Immagina Cristoforo Colombo partire per il suo secondo viaggio verso le Americhe e portarsi dietro case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale e pure i cavalli. Il secondo viaggio fu più corposo del primo anche in termini di partecipazione: diciassette navi con lui, più di mille uomini a bordo, vacche, pecore e ancora, i cavalli. Praticamente Colombo nel 1493 aveva più libertà di portarsi dietro cose rispetto a noi che nel 2026 per risparmiare qualche soldo sul biglietto aereo viaggiamo con lo zainetto.
L’inizio dello scambio colombiano
Far arrivare i cavalli europei proprio lì segna l’inizio dello “scambio colombiano” cioè il trasferimento di piante, animali, tecnologie e malattie tra Vecchio e Nuovo Mondo. L’introduzione di questi animali segnò per il popolo indigeno delle Americhe una vera e propria rivoluzione tecnologica, militare e lavorativa. Immaginate infatti che questi non avevano grandi animali da soma: c’era solo qualche cagnolino e qualche lama sulle Ande. I primi cavalli sbarcarono ai Caraibi (beati loro), precisamente a Hispaniola. Di lì raggiunsero Cuba e poi la terraferma grazie a Hernán Cortés che nel 1519 da Cuba arrivò in Messico con sedici cavalli.
C’era da organizzarsi in maniera selettiva e precisa. Colombo e i suoi scelsero solo cavalli dotati di particolari caratteristiche da portare nelle Americhe. Dato che si trattava di animali dalla grande stazza è chiaro che avessero bisogno di spazio necessario sulla nave, foraggio e tanta tanta acqua. Dunque decisero di portare solo i cavalli di taglia più piccola e i più resistenti, cioè quelli che ben si adattavano sia alla sella sia al trasporto di carichi.
L’illusione di aver portato la novità
Ovviamente gli europei erano convinti di aver portato nel nuovo continente qualcosa di completamente ignoto, sconosciuto, insomma qualcosa che proprio lì non aveva mai messo piede prima. Non è vero. O meglio, le cose non sono andate proprio così. Secondo il registro fossile, il genere Equus (i cavalli moderni) sarebbe esistito nel Nord America già milioni di anni fa. Solo a causa di drastici cambiamenti climatici la storia ha assistito ad un’estinzione dei cavalli circa dieci mila anni fa. Quindi quello che fece Colombo quando arrivò coi cavalli, non fu introdurre una specie animale del tutto nuova nel continente, bensì riportò una specie che già esisteva ma praticamente si era estinta.
Gli indigeni se ne innamorarono
Si è creduto per molto tempo che i nativi americani non avessero adottato la cultura del cavallo fino alla famosa rivolta di Popé del 1680, quando Popé e diverse tribù indigene cui faceva capo espulsero i colonizzatori spagnoli dal Nuovo Messico e s’impadronirono di migliaia di cavalli abbandonati. Sul fenomeno ha indagato la rivista Science nel 2023 evidenziando a partire dall’analisi del DNA e dalla datazione dei resti ossei conservati nei musei, che le culture insigene avevano già profondamente integrato i cavalli già all’inizio del XVII secolo. Quindi molto prima di Popé e della sua scalata rivoluzionaria.
I cavalli, infatti, non restarono a lungo nelle mani degli spagnoli. Alcuni scapparono, altri furono rubati e altri sfuggirono completamente al controllo dell’uomo. Questi ultimi tornarono allo stato brado e si moltiplicarono nelle grandi pianure, dando vita ai celebri mustang. Come riporta National Geographic «le tribù indigene non si limitarono ad addomesticare questi cavalli, ma trasformarono il proprio stile di vita attorno a essi, creando l’iconica “cultura del cavallo”, che ridefinì la caccia al bisonte e la guerra nelle pianure».

