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Idealizzare il passato: l’arte di autosabotarsi

Chi non ha mai fantasticato su come sarebbe stato vivere nelle patinate e sfavillanti epoche passate, passando dai ruggenti anni ’20, ai libertini anni ’60 fino ai rocamboleschi anni ’80? Tutti, almeno una volta abbiamo pensato a quanto la nostra vita sarebbe stata diversa, migliore o peggiore se fossimo nati in un’altra epoca. Quante volte abbiamo sentito dire dai nostri genitori o dai nostri nonni la frase “si stava meglio quando si stava peggio”? Ma cosa succede quando si ha la convinzione di essere nati nell’epoca sbagliata? Quando si è sicuri di essere nati troppo tardi?

In questo caso possiamo parlare della Sindrome dell’Epoca D’Oro. Quella che i portoghesi chiamano Saudade e i gallesi Hiraeth.

Ma di cosa si tratta?

Enciclopedicamente parlando si tratta di un sentimento di nostalgia, di malinconia, di gusto romantico della solitudine, accompagnato da un intenso desiderio di qualcosa di assente. È il sentire la mancanza di qualcosa che non ci è mai appartenuto.

Il fulcro di tutto è la nostalgia. Non a caso la sua etimologia è greca ed è formata da due parole che significano “ritorno a casa” e “dolore”.

È un sentimento che di per sé si accompagna anche a sensazioni negative poiché è collegato alla rassegnazione, alla consapevolezza di qualcosa che sappiamo che non tornerà o addirittura di qualcosa che non abbiamo mai avuto.

In psicologia tale condizione si spiega con il processo dell’idealizzazione, ovvero, secondo Freud, un meccanismo di difesa che spinge ad amplificare ed elevare psichicamente un oggetto.

Questa condizione conduce ad un’alterazione della realtà per la quale il bersaglio della nostra idealizzazione viene spogliato di qualsiasi difetto che possa diminuire il suo valore e viene innalzato ad oggetto dei nostri desideri, in questo caso: un’epoca passata.

Cosa rende un’epoca così desiderabile da farcela idealizzare?

La risposta a questa domanda potrebbe non può essere univoca; ciò che rende un oggetto desiderabile per qualcuno non fa lo stesso per un altro.

La tendenza a “rifugiarsi” nel passato è un processo più comune di quanto si pensi al giorno d’oggi poiché il presente caotico e insoddisfacente che caratterizza le generazioni attuali rispetto alle precedenti spinge le persone a rifugiarsi in un passato che, anche spesso a causa di distorsioni cognitive, viene appunto, idealizzato.

Questo processo è reso possibile grazie a quella che chiamiamo memoria selettiva: il processo mnestico che permette di ricordare informazioni, anche molto lontane nel tempo, che sono significative per noi mentre ne dimentichiamo altre. Quel processo per cui il tuo ragazzo non ricorderà niente di ciò che gli hai detto cinque minuti fa ma non dimenticherà mai la formazione dell’Italia durante i Mondiali del 2006.

In questo caso, la memoria selettiva fa sì che noi ricordiamo solo eventi positivi del passato (un passato che possiamo aver vissuto in prima persona o che ci hanno raccontato) che quindi avvalorano la nostra idealizzazione di quel tempo innescando il cosiddetto bias di conferma: pregiudizio che guidando il nostro pensiero ci porta a prediligere solo informazioni che confermano la nostra ipotesi.

Quindi è vero che si stava meglio quando si stava peggio?

Non lo sapremo mai. Ciò che è sicuro è che l’essere umano è insoddisfatto per natura e, dunque, in qualsiasi epoca sono stati e saranno presenti detrattori della stessa. Inoltre, è evidente, che per quanto sognare un passato a noi caro possa apportare piacevolezza, è anche vero che l’altra faccia della medaglia dell’idealizzazione è il disprezzo che, in questo caso, siamo portati a provare per il presente. Questo, a lungo andare, genera un circolo vizioso di autosabotaggio la cui destinazione può essere solo l’insoddisfazione verso la propria vita attuale.

Dunque, per quanto sia bello fantasticare su un mondo che non c’è più immaginandone gli odori, i colori e la consistenza attraverso i ricordi o i racconti, è importante non dimenticare di vivere il nostro presente perché sarà il passato del nostro futuro.

Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere.

  • J.K. Rowling – Harry Potter e la pietra filosofale

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