Il sequestro dell’Achille Lauro
Che meraviglia i ruggenti anni ’80. Dopo i deprimenti anni ’70, gli italiani finalmente cominciano a godersi la vita, facendo valanghe di debiti che ancora oggi non riusciamo a ripagare. Il pentapartito, guidato dall’incorruttibile Bettino Craxi, dominava la politica italiana, popolata al tempo da gente come l’insuperato (e probabilmente insuperabile) Gianni De Michelis, la cui guida sulle discoteche italiane (una sorta di guida Michelin) è stato senza dubbio il miglior lascito di quel periodo alla Repubblica. (Assieme alle tangenti).

E chi pure non se lo passava male erano i passeggeri della nave da crociera Achille Lauro (non ci sono legami di parentela col giudice di X Factor, è inutile andare a controllare), in viaggio il 7 ottobre 1985 da Alessandria d’Egitto a Port Said. Durante la mattina dello stesso giorno però finisce la pacchia. Un silenzio radio anomalo infatti avvolge l’Achille Lauro. La nave avrebbe dovuto comunicare con le autorità portuali di Porto Said, in Egitto, per coordinare l’arrivo. Ma solo intorno alle 13:00, la nave si fa viva, e non per organizzare lo sbarco, ma per lanciare un segnale di soccorso captato da una stazione radio svedese e dagli “onniscienti” israeliani. (Probabilmente George Orwell, per il suo Grande Fratello, si è ispirato al Mossad). Il messaggio è breve ed inquietante: la nave è stata presa d’assalto da uomini armati.
La notizia arriva in Italia
Alle 14:10 il Presidente del Consiglio Bettino Craxi ed il Ministro degli Esteri, Giulio Andreotti (anche lui celebre per la sua integrità morale), ricevono il dispaccio: “La motonave Achille Lauro è stata dirottata da un commando palestinese”. Non oso immaginare la batosta psicologica: gestire un sequestro di una nave con un governo ballerino e tangenti da smistare non sarà stato semplice. Dopo ore di confusione, in serata il commando palestinese si fa vivo. Rompe il silenzio radio per comunicare di appartenere al Fronte per la Liberazione della Palestina e per dettare le prime condizioni per porre fine al sequestro. I dirottatori vogliono la liberazione di 50 compagni, detenuti in Israele e minacciano di far saltare in aria la nave in caso di intervento esterno.
Il Prequel
I quattro dirottatori, appartenenti ad una frangia radicale dell’OLP (controllata da Yasser Arafat), si erano imbarcati a Genova, con dei documenti falsi. Al termine del dirottamento, uno dei sequestratori svelerà il reale piano: un attentato in un porto israeliano di Ashdod. Purtroppo per loro però (ed anche per tutti i passeggeri della nave) un membro dell’equipaggio (che non poteva proprio farsi i fatti suoi) li aveva scoperti ed allora ai dirottatori non era rimasta nessun’altra scelta se non sequestrare la nave. Il dirottamento era legato alla cara vecchia storia dell’occupazione di Israele della Palestina. Ed anche per questo diviene, in poche ore, un caso di rilevanza internazionale.
La via della violenza
Appena ricevuta la notizia del sequestro, il governo italiano, forse sottovalutando la minaccia dei dirottatori, attiva il piano di emergenza militare denominato “Operazione Margherita”. Corpi d’élite, quattro elicotteri da trasporto e diversi velivoli da ricognizione sono mobilitati. Per non farsi mancare niente, anche alcune unità navali della Marina Militare si dirigono verso le coste egiziane per intercettare l’Achille Lauro.
Arafat il risolutore
Le intenzioni bellicose del decisionista Craxi si schiantano subito contro la realtà. Un assalto su una nave da crociera di quelle dimensioni si sarebbe potuto trasformare in una carneficina. La nave tra l’altro era pure in mare aperto, a causa del rifiuto della Siria di fare attraccare la nave a Tartus, e ciò complica maledettamente l’operazione. Per fortuna l’intervento provvidenziale del leader dell’OLP (Yasser Arafat), disposto a fare da mediatore, convince definitivamente Craxi a lavorare per una soluzione pacifica. In questo modo si possono prendere due piccioni con una tangente…fava. Si sarebbero potuti salvare le vite degli ostaggi e le relazioni italiane con i paesi arabi.
Arafat da subito mette le mani avanti: nega che lui e l’OLP abbiano a che fare con il dirottamento. Quindi individua due mediatori Hani El Hassan e Abu Abbas, per raggiungere un compromesso coi dirottatori. In realtà Arafat sta mentendo a tutto spiano. Dietro l’operazione c’è proprio l’OLP e neppure i due mediatori sono “solo” semplici mediatori…
Nonostante la ferma opposizione ad ogni trattativa coi terroristi degli Stati Uniti (guidati da Ronald Regan), comunque sempre molto attenti alle cose che accadono in Medio Oriente, il governo italiano comincia a trattare. Dopotutto tra tutte le mazzette che girano a Roma, non sarà troppo complicato fare ” qualcosa” anche per i dirottatori.
