Si dice spesso che i giovani siano disinteressati alla politica. È una frase che ritorna ad ogni tornata elettorale, ad ogni sondaggio sull’astensionismo, relativamente ad ogni discussione sul futuro del Paese. Eppure la realtà sembra essere più complessa. I giovani parlano di politica, ne discutono sui social, si schierano, si indignano. Il problema, forse, non è l’assenza di interesse, ma la profondità con cui questo interesse viene coltivato.
Chi scrive questo articolo, lo sta facendo trattando questo tema con la consapevolezza di chi, a 25 anni ha scelto di schierarsi, di accettare la sfida, e combattere per un territorio complesso.
Giovani e politica: identità o ideologia?
Negli ultimi anni è emersa una tendenza sempre più evidente: la politica viene percepita come una questione identitaria prima ancora che ideologica. Essere di destra o di sinistra diventa spesso un elemento della propria immagine pubblica, un’etichetta da esibire piuttosto che una posizione costruita attraverso studio, confronto e consapevolezza.
Molti ragazzi dichiarano di appartenere a uno schieramento senza conoscerne davvero le radici storiche, i riferimenti culturali o le trasformazioni avvenute nel tempo. La scelta politica rischia così di assomigliare alla scelta di una squadra di calcio: si eredita dalla famiglia, dal gruppo di amici o dall’ambiente in cui si cresce. Non sempre nasce da una riflessione personale.
Questo fenomeno appare particolarmente evidente nel modo in cui vengono percepite alcune figure del passato. Nelle conversazioni online, nei video pubblicati sui social network e perfino nei discorsi tra coetanei, non è raro imbattersi in slogan, citazioni o riferimenti a personaggi come Silvio Berlusconi o Benito Mussolini.
Il caso Berlusconi è emblematico. Per molti giovani che non hanno vissuto direttamente gli anni del suo governo, l’ex presidente del Consiglio è diventato quasi un personaggio della cultura pop: il simbolo dell’imprenditore di successo, dell’uomo che “si è fatto da solo”, del politico anticonvenzionale. Spesso il giudizio si costruisce attraverso meme, spezzoni televisivi e racconti frammentari, più che attraverso una reale conoscenza del suo ruolo nella storia politica italiana.
Ancora più delicata è la questione che riguarda Mussolini. In alcuni ambienti giovanili si osserva una progressiva banalizzazione della figura del dittatore fascista. Frasi come “ha fatto anche cose buone” vengono ripetute senza un reale approfondimento storico, come slogan vuoti che circolano sui social e finiscono per perdere il peso della loro gravità.
Non si tratta necessariamente di adesione convinta a un’ideologia fascista. Più spesso emerge un fenomeno diverso: la distanza temporale dagli eventi storici genera una sorta di anestesia collettiva. Quando una dittatura viene studiata soltanto sui libri e non più raccontata attraverso la memoria diretta di chi l’ha vissuta, il rischio è che venga percepita come qualcosa di lontano, quasi astratto.
Lo stesso meccanismo può verificarsi anche sul fronte opposto. Simboli della sinistra storica vengono talvolta richiamati senza una reale comprensione del loro significato politico. Si celebrano rivoluzioni, leader e ideologie che hanno segnato il Novecento senza conoscerne davvero le contraddizioni, gli errori e le conseguenze.
La vera questione, quindi, non riguarda tanto la scelta tra destra e sinistra, quanto il livello di consapevolezza che accompagna quella scelta.
Viviamo in un’epoca in cui l’accesso alle informazioni è praticamente illimitato, ma la velocità con cui le consumiamo riduce spesso lo spazio dedicato all’approfondimento. I social network premiano le opinioni immediate, le frasi ad effetto e gli schieramenti netti. La complessità, invece, richiede tempo. E il tempo è diventato una risorsa sempre più rara.
In questo contesto, la politica rischia di trasformarsi in una successione di simboli e personaggi da idolatrare o demonizzare, senza che vi sia una reale comprensione delle idee che rappresentano.
Una voce giovanile, il Sindaco più giovane d’Italia del 2022

Per comprendere meglio come i ragazzi vivano oggi il rapporto con la politica, abbiamo raccolto la testimonianza di Clemente Primiano; Sindaco di Casamarciano, eletto ad appena 22 anni.
Sindaco, qual è la percezione che vivono oggi i ragazzi appartenenti alla generazione Y o alla GenZ, ma soprattutto cosa spinge oggi ad impegnarsi?
«Giovane o adulto che sia, chi si impegna in politica, chi decide di assumere un ruolo attivo nelle istituzioni, ha il dovere di mettersi al servizio delle comunità, delle persone. Si tratta di un imperativo assoluto sostenuto dalla passione, dalla responsabilità, dal senso del dovere. Non esiste altro modo per onorare il patto che si stringe con i cittadini: infrangerlo vuol dire tradire la fiducia di ciascuno, ma soprattutto tradire i valori che sono alla base di una scelta che non può e non deve essere sacrificata sull’altare dell’interesse personale. Essere un buon sindaco, un buon assessore o un buon parlamentare, giusto per fare qualche esempio, non è solo un ossequio alla politica intesa come servizio ma un modo, anzi l’unico modo, per salvaguardare il più alto esercizio democratico con il quale ciascuno esprime il diritto – dovere di scegliere i propri rappresentanti: il voto. Se tutto questo viene meno si assiste alla disaffezione, alla colata a picco della partecipazione popolare alla vita pubblica, all’astensionismo. Un pericolo che cresce e si alimenta ogni volta che l’interesse superiore dei cittadini viene mortificato, ignorato. Ecco qual è la responsabilità maggiore di un giovane che si affaccia alla politica: mettersi al servizio degli altri, sostenerne la crescita, creare le condizioni per migliorare il contesto sociale, culturale, ambientale. Soprattutto onorare quella democrazia e quei diritti conquistati 80 anni fa quando il nostro Paese scelse da che parte stare».

