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YPOSTA: Settimana di Botti

Settimana d’inizio anno coi botti, per questo pazzo, pazzo mondo. La fine del regime di Maduro in Venezuela sconvolge l’America, ma non solo. I botti della guerra in Ucraina sarebbero arrivati anche in casa Putin, forse. Mentre in Italia si litiga (ma soltanto un po’) su come chiamare i botti da mandare a Zelensky. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.

La fine di Maduro

Dopo tante parole e minaccie, alla fine siamo arrivati al regime change, per davvero. Dopo aver affondato le barche con la droga (o almeno Donald così sostiene), mandato portaerei e bloccato quel po’ di esportazioni petrolifere, ora Trump ha rotto gli indugi ed è andato all’offensiva definitiva. Tutto è cominciato qualche giorno fa, con un’incursione dal sapore nostalgico… Come dimenticare infatti i ruggenti anni 80. Gli jeans a vita alta, i leggins fluo e le operazioni segrete della Cia in America latina. Dopotutto non c’è niente da fare, le tendenze, prima o poi, tornano sempre. Ed infatti settimana scorsa alcuni droni americani, in gran segreto (cosa inusuale, Donald di solito sbandiera i suoi attacchi in lungo ed in largo) avrebbero colpito un molo sulla costa venezuelana. Il porto (secondo Trump utilizzato per esportare droga) sarebbe in una località piuttosto remota e l’attacco, orchestrato dalla CIA, non avrebbe provocato vittime.

Una reazione tardiva

Maduro allora, stanco e deluso dagli scarsi risultati della strategia dell’opossum (fingersi morto), ha cominciato a dare i primi segni di vita. Infatti il presidente del Venezuela, in settimana, aveva dichiarato di essere pronto ad avviare colloqui con Trump per discutere del narcotraffico, delle risorse petrolifere del paese ed addirittura di accordi commerciali. Questa improvvisa ed eclatante apertura aveva destato non pochi sospetti. Perché se Maduro era disposto a fare simili aperture, evidentemente tirava proprio una brutta aria…

L’attacco decisivo

Ma forse non è stato abbastanza o forse era ormai troppo tardi. Ieri notte infatti gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela. Dopo aver bombardato varie aree del paese, compresa la Capitale Caracas, la Delta Force (squadra speciale dell’esercito Usa), ha catturato il Presidente Maduro e Cilia Flores, sua moglie, portandoli negli Stati Uniti. I due saranno processati dalla giustizia americana.

Maduro catturato dagli agenti Usa
Maduro catturato dagli agenti Usa

Giù il cappello

Mettendo un attimo da parte le analisi sul merito dell’attacco (tranquilli, avremo modo di occuparcene), non si può non ammettere di essere dinanzi ad un incredibile successo per le forze armate degli Stati Uniti. Operazioni simili sono il sogno di tutti i dittatori (o aspiranti tali) del mondo. Purtroppo però, spesso, le cose vanno in maniera diversa. Basti pensare, infatti, all’ormai celebre operazione speciale di Putin in Ucraina. Anche Vladimir puntava ad entrare a Kiev, catturare Zelensky e mettere la famosa “testa di legno” a capo del paese, tutto in una notte. Ed invece si è infognato in un conflitto d’attrito (ancora in corso), che ha provocato milioni di morti, bruciando miliardi di dollari in armi e danni. E 4 anni dopo Zelenksy è ancora lì.

L’origine del male

Trump ha utilizzato la narrazione della lotta al narcotraffico per giustificare la pressione, prima, e l’attacco/cattura, ora, ai danni di Maduro. Ma la storiella della droga non regge alla prova dei fatti. Il Venezuela è un paese di mero transito della droga, tra l’altro tra i più piccoli. Inoltre Trump ha da poco concesso la grazia (senza fornire prove o motivazioni) all’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, lui narcotrafficante vero (un tribunale di New York lo aveva condannato a 45 anni di carcere, per narcotraffico e corruzione). E certo, ormai lo sappiamo, Trump cambia idea con la stessa frequenza con cui cambia le mutande, però forse ora stiamo esagerando…

I motivi, sul serio

La verità è che le cose tra il Venezuela e gli Stati Uniti vanno male da più di 20 anni, già dai tempi di Chavez. L’amato (ed anche piuttosto fortunato) ex presidente venezuelano infatti, una volta preso il potere, instaurò un regime socialista ed anti americano. I rapporti tra i due paesi peggiorarono, ed alcune aziende petrolifere americane persero parte della loro “influenza” sul Venezuela.