La svolta tragica
Nonostante le notevoli capacità negoziali di Craxi & co, durante le prime ore del dirottamento il negoziato è in stallo. Per aumentare la pressione sulle autorità italiane (che forse stavano prendendo il caso un può sottogamba), i dirottatori cominciano a minacciare di uccidere un ostaggio ogni tre minuti.
Per mostrare la serietà delle loro cattive intenzioni, decidono di organizzare un’azione dimostrativa, un “sacrificio”. Dividono i passeggeri in gruppi in base alla nazionalità, quindi separano americani e britannici dagli altri, lasciandoli poi sul ponte sotto al sole (sennò che crociera è?).
Dopo essere guardati un po’ attorno, i dirottatori scelgono la loro vittima ideale: Leon Klinghoffer. 69 anni, cittadino degli Stati Uniti ed ebreo. A causa di un ictus, ha una paralisi alla parte destra del corpo e si muove solo su sedia a rotelle. Klinghoffer si trova sulla crociera per festeggiare con la moglie Marylin il loro 36° anniversario di matrimonio e la guarigione dal cancro della moglie (festeggiamento probabilmente prematuro, dato che lei morirà pochi mesi dopo sempre di cancro).
Klinghoffer rappresenta l’obiettivo “ideale” per i terroristi: colpire un ebreo cittadino degli Stati Uniti è, secondo i dirottatori, il modo più diretto per ricattare l’Occidente e dare risonanza internazionale alle loro rivendicazioni. Inoltre Klinghoffer, per via delle sue precarie condizioni fisiche, non avrebbe potuto opporre resistenza. Quindi la sua esecuzione sarebbe stata rapida ed “indolore”.
L’omicidio
L’8 ottobre, al-Molqi (presunto capo del commando palestinese,) uccide Klinghoffer sul ponte della nave, con un colpo alla testa e uno al petto. Subito dopo, costringe il parrucchiere di bordo e un
cameriere a gettare il corpo e la sedia a rotelle in mare. Il cadavere di Klinghoffer non sarà lasciato agli squali. Le autorità siriane recupereranno il corpo tra il 14 e il 15 ottobre, che sarà consegnato all’ambasciatore degli Stati Uniti d’America a Damasco verso il 20 di quello stesso mese e da questi imbarcato sul volo di linea n. 743 dell’Alitalia alla volta di Roma. Leon Klinghoffer sarà, in seguito, riportato negli Stati Uniti d’America e sepolto nel Beth David Memorial Park di Kenilworth (New Jersey).
La risoluzione
Il 9 ottobre le trattative proseguono. Craxi, ancora all’oscuro della morte di Klinghoffer (o almeno così sostiene lui), promette ai dirottatori un salvacondotto (passaggio sicuro) verso un paese arabo di loro scelta (identificato nella Tunisia, dove, guarda caso, allora aveva sede l’OLP), a patto di liberare la nave ed i passeggeri. Il salvacondotto però è vincolato ad una condizione: che non siano stati commessi
reati di sangue o violenze gravi a bordo.
A quel punto i dirottatori, ormai desiderosi di fare armi e bagagli e di abbandonare la missione,
costringono Gerardo De Rosa (comandante della nave) a dichiarare che tutti i passeggeri della
nave sono vivi e sani come pesci. La trattativa va in porto. Nel pomeriggio, finalmente, i quattro dirottatori lasciano la nave, per andare in Egitto a bordo di una motovedetta, con l’assicurazione che da lì avrebbero potuto poi recarsi in qualsiasi paese arabo di loro scelta. Insomma per l’Achille Lauro tutto bene.
La crisi di Sigonella
Quando però la nave arriva a Porto Said comincia a diffondersi la voce dell’omicidio di Klinghoffer. È l’inizio della crisi di Sigonella, cioè dello scontro tra il governo italiano e l’amministrazione americana. Gli Stati Uniti infatti, furiosi, rinnegano gli accordi presi tra il governo italiano ed i dirottatori. Vogliono prendere in consegna i 4 terroristi ed i due mediatori (secondo le loro informazioni Abu Abbas era il mandante di tutta l’operazione…Spoiler avevano ragione) per processarli e condannarli a morte. (Belli i processi di una volta, di cui conosci già il finale). Per Craxi, invece, il commando palestinese, si era macchiato di reati molto gravi in territorio italiano, quindi sarebbe dovuto essere processato in Italia.
Dirottamenti come se piovesse
Gli americani, troppo pragmatici per perdere tempo con dettagli tipo il diritto internazionale (certe cose non cambiano mai) passano immediatamente dalle parole ai fatti. Dalla portaerei americana Saratoga, in stanza nel Mediterraneo, decollano quattro F-14, che intercettano all’altezza dello spazio aereo maltese il boeing egiziano con all’interno i dirottatori ed i mediatori (o presunti tali) e lo costringono ad atterrare alla base di Sigonella, in Sicilia.
