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Ecco perché l’Argentina NON dovrebbe vincere il Mondiale

Siamo ormai giunti all’atto conclusivo del Campionato del Mondo 2026. A contendersi la coppa del Mondiale saranno Spagna e Argentina, due squadre che hanno vissuto un percorso molto diverso per arrivare all’analogo epilogo: lo scontro decisivo di domenica sera al MetLife Stadium di New York.

Il percorso della Spagna al Mondiale

La Roja guidata da Luis de la Fuente ha avuto un cammino netto in questa competizione. Eccezion fatta per lo 0-0 nella partita inaugurale contro la sorpresa Capo Verde, la nazionale spagnola ha mostrato pochissimi punti deboli. La nota di merito va a una fase difensiva invidiabile, capace di subire un solo gol in tutto il torneo (contro il Belgio ai quarti di finale).

Il bottino delle furie rosse è impressionante, condito da vittorie contro compagini estremamente competitive:

  • L’Uruguay nei gironi;
  • L’Austria ai sedicesimi;
  • Il Portogallo di Cristiano Ronaldo agli ottavi;
  • Il Belgio ai quarti;
  • La strafavorita Francia in semifinale, guidata dal fenomeno Mbappé e dal Pallone d’Oro in carica Dembélé, oltre ai vari Olise e Doué e chi più ne ha più ne metta.

Il capocannoniere della Spagna è il capitano della Real Sociedad, Mikel Oyarzabal, con 5 reti all’attivo. Al contrario, la vera stella della rosa, Lamine Yamal, non ha ancora brillato come ci si aspettava, probabilmente frenato dagli strascichi di un infortunio rimediato con il club.

La forza della Spagna risiede però nel collettivo: oltre ai nomi già citati, spiccano leader come Rodri (Pallone d’Oro 2024), Pedri, Dani Olmo, il portiere Unai Simon e il giovane Cubarsi. La squadra è reduce da un clamoroso record di 37 risultati utili consecutivi, eguagliando il primato dell’Italia di Roberto Mancini. Ma la striscia definitiva si deciderà domenica…

Il percorso dell’Argentina al Mondiale

L’Argentina, campione in carica, ha avuto invece un cammino decisamente più tortuoso, caratterizzato da una strabiliante capacità di sopravvivenza nelle fasi finali. I brividi sono iniziati già ai sedicesimi, dove l’Albiceleste è riuscita a piegare la resistenza della sorpresa Capo Verde solo ai tempi supplementari.

Agli ottavi è arrivata una clamorosa rimonta, recuperando uno svantaggio di due reti negli ultimi dieci minuti di gioco contro l’Egitto di Salah. I quarti di finale contro la Svizzera sono stati un’altra battaglia: dopo il pareggio nei tempi regolamentari, i campioni del mondo si sono imposti per 3-1, agevolati anche dall’uomo in più a causa di un’espulsione fortemente discussa ai danni di Embolo.

La vera dimostrazione di forza mentale è arrivata però in semifinale contro l’Inghilterra. Sotto nel punteggio, Messi e compagni hanno ribaltato la partita ancora una volta negli ultimi dieci minuti. La rimonta è stata favorita anche dall’atteggiamento eccessivamente difensivista di Thomas Tuchel che, dopo il vantaggio inglese, ha ridisegnato la squadra inserendo ben cinque difensori, abbassando pericolosamente il baricentro e consegnando di fatto le chiavi del match ai biancoazzurri.

I punti deboli e le polemiche arbitrali

La selezione guidata da Scaloni ha dimostrato una foga agonistica d’altri tempi – forse persino eccessiva e spesso impunita dai direttori di gara – ma, al di là di un Lionel Messi che a 39 anni continua a dettare legge, si è visto ben poco dal punto di vista del gioco. Elementi come Paredes ed Enzo Fernández, per quanto dotati di indiscusso talento, sono apparsi fin troppo tutelati: nonostante i numerosi falli commessi, le sanzioni disciplinari faticano ad arrivare.

L’esempio lampante si è visto proprio contro l’Inghilterra, dove i centrocampisti argentini hanno falcidiato la squadra avversaria per un tempo intero senza subire cartellini. Il paradosso si è consumato quando il primo ammonito del match è stato l’inglese Elliott Anderson, che poco prima aveva ricevuto un pugno in testa dal numero 24 argentino (Enzo Fernández), rimasto clamorosamente impunito.

Sia chiaro: l’Albiceleste resta una compagine infarcita di grandissimo talento. Oltre al già citato capitano, Scaloni può contare su campioni assoluti del calibro di Julián Álvarez, Alexis Mac Allister, Cristian Romero, Lautaro Martínez e la certezza tra i pali “El Dibu” Martínez. Eppure, nonostante una rosa di primissimo ordine, l’Argentina ha preferito finora affidarsi più al cinismo, alla gara e agli episodi piuttosto che a un’identità di gioco fluida e organizzata.

Il verdetto: perché l’Argentina non dovrebbe vincere?

Domenica sera al MetLife Stadium assisteremo quindi a uno scontro tra due filosofie e due cammini diametralmente opposti. Da una parte c’è una Spagna bellissima, solida, che controlla il gioco dall’inizio alla fine e che vanta una rosa profonda e in uno stato di grazia spaventoso. Dall’altra, un’Argentina operaia, nervosa, che si aggrappa agli ultimi lampi di un eterno Messi, ai regali tattici degli avversari e a una spiccata benevolenza arbitrale che finora le ha spianato la strada.

Ed è proprio per questo che l’Argentina, questa volta, non dovrebbe vincere.

Il calcio sa essere cinico, ma la Dea Bendata e i fischietti tolleranti non possono durare per sempre. Di fronte a una macchina perfetta e organizzata come la Roja di de la Fuente, i nodi dell’identità di gioco dell’Albiceleste rischiano di venire al pettine. Se la Spagna riuscirà a disinnescare Messi e a imporre il proprio ritmo, per Scaloni e i suoi non ci saranno barricate, falli tattici o colpi proibiti che tengano. La striscia record spagnola è pronta a toccare quota 38, e per i campioni in carica il tempo dei miracoli potrebbe essere ufficialmente scaduto.

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