estremi”, tipo Nova (con cui ho già collaborato per il videoclip r()t()nda di thasup ft. Tiziano Ferro), Jacopo Starace e gli altri autori di Trincea Ibiza, Daniel Cuello, Federica Ferraro (Archivio di Ferro), Hurricane, per citarne alcuni. Abbiamo tantissimi artisti pazzeschi, sarebbe stupendo unirsi e fare cose insieme!».
Essere art director in Italia
Hai lavorato anche a prodotti per un target più infantile. Secondo te in Italia esiste ancora il concetto di “animazione=per bambini”?
«Partiamo con una premessa: sì, ci ho lavorato ma non è proprio il mio target! Detto questo, sì e no: credo ci sia ancora questa concezione ma non credo sia legata alle case di produzione quanto, invece, a un discorso generazionale. Le generazioni dai millennials in poi sanno bene che l’animazione è una tecnica, un mezzo fantastico che permette di passare messaggi ed emozioni senza i limiti che la live-action ha, e che dialoga sì ai bambini, ma anche tantissimo agli adulti.
Basti vedere che i film live hanno sempre più effetti “speciali” e intere parti in animazione (soprattutto 3D) perché le narrazioni e le storie che vengono raccontate necessitano di abbattere i limiti di cui ho già parlato. C’è stata una grandissima (e naturale, a parer mio) evoluzione, secondo me data – appunto – dal target che è cambiato e sta ancora cambiando, dando sempre più credito a un mezzo che per troppo tempo è stato sottovalutato».
Sappiamo che l’industria del cinema in Italia ha visto giorni migliori, e a maggior ragione l’animazione. Credi che le cose possano cambiare in futuro?
«Questa domanda è più per i produttori, che hanno sempre l’occhio vigile sul mercato. Posso dirti la mia opinione e le mie speranze, tutti consapevoli – però – del fatto che arrivano da mie percezioni e sensazioni, non da dati oggettivi.
Io penso che le leggi di mercato dovrebbero sempre essere dettate dai fruitori di un servizio. Ma oggi vedo tanti intoppi: il pubblico riconosce e apprezza la qualità, ma le piattaforme rispondono con la quantità e le istituzioni – invece di sostenere il settore e investire a supporto – lo tengono in apnea. Tutto questo, però, non mi pare avvenga conseguentemente: piuttosto si ingarbuglia in una matassa diventata un gran circolo vizioso. In Italia, in particolare, credo ci sia una grande lacuna culturale. Chi governa la cultura sembra, oggi, più interessato a distruggere che a costruire. Ci sono fondi che si perdono in burocrazie assurde, progetti bloccati e artisti trattati come capricciosi in cerca di lusso.
L’animazione, poi, ha un doppio ostacolo: servono investimenti molto alti per coprirne i costi enormi, dati (anche) dalla quantità di persone che ci lavorano, e una mentalità che la consideri arte, non intrattenimento “per bambini”. E questo governo si sta dimostrando sempre meno pronto e voglioso di spendere per la cultura del nostro popolo. Detto questo, qualcosa si muove e spero sarà una base per un futuro più roseo. Vedo sempre più giovani autori, studi piccoli ma coraggiosi, produzioni indipendenti che fanno cose bellissime nonostante abbiano, purtroppo, troppo poco credito. Questo dimostra che siamo pieni di talento a cui, però, non si dà fiducia né spazio. La speranza c’è, ma non può vivere solo di entusiasmo: servono visione politica e responsabilità culturale».
Adattare Zerocalcare
Quali sono state le difficoltà nell’adattare Zerocalcare all’audiovisivo?
«Da art director, la difficoltà maggiore è stata quella di creare un contesto artistico adattabile al racconto animato e – quindi – con dei tempi di lettura ben precisi, che potesse essere chiaro e leggibile per lo spettatore singolo e che potesse diventare memorabile e iconico per il pubblico su larga scala. Il tutto mantenendo estrema coerenza con lo stile dell’artista/autore e creando qualcosa che fosse riproducibile da 200 o da 300 persone, a seconda della serie di cui stiamo parlando.
