Jacopo Cardillo, in arte Jago è, con molte probabilità, il nuovo genio dell’arte italiana. Artista e scultore italiano che meraviglia per la sua capacità di dare vita al marmo, in scene e soggetti inaspettati.
Nato a Frosinone nel 1987, ha frequentato il liceo artistico per poi concludere all’Accademia delle Belle Arti. Nel corso della sua carriera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, grazie al suo immenso talento e alla sua spinta capacità di saper congiungere l’arte più classica a soggetti contemporanei.
Chi è Jago
A 24 anni Vittorio Sgarbi l’ha selezionato per partecipare alla 54esima edizione della Biennale di Venezia, dove ha esposto il busto in marmo di Papa Benedetto XVI.

Questo mezzo busto gli è valso la Medaglia Pontificia, e nel 2013, quando il Papa annunciò le sue dimissioni, l’opera fu spogliata degli abiti papali prendendo il nome di Habemus Hominem.
Inizialmente, racconta, non aveva abbastanza denaro per comprare il marmo, quindi si recava in un fiume e recuperava dei sassi, e dallo scarto ne ricavava il marmo. Sono nate così le “opere all’interno dei sassi” come Scheletro, in cui mettendo tutte le fette una affianco all’altra si riesce a comporre il sasso naturale.
Le sue opere, restano fedeli alle tecniche del Rinascimento italiano, da cui esci stesso dice di essersi ispirato; esse “trattengono”, prima di comunicare e “rompono” prima di costruire.
«Per scolpire qualcosa bisogna prima romperla» dice Jago.
La pietà, Il figlio velato e Muscolo Minerale

Il tema della pietà in chiave contemporanea, il momento di massimo raccoglimento e dolore in cui l’umanità si è identificata da secoli.
Occupa il centro della Cappella del Crocifisso nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, nota come Chiesa degli Artisti per il suo storico legame con il mondo dell’arte e della cultura. Quest’opera fa parte del progetto “Una porta verso l’Infinito. L’uomo e l’Assoluto nell’arte”, all’interno del ciclo Arte e Liturgia.

Jago ha dichiarato di essersi ritrovato quasi per caso in quella chiesa che lo ha attratto sia per la sua silenziosità, sia per il rumore dei bambini dell’oratorio proveniente dall’esterno. Il silenzio/rumore venutosi a creare ha dato vita al senso dell’opera, un senso profondo e distante da quello del Cristo Velato della cappella San Severo.
Se Cristo è il Dio che si è fatto uomo e si è sacrificato per la salvezza dell’umanità intera, il Figlio velato non è altro che un bambino vittima dello stesso male che il Cristo ha combattuto: l’indifferenza.
Il Figlio velato è nostro figlio, è il bambino vittima di un naufragio, della criminalità, della povertà, un bambino coperto da un velo, di cui si scorge solo la mano destra, simbolo di una fanciullezza violata. Un’opera di fronte alla quale nessuno può restare indifferente: in una società in cui dinanzi ai nostri occhi ci sono tragedie alle quali ormai siamo talmente abituati da non farci più caso, non riusciamo a sviluppare più un rapporto di empatia. Privati della nostra stessa umanità, della capacità di mettersi nei panni dell’altro, emotivamente e psicologicamente.


«Si chiama “Muscolo minerale” — dice l’artista — è un cuore di marmo scolpito all’interno di un sasso di fiume. All’interno della Cappella Piccolomini, il cuore di pietra è incastonato in una cornice e sembra quasi che stia per battere, se lo si guarda attentamente, infatti, pare che si possa percepire una vibrazione del muscolo».
Il nuovo Michelangelo
Il grande scultore, da sempre, dimostra le sue doti geniali, trasforma il marmo in pelle e vene. Jago però va oltre, alla pelle e alle vene ha dato vita. Facendo riflettere elementi della cultura contemporanea ormai devastata dal silenzio. Silenzio culturale, silenzio civile e silenzio umano.
Il giovane autodidatta, artista e influencer ha la fama del “The social artist” travalicando già da tempo i confini del web, esponendosi dalla China a New York, passando per Napoli, città che lo stimola molto, imprimendo nel marmo le fratture dell’era contemporanea richiamando i grandi artisti del passato, un’iconografia classica con l’iperrealismo di Instagram. I social rappresentano unicamente un modo per comunicare e instaurare un rapporto con il pubblico. La creatività umana resta insieme all’entusiasmo e la determinazione la base di ogni meccanismo creativo.
L’intelligenza artificiale, secondo lo scultore, lo allontana dallo sviluppare una capacità manuale, il che può essere pericoloso, perché si rinuncia all’opportunità di fare esperienza diretta e si diventa dipendenti da qualcosa su cui non si ha il pieno controllo. La paura è quella che la tecnologia ci porti in un rapporto di subordinazione ad essa: «E se domani si spegne la luce che fai? A chi chiedi aiuto? Ormai la maggior parte delle azioni è diventata passiva e senza interazione. Bisogna tornare a fare cose».
Ma la vera forza della scultura e dell’arte sta nel continuare a trasmettere emozioni, di muovere le coscienze anche dopo quattrocento anni dal grande Michelangelo.
«Riconosco il valore dei tanti maestri della tradizione che ci hanno lasciato opere d’arte che riescono a superare la prova del tempo. Si può trattare dell’oggi, sapendo che si può continuare a parlare alle generazioni che verranno». — Jago

