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Atichefobia: la paura di fallire non ci fa vivere il presente

Ti è mai capitato di sentire di essere un fallimento? Sì? Beh, non sei solo e, probabilmente, appartieni alla Gen Z. Sì, perché quest’ultima risulta la generazione con la maggior paura del fallimento di sempre.

La paura di fallire è praticamente il “piatto del giorno” per chi ha tra i 20 e i 30 anni. È come trovarsi in un labirinto gigante senza una mappa, con un cartello che dice “scegli una strada”, ma nessuno ti dice quale porti al tesoro e quale a un vicolo cieco. Nel frattempo cerchi di sembrare sicuro, ma dentro stai pensando: “E se sto andando dritto verso il muro?”.

Atichefobia

No, non è una parolaccia. L’atichefobia è la paura intensa e irrazionale di fallire. Questa fobia può andare oltre il normale timore di non riuscire in qualcosa, trasformandosi in un’ansia paralizzante che interferisce con la vita quotidiana. È una condizione psicologica che rientra tra i disturbi d’ansia e può avere effetti significativi sia a livello personale che professionale.

Le persone atichefobiche tendono a evitare rischi, essere perfezioniste e ad autosabotarsi, per paura del fallimento, talvolta procrastinano o rinunciano del tutto a un obiettivo, evitando così di affrontare la possibilità di non riuscirci.

Questa fobia può limitare fortemente la vita di una persona, portandola a perdere opportunità importanti, come avanzamenti di carriera, nuove relazioni o esperienze personali arricchenti. Inoltre, l’evitamento del rischio può alimentare un circolo vizioso di insicurezza e isolamento.

Se ti sembra di leggere un’autobiografia, è perché molto probabilmente anche tu, come tutti i giovani che vivono in quest’epoca, hai addosso la desolazione del niente che ci hanno lasciato le generazioni precedenti.

Ma perché avviene questo?

La cultura della performance è sicuramente una responsabile: la Gen Z è cresciuta in un’epoca in cui l’eccellenza accademica, professionale e personale è spesso vista come obbligatoria. Ciò deriva dalla competizione sempre più intensa nei sistemi scolastici e dal messaggio costante che il successo è l’unica strada accettabile.

I social media non fanno che enfatizzare il successo, la perfezione e il raggiungimento degli obiettivi. Gli individui sono continuamente esposti a immagini idealizzate della vita degli altri.

L’incertezza economica ci distrugge: la Gen Z entra nel mercato del lavoro in un periodo di instabilità economica, con salari stagnanti, precarietà lavorativa e aspettative sempre più alte da parte dei datori di lavoro.

Per di più le crisi globali e le guerre non aiutano a percepire il mondo come fonte di opportunità.  La pandemia di Covid-19, la crisi climatica e altre emergenze hanno aumentato l’incertezza sul futuro, facendo sentire questa generazione più vulnerabile.

Inoltre, anche l’educazione e le aspettative genitoriali influenzano la nostra percezione. Molti giovani della Gen Z sono cresciuti con genitori richiestivi che enfatizzavano l’importanza di sicurezza e successo. Condizione che si traduce in paura di deludere le aspettative o di affrontare i rischi.

Per di più facciamo parte della generazione del tutto o niente, abituati alla gratificazione immediata, i giovani possono avere difficoltà a gestire i tempi lunghi del successo e del miglioramento personale.

Infine, gli evidenti problemi di salute mentale della nostra generazione concorrono alla disfatta. Nonostante una maggiore consapevolezza della salute mentale, molti giovani non hanno ricevuto una formazione adeguata su come affrontare il fallimento e le emozioni negative.

Conseguenze?

Questa incertezza per il futuro si trasforma nella necessità dei giovani di “pararsi il c*lo”. Cioè? Avere un piano B, sempre. È come se la vita fosse una partita di poker e si continuasse a infilare carte di riserva sotto il tavolo.

Nessuno vuole essere visto come qualcuno che ha fallito. Così, prima ancora di tentare qualcosa, la Gen Z ha già pronto il piano B: una via d’uscita, una fuga elegante nel caso in cui il piano A vada storto. Il piano B è una specie di “filtro di sicurezza” che ti fa sentire meno vulnerabile.

Quest’ultimo ti permette di mettere tutte le possibilità sul tavolo, senza mai sentirti troppo vincolato da una sola opzione. Perché, diciamocelo, scegliere è troppo impegnativo.

Voglio andare a vivere in campagna

Se la tua carriera da influencer, chef stellato, o CEO di una start-up di successo non decolla, c’è sempre la bella e tranquilla alternativa di fare il contadino con un buon piano di backup: “Se tutto va male, vado a vivere in campagna!” E qui scatta la magia.

La vita in campagna è diventata il piano B di tanti, perché se la città ti stressa troppo, non c’è niente di meglio che fare il “rural influencer” e far vedere su Instagram come raccogli le zucchine.

Tipo così

Ma perché questa fuga dalla città?

Dopo l’ennesima fila al semaforo e una settimana passata a respirare polveri sottili l’idea di una vita in stile “la casa nella prateria” non sembra così male. Inoltre, spendere metà stipendio per un appartamento minuscolo con vista sul muro del vicino, fa sognare una casa in campagna dove almeno la “vista muro” è una parete di mattoni rustici.

Yolo Economy

La Yolo Economy è una filosofia che sta cambiando radicalmente il modo in cui vediamo il lavoro. Sempre più persone, infatti, stanno abbandonando posti di lavoro stabili per inseguire nuove opportunità, alla ricerca di esperienze più libere e soddisfacenti.

Il termine deriva dalla famosa espressione “You Only Live Once“, che significa “si vive una sola volta” (una sorta di Carpe Diem 2.0) e riflette un cambiamento nella mentalità delle persone, soprattutto delle generazioni più giovani. La Yolo Economy riguarda la scelta di vivere e lavorare in modo più autentico e audace, dando meno importanza alla sicurezza economica e più alla realizzazione personale.

La Yolo Economy è un riflesso di un cambiamento culturale che sta ridefinendo le priorità nella vita e nel lavoro. Per molte persone, vivere solo una volta significa smettere di rimandare i propri sogni e abbracciare una vita più autentica, incentrata sulla passione e sulla realizzazione personale.

I suoi principi sono il rifiuto del lavoro tradizionale, il nomadismo digitale, il risparmio e il consumo consapevole, la flessibilità e la ricerca di sé.

Ovviamente, come ogni filosofia di vita, ha i suoi pro e contro, e richiede un coraggio non indifferente nel navigare nell’incertezza e nei rischi che comporta.

In ogni caso, la vita in campagna come piano B è sempre un’opzione… fino a quando non arriva la stagione della raccolta delle patate e capisci che per un altro piano B non è mai troppo.

Sempre la solita storia

In conclusione, la Gen Z ancora una volta subisce le conseguenze della realtà in cui si trova ad esistere trovandosi a combattere per una stabilità che sembra quella luce in fondo al tunnel che sembra non avvicinarsi mai, ma almeno è sempre pronta: se la carriera non va, c’è sempre il loro Etsy shop di candele artigianali o l’idea di fare ASMR con foglie croccanti.

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