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Il suicidio di Pavese: 75 anni da quel 27 agosto 1950

Per gli amanti della letteratura in generale e più specificamente della produzione letteraria del ‘900, il 27 agosto non può essere una data qualsiasi. È il giorno in cui, a soli 42 anni, Cesare Pavese ricorse al suicidio in una camera d’albergo a Torino. Quello che ha reso ancora più memorabile la sua scomparsa, oltre alla portata culturale e umana dello scrittore, è quanto scritto sulla prima pagina dei suoi Dialoghi con Leucò: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Le ultime parole che l’autore de La Luna e i falò ci ha lasciato in eredità, parole di un peso disarmante.

Non fate troppi pettegolezzi

A chi si rivolge Pavese con queste parole? Probabilmente si tratta dell’ultimo messaggio rivolto ai giornalisti. Un invito a non scavare ulteriormente circa la sua ultima e tormentata relazione con Constance Dowling, diva del cinema, nonché dedicataria della raccolta di poesie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e del romanzo La luna e i falò. I due si erano incontrati per la prima volta casualmente, durante una sera di Capodanno nella capitale, dove Pavese si era recato per scoprire l’ambiente romano e la Dowling (insieme a sua sorella) era giunta per cercare fortuna nel mondo cinematografico italiano. Ma la Roma del ‘900 non è un ambiente lieve e tenero per Pavese, che decide di tornare nella sua Torino.

Constance Dowling amata da Cesare Pavese attrice statunitense immagine in bianco e nero
Constance Dowling

Il destino, questo vento a volte puro e a volte ignobile che sembra trascinare tutti verso un dove preciso, farà rincontrare i due, proprio a Torino. Di qui forse la parentesi più rosea della vita dello scrittore torinese, un idillio amoroso tanto breve quanto intenso. Un innamoramento puro da una parte, probabilmente fugace dall’altra.

9 marzo. Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a venticinque anni. Eppure ho un senso di fiducia, di (incredibile) tranquilla speranza. È così buona, così calma, così paziente. Così fatta per me. Dopotutto, lei mi ha cercato. (..)

Dal diario di Pavese

Constance Dowling ritornerà a Roma e Pavese tenterà di far arrivare le sue parole fin lì, con la sola forza dell’amore e di una penna, pronto a spaccarsi in due e mostrare se stesso e le sue fragilità. Nessuna risposta vi fu.

Cara Connie, volevo fare l’uomo forte e non scriverti subito, ma a che servirebbe? Sarebbe soltanto una posa. (…) Ti amo. Cara Connie, di questa parola so tutto il peso – l’orrore e la meraviglia – eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è quasi nuova per me. Amore, il pensiero che quando leggerai questa lettera sarai già a Roma – finito tutto il disagio e la confusione del viaggio -, che vedrai nello specchio il tuo sorriso e riprenderai le tue abitudini, e dormirai da brava, mi commuove come tu fossi mia sorella. Ma tu non sei mia sorella, sei una cosa più dolce e più terribile, e a pensarci mi tremano i polsi.

Cesare Pavese, 17 Marzo 1950

Un fuoco alimentato da una flebile fiamma o un’illusione, questo non è dato a noi saperlo. Quello che è certo è che l’attrice statunitense ritornerà in America poco dopo con Andrea Checchi, attore con il quale aveva una relazione sentimentale. Di qui, la profonda tristezza e depressione che colpirà Pavese. La sua morte letteraria che anticipa quella biologica.

A pochi passi da quel 27 agosto

Nel tentativo di ricostruire i momenti più salienti del 1950 di Pavese è necessario raccontare anche di una parentesi positiva. L’autore vince il Premio Strega, la competizione letteraria italiana per eccellenza, con La bella estate, raccolta di tre romanzi brevi scritti in tempi differenti, pubblicati da Einaudi di Torino nel 1949, inseriti nella collana “I supercoralli”. Questa “vittoria” non fu in grado di illuminare il buio che ormai invadeva Cesare Pavese.

La dichiarata morte poetica

Non basterà un altro amore vissuto da Pavese durante l’agosto del 1950, quello con la giovanissima diciottenne Romilda, appartenente alla nobile famiglia dei Bollati di Saint-Pierre. La (forse) irrilevante storia d’amore si sviluppa a Bocca di Magra, in Liguria.

«Ci vuole umiltà non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più».

Il 18 agosto, 1950, Pavese. Frase con cui si chiude il diario.

L’addio al mondo della scrittura che preannuncia l’addio alla vita in generale. Perché? Perché Pavese considerava altamente indissolubile il legame tra letteratura e vita. Il legame tra Pavese e la scrittura per tutta la vita è stato un gioco in cui talvolta ha assunto il ruolo di vittima, talvolta quello di carnefice.

Il silenzio in una camera d’hotel

Dare la giusta rilevanza alla relazione tra Pavese e la Dowling non significa però riconoscere in questa delusione amorosa il solo motore che spingerà Pavese al suicidio. La morte sembra averlo perseguitato sin dalla sua infanzia. Perde prematuramente sia il padre che la madre, così cresce tra le braccia della sorella Maria. Ed ecco che quello che sarà l’imbattibile vuoto del pensiero suicida, si mostra come un’ombra già presente nel lontano 1927, inseguito ad un atto suicida commesso da un suo compagno di classe. Il gesto estremo cattura l’attenzione dello scrittore, che come sempre, lascia in eredità dei versi che possano aiutarci a comprendere il suo stato d’animo in merito. Addirittura è possibile ravvedere già adesso, un tentativo di emulazione. Gli stessi pensieri che trovano spazio lungo tutto il suo percorso di vita.

Sono andato una sera di dicembre
per una stradicciuola di campagna
tutta deserta, col tumulto in cuore.
Avevo dietro me una rivoltella.

Lettera a Mario Sturani, 1927

«Roma tace. […] Solita storia. Anche il dolore, il suicidio, facevano vita, stupore, tensione. In fondo ai grandi periodi hai sempre sentito tentazioni suicide. Ti eri abbandonato. Ti eri spogliato dell’armatura. Eri ragazzo. L’idea del suicidio era una protesta di vita. Che morte non voler più morire».
1 gennaio 1950, Il mestiere di vivere

Nello sforzo acuto di dare una narrazione generale del suicidio di Pavese, indicandone in quanto “cause” una profonda inquietudine innata e un amore (forse) mai ricambiato, come sempre le risposte più pure possiamo estrapolarle dai versi dello scrittore. Nel suo diario, Il mestiere di vivere, somma tutti i punti qui affrontati. Siamo al 25 marzo di quel brutto 1950, Cesare Pavese scrive:

«Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, amore, disillusione, destino, morte».

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