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La reale causa della crisi energetica e dell’aumento della benzina

Noi, comuni mortali occidentali, abbiamo il privilegio di doverci lamentare solo dei prezzi della benzina. Ma la crisi energetica e l’aumento dei prezzi non cascano dal cielo, cerchiamo di riassumere i disordini geopolitici che ci sono dietro.

L’aggressione USA-Israele all’Iran

Il 28 Febbraio Stati Uniti e Israele lanciano un’operazione congiunta contro l’Iran, dando avvio alla terza guerra del Golfo. Gli attacchi aerei si concentrano su Teheran ma anche su altre città iraniane, colpendo obiettivi militari ma anche civili. Le vittime sono poco meno di 200, e viene ucciso anche il leader Ali Khamenei.

Questo esito non è (solo) frutto della follia dell’amministrazione Israelo-americana, piuttosto il culmine di quasi tre anni di tensione tra Iran e il duo geopolitico più problematico del momento.

La casa bianca ha esposto i motivi dietro l’aggressione, ma, come possiamo immaginare, per il diritto internazionale non regge alcuna giustificazione. Gli Stati Uniti e Israele vogliono eliminare completamente la minaccia missilistica e nucleare iraniana, vediamo perchè.

La rivalità che spiega i motivi dello scontro

Repubblica Islamica e Israele non sono sempre stati acerrimi nemici. Vi sorprenderà scoprire che i due, fino a tempi recenti, hanno avuto delle ottime relazioni bilaterali. Quando Israele compare nella zona del Golfo Persico nel 1948, l’Iran è uno dei primi stati a maggioranza musulmana a riconoscerlo, e si instaura a partire da qui un rapporto solido basato su scambio di risorse e di capitale umano.

La rottura si verifica nel 1979, con la Rivoluzione Islamica e con l’ascesa dell’Ayatollah Khomenei. Così l’Iran interrompe con lo stato ebraico ogni tipo di relazione, inizia a definire Israele uno stato illegittimo, e fa della lotta alla sua sovranità, e della causa palestinese, due dei punti chiave della sua politica estera. È a partire da questo momento che in Iran, Stati Uniti e Israele iniziano ad essere chiamati rispettivamente Grande Satana e Piccolo Satana.

Negli ultimi decenni la tensione è certamente aumentata, l’ostilità è aperta e senza punti di incontro, i due rivali si contendono l’egemonia regionale e l’Iran supporta tutti i gruppi anti-israeliani della regione tra cui Hamas in Palestina ed Hezbollah in Libano.

Israele non vuole che l’Iran porti a termine le sue ambizioni nucleari perchè questo sarebbe una minaccia enorme per l’esistenza stessa dello stato ebraico.

E gli Stati-Uniti cosa c’entrano?

Ci si potrebbe scrivere un libro, ma basterebbe sapere che l’alleanza tra USA e Israele si traduce in un sostegno reciproco incondizionato. Ultimamente, sia una parte dell’amministrazione americana che la stessa opinione pubblica accusano Trump di avere più interesse nel suo amico Netanyahu che nella popolazione degli Stati Uniti.

Gli USA forniscono ad Israele armi di ogni tipo, le stesse armi con cui i civili palestinesi (e non) vengono uccisi.

L’amicizia è solida sin dalla nascita di Israele, il quale garantisce agli Stati Uniti, in cambio del sostegno militare (e non solo) di cui abbiamo già accennato, una solida presenza in una delle regioni più strategiche al mondo.

La risposta iraniana e lo stretto di Hormuz

Torniamo al Febbraio scorso.

L’Iran lancia dunque una controffensiva: nel mirino ci sono le basi americane presenti nella zona, e vengono colpiti principalmente Israele e Dubai. Ma ciò che ci serve ai fini della comprensione della nuova crisi energetica, è la decisione della Repubblica Islamica di bloccare il commercio navale nello Stretto di Hormuz.

Lo Stretto di Hormuz è un braccio di mare che bagna gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman, e l’Iran. Questo spazio apparentemente insignificante è il collo di bottiglia del commercio internazionale e regionale di petrolio, e per questo è stato spesso utilizzato come arma geopolitica.

Il suo blocco rappresenta dunque un rallentamento significativo del commercio petrolifero, di cui i paesi importatori risentono direttamente.

La crisi energetica

I paesi del Golfo sono tra i maggiori produttori di gas e petrolio al mondo, e tanti paesi dipendono energeticamente dal petrolio che viene proprio da lì.

La nostra cara Italia è tra i paesi più dipendenti: più del 70% del fabbisogno energetico nazionale è importato, e in più, il ricorso alle fonti rinnovabili è ancora marginale. Insomma, un sistema energetico nazionale molto sensibile agli shock esterni.

Il blocco navale ha quindi causato uno shock dal lato dell’offerta, che con una domanda rimasta invariata, ha portato ad un rincaro dei prezzi di petrolio e gas. Oltre all’Italia, tra i paesi più dipendenti dalle importazioni ci sono il Giappone, la Cina, il Pakistan, l’India, e la Grecia e la Polonia in Europa.

Il commissario europeo per l’energia Dan Jørgensen ha consigliato agli europei di muoversi di meno per risparmiare sul carburante, e ha esortato i paesi ad aumentare i loro progetti legati alla transizione ecologica, e soprattutto all’utilizzo di energie rinnovabili.

Un ripensamento del sistema energetico europeo significherebbe anche essere meno dipendenti e quindi meno sensibili agli squilibri geopolitici.

Tra tregue e tensioni

È chiaro che l’Iran abbia fatto scacco matto. La strategia dello Stretto di Hormuz ha messo un po’ tutti noi nei casini, e ha fatto arrabbiare non poco Trump, che si aspettava di vedere cadere il regime in men che non si dica.

L’8 Aprile, i tre protagonisti annunciano una tregua, che in scadenza il 22 Aprile. USA e Israele non hanno raggiunto nessuno dei loro obiettivi, e si dichiarano determinati a prolungare gli attacchi fino alla resa totale dell’Iran. È comunque chiara la sconfitta: la Repubblica Islamica non si è sgretolata, anzi, il regime è intatto e ancora più radicale di prima, con figure che agiscono con strategia e cognizione di causa, senza preoccuparsi soltanto di intimorire.

La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz avrebbe portato ad uno shock energetico senza precedenti nella storia, ma il 17 Aprile il ministro degli esteri iraniano ha annunciato la riapertura dello stretto. La decisione è stata presa in seguito al cessate il fuoco tra Israele e Libano. Neanche questa può essere definita una buona notizia: la guerra iniziata il 28 Febbraio ha causato migliaia di morti, ha destabilizzato la regione del golfo, e ha messo gli occidentali di fronte alla loro debolezza energetica.

In più, la riapertura dello stretto non è totale: il transito e il passaggio delle navi può avvenire solo lungo rotte specifiche e sotto il controllo e il monitoraggio delle autorità portuali iraniane. Le tensioni nelle ultime ore sono molteplici, con sequestri di navi e minacce dirette. Insomma, la situazione nello stretto è migliorata ma la tregua è debole, e le lancette corrono.

di Ginevra Giordano

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