C’è un momento, ogni anno, in cui il mondo smette di respirare in modo naturale e comincia a farlo a ritmo di notifiche. È il Black Friday, la ricorrenza internazionale dell’“Aggiungi al carrello”, l’equinozio sacro del “Non mi serve ma è scontato”.
Una sorta di Capodanno dei desideri impulsivi, in cui promettiamo a noi stessi che da domani useremo tutto: il frullatore con 27 funzioni, il tappetino da yoga “avanzato”, il corso online di origami zen che ci cambierà la vita in poco tempo.
La verità è che il Black Friday ha una magia sua: illumina i nostri bisogni come se fossero stelle, anche quando sono solo lucine a batteria, tre euro, pile non incluse.
Compro per rassicurarmi
Lo shopping compulsivo è il nostro modo moderno di costruire talismani.
Una volta c’erano amuleti, portafortuna, riti per allontanare la sfortuna: oggi c’è il checkout con PayPal. Acquistiamo per colmare un vuoto, per riempire un pomeriggio grigio, per coccolare quella parte di noi che crede, forse ingenuamente, che la felicità possa essere consegnata con spedizione rapida e gratuita. Con il Black Friday questo meccanismo diventa spettacolo. I siti si riempiono di utenti, ogni sconto sembra un destino favorevole, un segno cosmico: “Era scritto nelle stelle che quel robot aspirapolvere dovesse essere mio.”
La poesia dello sconto
Eppure, dentro questa follia c’è qualcosa di poetico.
Una strana danza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.
Ogni oggetto che compriamo promette una versione migliorata di noi: più organizzata, più produttiva, più sportiva, più chic. La corsa agli sconti è una metafora dell’esistenza:
corriamo, prendiamo, accumuliamo… e poi capiamo che non è lì che stavamo cercando la pienezza.
La pienezza, spesso, è in tutto ciò che non si compra.
In un pomeriggio lento, in un libro già letto, nel silenzio tra due respiri. Ma non importa.
Il Black Friday torna ogni anno a ricordarci che siamo umani, quindi un po’ contraddittori. Poeti del superfluo, collezionisti di aspirazioni impolverate, professionisti del “questo mi renderà la vita più bella”.
E alla fine cosa rimane?
Rimane l’ironia di guardarci allo specchio e chiederci se davvero avevamo bisogno di quell’ennesima candela profumata dalle note “legno di sogni nordici”.
Rimane la bellezza un po’ fragile dei nostri tentativi di consolarci.
Rimane il sorriso sospeso quando il corriere suona e noi, per un attimo, crediamo davvero che dentro quel pacco ci sia qualcosa di più grande di un semplice oggetto.
Forse il Black Friday non è il trionfo del consumismo, ma una piccola parabola sulla nostra vulnerabilità. Un promemoria poetico che ogni tanto cerchiamo fuori da noi stessi ciò che in realtà stiamo perdendo dentro.
E va bene così: basta esserne consapevoli… e lasciare magari un paio di cose nel carrello, senza cliccare “Compra ora”.

