La cronaca nera è malsana!
Negli ultimi anni abbiamo potuto osservare il ritorno in voga di una corrente cinematografica improntata sull’intento di suscitare in chi guarda una crescente curiosità, che da molti potrebbe essere definita malsana, per tutto ciò che concerne il mondo della cronaca nera. I thriller, frutto di una geniale fantasia, non ci soddisfano più, perché non si avvicinano al reale come le serie tv o i film basati su fatti veritieri, documentati e ricchi di prove, spesso anche visive, e non solo letterarie. Tre anni fa a catturare l’attenzione degli amanti del genere fu la prima stagione dell’ormai celebre serie tv “Monster”, ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan.
Il prodotto cinematografico, improntato sull’inquietante figura di Jeffrey Dahmer, venne acclamato dalla critica in maniera negativa in quanto si ritenesse che il risultato ottenuto dai registi fosse stato quello di aver suscitato negli spettatori un sentimento di empatia collettiva nei confronti del serial killer, a discapito del ricordo della povere vittime da lui torturate. Ma dai ragazzini, soprattutto coloro che vivono su piattaforme come TikTok, la serie ha riscosso grande successo, rendendo la figura di Dahmer non solo affascinante, ma quasi attraente, scatenando così ancora più malcontento da parte della critica che, indignata, ha mosso molteplici obiezioni contro il lavoro di Murphy e Brennan.
Tale biasimo e disapprovazione sono aumentati con la realizzazione della seconda stagione di Monster, modellata sul caso dei fratelli Menendez, in quanto pare che la scelta dei due protagonisti di bell’aspetto abbia distolto l’attenzione del pubblico dal reale motivo per cui è nata la serie stessa.
Come riportato da Vanity Fair la famiglia dei due fratelli si è espressa duramente, definendolo: «Un incubo seriale fobico, disgustoso e anacronistico, che non solo è pieno di falsità e menzogne evidenti, ma che ignora le recenti rivelazioni scagionanti»… insomma Murphy e Brennan hanno dato vita a un «grotteco shock drama».
Hype alle stelle per Monster – Ed Gein
A pochi giorni dall’uscita della terza stagione di Monster, che verte sulla raccapricciante storia di Ed Gein, l’hype è risalito alla stelle e tutti tornano a parlare della bravura e maestria di Murphy, ma tutto questo clamore che si nasconde dietro l’attesa trepidante del lancio dei nuovi episodi è dovuto solo ad una passione viscerale verso il genere cinematografico o è una perniciosa ossessione per avvenimenti che sappiamo essere realmente accaduti e, in modo contorto, ci attirano?
Perché dovrebbe piacerci guardare le vicende di un “macellaio di Plainfield che creava soprammobili con i resti della donne uccise“, come definito dal Corriere della Sera. Anziché chiudere la tv nel momento in cui assistiamo ad un serial killer necrofilo che si diletta nell’hobby di arredare la sua casa con ciò che restava della sue vittime, ci incolliamo ancora di più allo schermo e restiamo col fiato sospeso fino all’ultimo.
Tale atteggiamento viene esplicitato all’interno della serie tv stessa, in dialoghi diretti portati avanti da due diversi personaggi, il primo recita testualmente: «Il pubblico è cambiato e a cambiarlo sono stato io. Tutti vogliono di più, di più, di più, come maiali che hanno assaporato il sangue. Non si torna indietro. Non ora». Dice colui che interpreta Alfred Hitchcock, nonché l’ideatore di “Psyco”, pellicola ispirata proprio alla storia di Ed Gein. «Non girerò il film che questo paese vuole. Girerò il film che si merita. L’hanno creato loro. L’atrocità, la violenza, la crudeltà, la depravazione, le bugie. Siamo umani, eppure non siamo più umani. Quindi è questo che avranno». Recita invece il personaggio di Tobe Hooper, creatore di “Non aprite quella porta”.
