Si chiama Megi Bulla, ma forse la conoscete come La Biblioteca di Daphne, una delle voci più influenti del panorama editoriale italiano su social network e non solo.
Nel 2020 Meg voleva soltanto riempire quella libreria che non aveva mai potuto avere con i suoi libri preferiti, e lo fa usando gli scaffali di TikTok, una piattaforma di intrattenimento all’epoca emergente dove tutti facevano solo e soltanto balletti. Quattro anni dopo, Meg ha trasformato la sua passione per i libri in una vera e propria professione, diventando curatrice editoriale della sua collana personale firmata Rizzoli.
Il panorama letterario italiano è sempre di più legato al digitale e Meg ci spiega ogni dettaglio in modo unico e genuino. Se non la conoscete ancora, correte a cercare @labibliotecadidaphne sui social!
Come nasce labibliotecadidaphne e perché proprio questo nome?
«Quando ho aperto il profilo era la fine del 2020, e arrivavo agli sgoccioli del mio percorso universitario, che è stato ingegneria civile. Non sono mai stata una persona estremamente social o molto attiva online. Seguivo poche persone, quindi non ho mai pensato che il digitale avrebbe potuto essere qualcosa che mi interessava, ma non solo come lavoro, anche per condividere qualcosa con gli amici. Quando è uscito TikTok mi divertiva molto il concetto dei video, semplicemente perché ho sempre preferito i video alle foto. Io sono tremenda, tremenda a scattare foto e non mi sentivo neanche a mio agio dietro un obiettivo. Di base ero molto abituata a fare video vlog di vacanze o di unboxing per la mia famiglia. L’ho scaricata praticamente “di nascosto”.
Mi dico: Cosa ho da dire io? Niente. Chi sono? Nessuno. Ero diventata da pochissimo economicamente indipendente e da persona che ha sempre letto in biblioteca e ha sempre sentito questo senso di ingiustizia nel restituire un libro, perché mi sembrava che la lettura poi non fosse stata veramente mia, ho sempre avuto il sogno di avere i libri, i miei: la mia biblioteca. Quindi ho cominciato a comprarli, ma non solo le nuove uscite, anche le mie letture degli anni precedenti. Ero così orgogliosa che mi sono detta: vabbè, ma io ci faccio le transition con i miei libri. Cercavo sempre di non farmi vedere perché non mi sentivo giovanissima per stare dietro a queste cose, soprattutto vedendo l’età media del pubblico di TikTok alla fine del 2020.
Quindi arrivo a creare l’account e mi chiedeva il nome e ho detto: okay, la biblioteca. Ma di chi? Di certo non mia. Che poi qua qualcuno mi trova, non esiste proprio. Dovevo trovare un nome e da piccolina pensavo che i miei antagonisti fossero i miei genitori, che a causa di difficoltà economiche non riuscivano a comprarmi i libri. Quindi, nel mio momento di ribellione mi dicevo che i miei figli non sarebbero mai stati senza un libro. Daphne è il nome che ho sempre pensato di dare a una figlia femmina. Quindi mi è venuto veramente naturale pensare che questa fosse la biblioteca dei miei figli, piuttosto che la mia.
Ma in realtà la risposta giusta e corretta è che ero molto insicura e timorosa, avevo tanta paura di essere giudicata».
Ingegneria e TikTok sono due mondi completamente opposti, però tu sei stata molto brava nello sfruttare al meglio i social network. È stato difficile lasciare un lavoro tra virgolette sicuro per dedicarti completamente alle tue passioni?
«Non mi sento di dire che sia stato difficile, ha fatto paura sì. Dall’altra parte però sono sempre stata il tipo di persona che si butta con la consapevolezza che si può sempre tornare indietro. Io dico sempre che nulla è irreversibile nella vita, tranne un figlio e la morte.
Sono convinta che non ci sia nulla di peggio del rimpianto di non aver fatto qualcosa che si voleva fare, con la paura di sbagliare poi. C’è questa cosa per cui la società di oggi ci obbliga a dover fare sempre le scelte giuste e essere sempre al meglio quando anche se si sbaglia si può tornare indietro. L’importante è poter dire: ok, ci ho provato e ho sbagliato. Piuttosto di dire: non ci ho provato, ma chissà se».
Secondo te, dal suo esordio ad oggi, il fenomeno del BookTok ha fatto dei passi in avanti, è diminuito, come si sta evolvendo?
«È sicuramente diminuito come interazioni, ma aumentato come numero di creator. Quando ho cominciato io non esisteva nemmeno il termine “BookTok”, esisteva TikTok e si parlava dei libri. Questo termine è arrivato dopo qualche mese, portato come sempre dall’America: ogni trend su questa piattaforma nasce lì, banalmente per una questione di lingua. I loro trend possono essere compresi in tutto il mondo mentre i nostri rimangono in Italia. Quando ho cominciato io eravamo in pochissimi, credo che fossimo forse una decina di creator, al tempo non sapevo che parlare di libri online fosse “canon”. Io volevo solo far vedere la mia collezione con quei cinque titoli. Col tempo sono arrivati molti altri creator, ad oggi siamo davvero tanti e condividiamo tutti una fetta di questa grande torta.
Resta sicuramente un ambiente florido dove si lavora ancora tanto, ma non si fanno più le visualizzazioni di un tempo. La piattaforma poi non aiuta con un algoritmo che oramai non funziona bene da un anno. Ci siamo sicuramente professionalizzati però. Credo che l’obiettivo della piattaforma sia proprio quello di allontanarsi il più possibile dai social network, e questo lo spiega anche il fatto che TikTok non è un vero social, ma una piattaforma di intrattenimento».