L’era Maduro

Con Maduro poi le cose sono persino peggiorate. L’erede di Chavez infatti non solo ha proseguito la cacciata degli americani dal Venezuela, ma ha anche aperto le porte alla Cina. E questo per gli americani è stato davvero troppo. Si poteva ancora accettare, a fatica, che il petrolio venezuelano non fosse più nelle mani delle aziende americane. Ma che la Cina, il principale avversario degli americani, possa avere così tanta influenza in un paese dell’America latina, il giardino di casa degli Stati Uniti, era davvero troppo. Gli americani allora hanno provato a fare cambiare idea a Maduro. Ma dato che le “buone” (sanzioni economiche) hanno prodotto risultati scadenti, si è passati alle cattive. Ed ha funzionato, forse oltre le più rosee aspettative. L’attacco nella notte tra venerdì e sabato, infatti, ha portato alla cattura di Maduro, ed al crollo del suo regime, tanto avverso agli Stati Uniti.

Trump con un tweet annuncia la cattura di Maduro
Trump con un tweet annuncia la cattura di Maduro

Ed ora, il Venezuela?

Con la fine di Maduro, per il Venezuela cominciano le montagne russe. Secondo la costituzione, il potere dovrebbe passare nelle mani della vicepresidente, Delcy Rodríguez. Però, inutile girarci attorno, nessuno ha mai davvero preso in seria considerazione la costituzione del paese. Il governo Maduro non era riconosciuto da molti paesi (tra cui ovviamente gli Usa). Le ultime elezioni erano state un “pizzico” truccate. E come se non bastasse, Maduro ha provato ad uccidere tutti i suoi oppositori politici.

Machado moment

Quindi no. Non sarà la costituzione a dirci cosa accadrà in Venezuela nelle prossime ore. Possiamo ipotizzare giorni molto difficili per i fedelissimi di Maduro, che però hanno annunciato di non voler mollare. Quindi il regime, per ora, è stato decapitato, ma non ancora rovesciato. L’opposizione, formata dalla neo premio Nobel per la Pace, Machado, e l’ex sfidante di Maduro, Edmundo Gonzalez, potrebbe passare all’offensiva e provare a prendere il potere. Anche perchè il duo Gonzalez e Machado è visto con favore dagli Usa, in grado di “agevolare” il passaggio di potere nelle loro mani. Rimane però il problema, non proprio secondario, della diaspora dell’opposizione. Ad oggi infatti Gonzalez è rifugiato politico in Spagna, mentre Machado è in clandestinità all’estero. Insomma per i venezuelani saranno giorni piuttosto caotici…

E le parole di Trump non hanno aiutato a chiarire la situazione, anzi. Donald infatti ha parlato in maniera molto vaga dell’operazione militare ed in maniera ancora più vaga del futuro del Venezuela e delle sue riserve petrolifere. Ha detto che gli Stati Uniti si impegneranno a favorire la transizione di potere, e che controlleranno il paese fin quando il processo non sarà completato. Difficile immaginare come tutto ciò potrà accadere, senza un altro intervento militare. Ma abbiamo capito che per Trump & Co, dopo aver definitivamente messo da parte il sogno del Nobel per la pace, le operazioni militari non sono un problema.

Il comunicato di Maria Corina Machado
Il comunicato di Maria Corina Machado

Ed ora, il mondo?

Una breve riflessione sulle conseguenze di questa operazione sul resto del mondo è doverosa. Perché se certamente Stati Uniti e Venezuela sono i diretti interessati, il resto del mondo non può rimanere indifferente dinanzi agli eventi di venerdì notte. Trump infatti ha ordinato un attacco ad un paese sovrano, senza uno straccio di dichiarazione guerra, di motivazione o di prova, infischiandosene dell’Onu. In pratica siamo al liberi tutti. Dopo la II guerra mondiale, si era provato a costruire un mondo in cui le relazioni internazionali fossero regolate dal diritto e dalle organizzazioni internazionali (Onu). Quel mondo lì non era perfetto (inutile mentire), però, in parte aveva funzionato. Durante quel periodo non ci sono state guerre “totali”, attacchi ingiustificati ed azioni unilaterali. I leader, prima di passare ai fatti, di solito si degnavano almeno di chiedere l’autorizzazione (anche solo formale) dell’Onu, di creare una cornice di legalità alle operazioni militari.