La parte per me più sfidante e, al tempo stesso, soddisfacente è stata sicuramente la ricerca sul colore. Partendo da un autore che lavora principalmente in bianco e nero o comunque con palette molto limitate, è stato un gran bel lavoro cercare uno stile di colorazione e delle palette che “matchassero” tra loro e si sposassero bene con il tratto nero, e che potessero portare le scene a un livello superiore.

E non sarebbe stato possibile senza il grandissimo team di model, background e color-script artists che mi ha seguita su questi progetti! Insomma, tanto lavoro e un equilibrio per niente facile da trovare, ma Michele (Zerocalcare) è una persona molto disponibile e un grande artista che, con grande consapevolezza del proprio linguaggio, resta sempre aperto al confronto, valorizza il lavoro degli altri e ne apprezza i consigli. Per cui ci siamo arrivati insieme, un passo alla volta!».
È stata da poco annunciata la nuova serie di Zerocalcare per Netflix, Due Spicci. Ne hai preso parte?
«Chissà! C’è solo un modo per scoprirlo: guardare la nuova serie quando uscirà ;)».
Il futuro dell’animazione
L’IA generativa sta toccando vari ambiti dell’arte, tra cui l’animazione. Ti spaventa o la consideri uno strumento utile?
«Non la considero proprio, ahahah! Mi spiego meglio: credo sia completamente inutile quando si parla di lavori artistici. Inutile e insensata, aggiungerei. Perché, da spettatore, dovrei voler vedere un contenuto creato da una macchina? Non ne vedo il motivo. Io credo che l’arte debba trasmettere emozioni, sì, ma non solo. L’arte è un mezzo per esprimersi e, attraverso il “prodotto” (inteso come derivato da un processo artistico, non come oggetto di vendita) conosco di più l’artista, mi avvicino a lui e provo/imparo a vederlo. Da spettatrice, è questo che cerco: una connessione con l’artista. Ed è questo che cerchiamo anche da artisti, no? Un modo per esprimerci in un mondo (personale o globale) che non ci capisce nella speranza che qualcuno ci colga, ci guardi dentro e veda il nostro messaggio. Avvicinarci a chi sa osservare.
Cosa dovrebbe dirmi una macchina allenata a mischiare cose per compiacermi rapidamente? Credo nulla, se non esattamente questo. Ed è quello che non mi piace dell’AI: un mezzo che si sta facendo spazio in un mondo che vuole tutto e subito ed è sempre meno abituato a pensare e creare, tagliando via i tempi meravigliosamente lenti che questo comporta.
Diventa utile a chi ha come scopo il profitto: abbatte i costi e “crea” materiale vendibile. Un disastro, un vero schifo. Come nota positiva, credo sarà lo spartiacque decisivo. La neve che, sciogliendosi, farà venir fuori la vera natura di molte persone e i loro scopi reali. D’altra parte, però, per non essere completamente disfattista, credo che l’intelligenza artificiale possa essere utile se utilizzata per semplificare alcuni passaggi molto laboriosi. Soprattutto quando si lavora in team molto grandi.
Può essere un motore di ricerca intelligente, aiutare nelle previsioni, alleggerire il carico di lavoro semplificando i flussi con passaggi di informazioni più chiari e trasparenti, o può aiutare ad abbattere tempi macchina per render ed export. In tutti questi casi, però, credo che l’impiego di risorse naturali – attualmente – sia troppo dispendioso e, mentre da un lato cerchiamo di portare il mondo verso la circolarità, dall’altro l’AI torna a consumare senza limiti. Una vera assurdità!».
Che consiglio pratico daresti a un giovane artista che ha voglia di percorrere una strada simile alla tua?
«Non aver fretta, essere sempre curiosi e trovare ciò che rende unici. Non è facile, ma difendere la propria identità, in un mondo che corre impazzito e ci vuole omologare, è forse il lavoro più importante che si possa fare!».