Alle ore 22:30 di giovedì 10 ottobre il comandante dell’aeroporto militare siciliano, Ercolano
Annichiarico (al suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione, pensa che sfiga), nega agli americani l’atterraggio a Sigonella. Soltanto intorno alle 23,30 Craxi, ancora all’oscuro del dirottamento americano, riceve un’inaspettata telefonata dal consulente della CIA Michael Leeden, che richiede formale autorizzazione all’atterraggio dei 4 caccia americani e dell’aereo egiziano a Sigonella. Craxi,
sorpreso dalla richiesta, chiede come mai tra tutte le basi nel Mediterraneo, questi vogliono atterrare proprio in Italia? La risposta di Leeden è notevole:“per il vostro clima perfetto, la vostra favolosa cucina e le tradizioni culturali che solo la Sicilia può offrire.”
Il presidente del consiglio italiano, forse non dell’umore giusto per cogliere l’ironia di Leeden, non la prende bene. Decide di autorizzare l’atterraggio a Sigonella, ma solo a patto di gestire le conseguenze autonomamente. In segreto ordina ai vertici militari di mettere terroristi e mediatori sotto il controllo delle autorità italiane.
L’atterraggio
Alle 00,15 l’aereo egiziano, seguito dai quattro F-14 americani, atterra a Sigonella. Il controllore
di torre dello scalo e il suo assistente, di loro iniziativa, indicano all’aereo egiziano di sostare sul
piazzale lato est, ossia la parte italiana dello scalo (forse casuale, però giocata da fuoriclasse veri). Nel frattempo la vicenda si fa sempre più losca: gli F-14, infatti, non viaggiano in buona compagnia. Con loro infatti ci sono altri due C-141 della Delta Force, non autorizzati, che procedono a fari spenti. C’è puzza di tragedia. Il controllore allora avvisa immediatamente le forze armate presenti nello scalo.
Tutti contro tutti
30 avieri VAM e 20 Carabinieri, di stanza all’aeroporto di Sigonella, circondano l’aereo, come da
ordini ricevuti. Pochi minuti dopo atterrano anche i due Lockheed C-141 Starlifter americani al
comando del generale di brigata aerea Carl W. Stiner. Una volta sbarcati, gli incursori
della Delta Force circondano le forze italiane che avevano circondato l’aereo egiziano. A loro volta, però, vengono immediatamente circondati, con le armi puntate, da un secondo cordone di carabinieri, arrivati nel frattempo dalle vicine caserme di Catania e Siracusa. La tensione è alle stelle. Se a qualcuno “scappa” un colpo, finisce in una mattanza. Attorno all’aereo egiziano ci sono tre cerchi
concentrici, composti da militari armati fino ai denti. Cosa potrà mai andare storto.

Dopo un interminabile stallo, il presidente statunitense Reagan, infuriato per il comportamento italiano, telefona, nel cuore della notte, al presidente del Consiglio Craxi, per chiedere la consegna dei
terroristi. Craxi però, probabilmente ancora incattivito dalla conversazione con Leeden, non ha nessuna intenzione di cedere. I reati erano stati commessi a bordo di una nave italiana, quindi in territorio italiano, e sarebbe stata l’Italia a decidere se e chi estradare.
La resa degli americani
Alle 5:30 il comandante dei carabinieri, generale Riccardo Bisogniero passa alle maniere forti. Su ordine di Craxi, fa intervenire i blindati dell’Arma ed altre unità di rinforzo. A quel punto il reparto speciale
americano, in evidente inferiorità numerica, è costretto a desistere e a rientrare. I 4 dirottatori sono presi in consegna dalle autorità italiane ed, in seguito saranno, processati a Genova. Il “mediatore” Abu Abbas, appartenente all’OLP e mandante dell’operazione terroristica (sì, avevano ragione gli americani), viene lasciato fuggire in Jugoslavia. Sarà catturato dalle forze speciali americane a Baghdad nel 2003, durante l’invasione dell’Iraq, e morirà in custodia statunitense un anno dopo.
Sigonella: the aftermath
Per Craxi la crisi di Sigonella fu un grande colpo. Difatti riuscì, in una sola notte, a riaccendere la sua popolarità ed anche l’orgoglio italico (secondo molti a Sigonella, per l’ultima volta, l’Italia non si è genuflessa agli Stati Uniti). Inoltre preservò l’ormai celebre “lodo Moro” (accordo segreto di “amicizia” tra l’Italia ed i palestinesi). Infine dopo alcune settimane di crisi, anche i rapporti con gli Stati Uniti furono ricuciti. Poco dopo infatti Regan, attraverso una lettera privata ed informale che iniziava col memorabile “Dear Bettino”, inviterò ufficialmente alla Casa Bianca proprio Craxi.
Insomma tutto è bene quel che finisce bene. Più o meno. Secondo alcuni la vicenda di “mani pulite”, che costringerà Craxi alla latitanza in Tunisia, sarebbe nata proprio da una soffiata degli americani, ancora arrabbiati per Sigonella. Ma quella è un’altra storia.

