Per la sua prima regia “solitaria”, Benny Safdie porta sul grande schermo The Smashing Machine, un’opera delicata quanto intensa, disposta a scavare a fondo tra le debolezze e le contraddizioni dello storico pugile Mark Kerr.
Ascesa e caduta di una star
“La questione è fargli del male prima che lui lo faccia a me”
Quando lo vediamo salire per la prima volta sul ring, Mark Kerr (interpretato da un Dwayne Johnson in una inedita veste di attore drammatico), è un lottatore incontenibile, una macchina da combattimento capace di demolire ogni avversario. Lo seguiamo fin dal suo esordio nelle arti marziali miste, a cui si accompagnano, ben presto, una trafila di vittorie su palcoscenici sempre più importanti, ed una fama che, in pochi anni, cresce a dismisura.

È nell’impeto di questa ascesa irrefrenabile che Benny Safdie ci immerge e ci strattona, laddove vengono presto a galla anche i fattori di squilibrio della psicologia fragile e volubile di Kerr. E saranno proprio questi a mettere al repentaglio la carriera e la salute del pugile.
Una regia cruda e vivida
Per mezzo di Good Time e Diamanti Grezzi, i fratelli Safdie ci avevano ormai abituati ad una particolare cifra stilistica, caratterizzata da intensi primi piani e turbolenti piani sequenza. Ora, con la separazione dei due registi e il debutto dei rispettivi lavori individuali dei due (Marty Supreme di Josh Safdie è un altro dei titoli più attesi di questa stagione cinematografica), abbiamo l’opportunità di scoprire, nella sua specificità, il tocco di Benny, che, attraverso quest’opera, si è già guadagnato il Leone d’argento per la miglior regia.

Difatti, colpisce positivamente il taglio, spiccatamente introspettivo, che il regista ha prediletto per raccontare la storia di una figura come Kerr. Assistiamo, così, ad una regia intima ed avvolgente, capace, in alcuni frangenti, di cristallizzare i dolori e le incertezze della vita quotidiana dei protagonisti, oppure, in altri, di riprodurre l’adrenalina e l’azione sfrenata degli scontri all’interno del ring – travolgendo lo spettatore in un saliscendi di emozioni.
Dwayne Johnson come non lo abbiamo mai visto
Un ulteriore elemento ad aver generato grande curiosità attorno alla pellicola può considerarsi il ruolo di The Rock: l’ex-wrestler, dopo innumerevoli parti da “muscoloso gentile”, in film da facili risate ed alti incassi, potrebbe aver dato una svolta alla propria carriera attraverso un’interpretazione toccante ed intensa. Dwayne Johnson ha portato in scena un personaggio stratificato e complesso, restituendone i dissidi e le crisi, ma anche la rabbia e la volontà di rivalsa.
A ciò, è sicuramente congeniale l’intesa con Emily Blunt, immensa nella parte della compagna Dawn Staples, e combattuta tra le necessità dello stile di vita di lui e le proprie personali dipendenze.
L’importanza di saper perdere
“Vincere è la sensazione più bella che esista. 40.000 persone che tifano per te. Non c’è niente di simile al mondo.”

Eppure, il reale punto di forza di The Smashing Machine è, probabilmente, proprio nel percorso tortuoso di maturazione del nostro pugile, in un susseguirsi di cadute e rivalse che lo portano a comprendere che la sconfitta, in fondo, è necessariamente parte del gioco. Ed è, per questa ragione, dunque, che la redenzione non poteva che compiersi con una risata beffarda per una disfatta accettata: la rottura definitiva di quel meccanismo vizioso che ti concede di gioire per la sola illusione di avere il mondo tra le mani.