Un mondo nuovo

Ora sembra che sia tutto finito. Col magico trio Trump-Putin-Xi, la forza è l’unico elemento in grado di plasmare le relazioni internazionali. Il diritto internazionale è carta straccia, mentre l’Onu è un’organizzazione superata dal tempo, utile solo per regalare qualche stipendio. Per i paesi “piccolini”, il futuro è cupo. Prima è stato il turno dell’Ucraina, poi il Venezuela e, forse, la prossima vittima di questo nuovo ordine mondiale potrebbe essere Taiwan.

Botti in casa Putin, forse

Finale di anno all’insegna del mistero per via di attacchi coi droni non telefonati. Dopo l’azione segreta della Cia in Venezuela infatti, martedì alcuni droni ucraini pare abbiano colpito (o almeno provato) una delle residenze di Putin. 91 droni ucraini avrebbero attaccato la residenza presidenziale di Valdai nella regione di Novgorod. I sistemi di difesa russi però avrebbero intercettato l’attacco, che quindi non avrebbe causato danni o vittime.

Tutti questi condizionali sono d’obbligo, poiché non abbiamo neppure una prova dell’attacco. Dopo giorni di silenzio ha mandato un video di un drone ucraino (Chaklu-V) danneggiato. Hanno però “dimenticato” di fornire altri “dettagli” tipo l’ora, la data…il luogo. La Russia non si è degnata di mandarci nulla a riguardo. E prima di alimentare false speranze, meglio dire subito che non hanno nessuna intenzione di farlo. Il portavoce Peskov ha dichiarato che non c’è bisogno di nessuna prova e che bisogna fidarsi della loro parola. Piuttosto strano per chi, come i russi, dall’inizio della guerra (o operazione militare speciale) si è sempre impegnato molto a fornire foto e video delle azioni ucraine in territorio russo. Forse tra i buoni propositi per il 2026 di Putin c’è anche quello di condurre la sua operazione militare speciale in maniera più discreta. Chissà.

In tutta onestà tenderei ad escludere l’ipotesi secondo cui l’attacco sia stato simulato dai russi, per bloccare i negoziati di pace. Dopotutto sono 4 anni che Putin non si fa nessun problema a respingere ogni proposta di accordo, ribadendo che di pace non vuole sentirne parlare. Quindi non vedo la necessità ora di inventarsi scuse. Anche la Cia sta provando a fare un po’ di luce sul misterioso attacco. Secondo l’agenzia americana, l’attacco (se c’è stato) non è stato opera degli ucraini. Persino Trump (di solito propenso a credere alla versione di Putin & Friends) si è mostrato scettico. In ogni caso tra qualche giorno ne sapremo di più… forse.

Botti italiani per l’Ucraina

Tornando al nostro disgraziato paese, in settimana è stato approvato il nuovo decreto di aiuti all’Ucraina per il 2026, che aveva causato qualche tensione nella maggioranza. Secondo la Lega infatti nel provvedimento (che sarebbe dovuto essere pronto ad inizio dicembre) la parola “militari” era presente un po’ troppo spesso. E forse ciò avrebbe indispettito Putin, amico di vecchia data di Salvini. Per questo motivo il re del Papeete aveva chiesto a Meloni di eliminare la parola “militari” e lasciare soltanto aiuti. Il botta e risposta tra i due partiti di maggioranza, durato quasi un mese, ha prodotto un provvedimento praticamente identico a quello precedente, ma con qualche “militare” in meno. Quindi Meloni ha salvato il decreto e Salvini ha salvato la faccia. E vissero tutti felici e contenti.

Uno su mille ce la fa

In Italia abbiamo passato le ultime settimane a lamentarci per una legge di bilancio conservativa, tardiva, e che aiuta i ricchi. Anche se forse non proprio tutte le critiche erano opportune, sicuramente ognuno di noi aveva dei validi motivi per lamentarsi (come di solito accade). Ci sono paesi in Europa, però, che se la passano peggio. In Francia infatti la legge di bilancio non sono proprio riusciti a farla. E non è la prima volta. Infatti già lo scorso anno il paese non si era dotato di una legge di bilancio, e si era affidato ad una legge “speciale” per tirare a campare. Anche quest’anno le cose andranno così. Una legge speciale per tirare a campare, fino alla prossima, prevedibile, crisi di governo di un paese in crisi con l’economia, la politica e la realtà.

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