Monster: un capolavoro ideato dal genio Murphy
A rendere esplicito quest’andamento e cambio di rotta nei gusti dell’osservatore è Ryan Murphy stesso che, servendosi della figura dei due registi, rende evidente come il suo prodotto cinematografico, crudo e privo di filtri rappresentativi, soddisfi pienamente l’irrefrenabile fame di curiosità degli appassionati del tetro e lugubre.
No all’immaginazione, sì alla fedeltà con la storia reale
Possiamo supporre che sia proprio questo il motivo per cui la terza stagione di Monster, rispetto alle prime due, non lasci spazio all’immaginazione, perché ogni crudeltà, giochetto perverso o atto disumano compiuto dal serial killer viene mostrato con minuziosa attenzione ai dettagli, senza risparmiare nemmeno un minimo dubbio su ciò che è accaduto alle vittime. Del resto la fedeltà al reale era già stata appurata dopo la visione delle stagioni precedenti, anche se Murphy spesso si fa prendere la mano da tutto ciò che è possibile romanzare. Egli mette sullo schermo le complicazioni che inevitabilmente vengono a galla con la creazione di una serie di tale calibro, quanto possa influenzare sulla psiche di un attore la preparazione di certi atroci personaggi e quanta importanza abbia il feedback della critica.
Detto ciò, nonostante Murphy si sia riconfermato un estro del genere thriller/horror, un prodigio del ciclo delle docuserie sui serial killer da lui inaugurato negli ultimi anni, devo riconoscere che quest’ultima stagione non mi ha tenuta incollata allo schermo a causa della presenza di troppe storie di diversi personaggi secondari che si intrecciano tra loro attraverso digressioni e flashback. Certamente è intrigante vedere come prende forma il processo creativo di un regista, quali sono le reali intenzioni dietro la nascita di una serie come questa e i motivi che spingono gli ideatori ad esagerare alcuni particolari. Effettivamente, come recitato nel quinto episodio, è colpa nostra, siamo noi ingordi spettatori ad esigere una cotanta ferocia e spietatezza, affinché essa possa soddisfare la mole di bramosia di sapere, di bizzarria, che ci spinge a farci scorpacciate di serie, film e podcast che ci raccontano cosa succede, o è successo, di tanto raccapricciante nel mondo, alcune volte anche a pochi passi da noi.
Perché proprio i serial killer?
Forse a rendere queste trame una così grande calamità è proprio il fatto che trattano di argomenti che sono lontani da noi, di cui non facciamo (fortunatamente) esperienza in prima persona, di cose che magari sentiamo di sfuggita mentre, facendo zapping sulla tv, ci soffermiamo per un secondo sul telegiornale. Affascina tutto ciò che è misterioso, sconosciuto e incomprensibile, magari per il lacerante bisogno umano di comprendere i grandi perché nascosti dietro alle azioni bestiali di altri uomini e donne che, a prima vista, sono identici a noi.
Dunque, cosa ha spinto i più grandi serial killer della storia a fare quello che hanno fatto? Erano folli, malati, traumatizzati? Quali sono i motivi che li hanno spinti ad agire? Perché… perché… perché…
A mio avviso, anche se la storia di Ed Gein è senza ombra di dubbio quella più disgustosa da guardare, per via delle scene vomitevoli che la caratterizzano, la prima stagione basata sul cannibale del Milwaukee resta imbattibile in termini di fedeltà al reale e suspence crescente dal primo episodio fino all’ultimo minuto di quello conclusivo.
Gli amanti del macabro nel frattempo tengono il fiato sospeso in attesa della quarta stagione, già stata confermata dai due creatori, che si ispirerà alla storia di Lizzie Borden, nascondendosi dietro alla banale scusa di non essere dei fanatici di tutto ciò che percepiamo come oscuro e cattivo, ma nient’altro che grandi fan di Ryan Murphy.
di Giulia Cappello

