Dal capolavoro letterario all’epica cinematografica, 50 anni fa debuttava nelle sale Il deserto dei Tartari, che, con la regia di Valerio Zurlini, rianimava le profonde e spietate critiche mosse da Buzzati contro i rigidi formalismi militari e le vane ambizioni di gloria.
Con la città alle spalle
Giovanni Drogo è appena diventato ufficiale quando viene assegnato, come servizio di prima nomina, alla fortezza Bastiano (Bastiani nel libro), un avamposto di frontiera isolato dalla città, e da tempo immane bloccato nella noia della perenne attesa per la guerra che verrà. Eppure, i ferrei regolamenti e le esasperanti procedure sopravvivono e scandiscono la vita all’interno della fortezza: una quotidianità cui Drogo si dovrà abituare suo malgrado, costretto ad abbandonare la spensieratezza della gioventù e tutti gli affetti che lo aspettano in città. Mentre il tempo corre, avanzando imperterrito.
Per della patetica gloria
Il romanzo – che in poco tempo sarebbe diventato un classico della letteratura italiana – uscì nel 1940, dunque nel pieno della furia bellicista che da lì a pochi mesi avrebbe portato l’Italia fascista a partecipare alla Seconda guerra mondiale. Un contesto da cui si moltiplica la potenza del messaggio che già allora Dino Buzzati comunicava, attraverso una storia che espone, in tutta la loro pateticità, quanto futili possano essere i desideri di guerra che attanagliano la ragione umana, quanto in realtà sia autoreferenziale la ricerca di quel nemico contro cui battersi per dar prova del proprio valore.

Il lento fiume che scorre
Ma ancor più che 80 anni fa, Il deserto dei Tartari parla all’uomo contemporaneo quando riflette sulla volatilità del tempo. L’autore – che ancora oggi è celebrato come il “Kafka italiano” – infatti spiegava:
Come mi è venuta in mente la storia del deserto dei Tartari? Probabilmente tutto è nato nella redazione del “Corriere della Sera”. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni, e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no. E intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano e andavano, trasportati dallo stesso lento fiume, e mi domandavo se anche io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire.

Così i Tartari divengono il simbolo di quel domani che attendiamo per l’eternità, mentre passano i giorni, i mesi e gli anni, e i nostri sogni restano schiacciati dal peso di un presente soffocante. Metafore ed echi che Zurlini – che aveva letto il romanzo a quattordici anni e ne era rimasto stregato – ha tradotto fedelmente sul grande schermo, accentuando la malinconia dell’atmosfera, la gravezza dell’inesorabile.
Una trasposizione complicata
Il passaggio dal libro al film ha però richiesto molti anni, lungo i quali si è sviluppata una complessa gestazione. Da Michelangelo Antonioni ad Alain Delon, numerose grandi personalità si sono interessate a trasformare le parole in immagini, senza però riuscirci a causa di variegate vicissitudini produttive: già nel settembre del 1955 Vittorio Gassman scriveva a Buzzati per presentargli il proprio progetto, ma il produttore Carlo Ponti avrebbe temuto sulla buona riuscita dell’impresa facendo, così, naufragare l’iniziativa. Successivamente, il lavoro passa nelle mani del regista Claude Sautet (Asfalto che scotta, Corpo a corpo), per il quale, collaborando alla stesura della sceneggiatura, Buzzati arriva a scrivere un “trattamento cinematografico”, ad oggi documento essenziale su un film mai realizzato.
E mai realizzato poiché, alla fine di innumerevoli passaggi di mano in mano, i diritti su Il deserto dei Tartari li acquista l’attore Jacques Perrin, che avrebbe dedicato lunghi anni e tutti i propri averi alla trasposizione cinematografica, affidando la regia a Valerio Zurlini e tenendo per sé il ruolo del protagonista Giovanni Drogo.
La fortezza remota

Benché Buzzati non abbia potuto esprimere il proprio parere poiché era venuto a mancare prima dell’avvio della produzione, il risultato è un’opera sontuosa quanto solenne, che acquisisce vita propria grazie alla regia poetica di Zurlini, l’interpretazione profondamente personale di Perrin, la sceneggiatura di André G. Brunelin, le musiche di Ennio Morricone.
Un cast d’eccezione regala dei volti indimenticabili ai personaggi descritti dallo scrittore bellunese, da Vittorio Gassman nei panni del colonnello Filimore a Giuliano Gemma in quelli del maggiore Matis, passando per Helmut Griem e Jean-Louis Trintignant, nelle vesti del tenente Simeon e del medico Rovine.
Per le riprese fu utilizzata la fortezza di Bam, un castello di fango sul confine tra Iran e Afghanistan, davanti al deserto di Dasht-e Lut, e che crollò su se stesso nel 2003 a causa di un violento terremoto.