Non solo lettrice ma anche autrice con “Milena insegnami la felicità”: di cosa parla questo libro e a quale tipo di pubblico è rivolto?
«“Milena insegnami la felicità” parla di una balena grigia con la pancia bianca che è costretta a trasferirsi insieme a tutto il suo villaggio, poiché l’acqua nel punto in cui vive non è più salubre per gli abitanti. Nel farlo, purtroppo, vengono investiti da un fiume nero, il quale crea un grandissimo scompiglio. In questo trambusto Milena purtroppo si perde. Deve ritrovare casa sua, sua mamma e sua nonna, in qualche modo. Durante la storia incontrerà diversi amici che le insegneranno qualcosa, ma a cui lei saprà insegnare tanto altro.

È un libro che si adatta moltissimo dai 6 anni in su, spesso anche meno. So di diversi psicoterapeuti che utilizzano Milena proprio per capire quanto il bambino comprenda, perché se comprende tutto c’è un problema. Se invece vede solo l’avventura è molto meglio. Personalmente, mi piace dire che è un libro che può colpire e parlare ai traumi dei Millennial. Ci sono un paio di cose che mi appartengono e che appartengono alle persone che amo, e che a un Millennial (e non solo) possono ferire ma, spero, anche far bene».
Hai un “comfort book” che rileggi sempre nei momenti di difficoltà?
«Diciamo che dipende da cosa cerco e da cosa ho bisogno in quel momento. Però il libro che nel corso degli anni ho riletto più spesso è sicuramente “Il Piccolo Principe”: una risposta estremamente banale, lo so».
Adesso ti faccio un po’ di domande veloci alle quali devi darmi delle risposte veloci.
«Okay, velocissimi!»
Libro preferito?
«Oddio… “La casa sul mare celeste”… no, “Lezioni di chimica”».
Autore preferito?
«Ali Hazelwood, anche se non mi piacciono tutti i suoi libri».
Ti scocci mai di leggere?
«Sì, spesso e volentieri!»
Lettura estiva o lettura invernale?
«Estiva».
Manga o romanzo?
«Romanzo».
Cartaceo o ebook?
«Facciamo cartaceo per il romanticismo».
Trilogia o stand-alone?
«Trilogia perché mi piacciono i fantasy politici».
Finali aperti, sì o no?
«NO! Su questo davvero GA-LE-RA».
Romance o thriller psicologico?
«Romance».
Adattamento cinematografico: sì o no?
«Sì, ma se pensato come un prodotto diverso».
Lettura solitaria o in compagnia?
«In compagnia».
Dimmi un libro che non hai finito di leggere.
«“Ancora una volta con te”».
Lingua originale o traduzione?
«Dipende dal genere e da chi ha tradotto. Personalmente ho una lista nera di traduttori e ogni qual volta mi interessa un libro, se vedo che è stato tradotto da uno di loro preferisco la versione in lingua originale. Così come ci sono alcuni traduttori che mi piacciono tantissimo. Credo che la traduzione sia un processo umano, non matematico. L’atmosfera del contesto conta tanto, ma anche ciò che la community si aspetta e soprattutto la lingua in cui si sta traducendo. Ci sono modi di dire che funzionano all’estero ma che in italiano ovviamente non hanno alcun senso. Sbagliando la traduzione si può assolutamente andare ad ostacolare una lettura piacevole».
Sei curatrice di collane per Rizzoli. Come si svolge esattamente il tuo lavoro?
«Ho una collana editoriale a nome mio, “La Biblioteca di Daphne” si trova in libreria. Al momento siamo fuori con quattro libri, l’anno prossimo credo usciremo con altri sei o sette. Io parto dal selezionare i testi, sia indipendentemente sia tramite i consigli del team, che non sono ancora arrivati in Italia.
Facciamo finta che ho trovato un testo che voglio portare in Italia. A quel punto cerchiamo di capire se possiamo fare un’offerta, oppure nel peggiore dei casi, se c’è un’asta al buio dove dobbiamo giocare. Non è molto semplice navigare in questi ambienti. Facciamo finta però che siamo fortunati e vinciamo l’asta, a quel punto comincio a lavorare con i diversi team. Parto subito con il team di redazione nella scelta della traduttore. Se il testo è Fantasy mi occupo con loro della scelta di come tradurre i termini fantastici: chiaramente a volte la parola fantastica può essere lasciata in inglese, ma spesso viene ripresa nel testo, in quel caso va tradotto.
Dopodiché passo al team marketing e poi al team grafico. Monitoro quindi tutto l’andamento della pubblicazione: nel momento in cui c’è la mia faccia sopra cerco di avere il controllo su tutto, laddove alle persone non dovesse piacere, so che almeno ho fatto del mio meglio.
Quando poi arriviamo ad avere il testo finito, lo rileggo in italiano, metto magari qualche nota consigliativa sul cosa la community si aspetta. Come lettrice e portavoce dei lettori ci aspettiamo un certo tipo di coinvolgimento, che magari traducendo può essere sbagliato, ma non importa: noi vogliamo questo. Il mio contributo sta tutto nel rendere un libro per il lettore da lettrice del genere, ed è quello che poi secondo me fa la differenza. Dopodiché passa un’ultima volta per il correttore, e poi finalmente si chiude, si impagina e va in libreria. E questo è come nasce un libro».

