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I miei genitori mi volevano medico, ma io voglio insegnare lettere

Estate dopo la maturità: il primo bivio della vita da adulto. Da un lato, giurisprudenza o medicina, i miei genitori felici, già li vedo raccontare ai familiari che la loro bambina diventerà medico, e con buona probabilità guadagnerò abbastanza per essere indipendente e girare il mondo (a detta loro… sappiamo come funziona il mondo del lavoro nel bel paese, no?). Dall’altro lato, lettere, le poesie che leggevo decine di volte perché le sentivo dentro e di cui è tappezzata la parete della mia camera; già mi vedo ai pranzi di famiglia “sai quanti concorsi dovrai fare? A trentacinque anni sarai precaria” e vedo anche mio nonno, che quando gli chiedono cosa stia facendo sua nipote, deve pensarci qualche minuto per poi rispondere “ora non ricordo, però va all’università, è brava”.

Almeno sono brava. Dovrei rifletterci di più. O forse, parlarne con i miei.

Questa è una lettera aperta ai genitori, stile posta del cuore sul settimanale. Siamo sinceri: è vero, il mondo del lavoro, soprattutto oggi, fa paura. E sì, sappiamo che dietro la maschera della facoltà ideale, c’è la vostra speranza di un futuro economicamente migliore per noi, ma spesso, è anche lo spettro di un sogno non realizzato, ed è questo il punto: è il vostro sogno, non il mio. Sono tantissimi i ragazzi che scelgono di mettere da parte le proprie passioni, perché di arte non si vive, di cause vinte in tribunale, si. Frequenterò per cinque anni l’università, darò tutti gli esami, farò una grande festa e la spada di Damocle che sembrava essersi alleggerita durante quella notte, tornerà ad essere più pesante ogni giorno passato in quell’ufficio che non mi appartiene. Sì, magari avrò più soldi, ma non sarò felice.

Situazioni del genere, sono spesso alla base di un rapporto quasi conflittuale e di un non-dialogo. Succede che non ci sentiamo capiti, chiuderci in noi stessi sembra essere l’unica soluzione, perché se non ne parlo, in fondo non esiste. Tutti a vent’anni vorremmo avere la nostra indipendenza, ma se devo fare un lavoro che non mi piace, voglio anche la possibilità di un mutuo appena adulta e una pensione di cui posso godere almeno per almeno dieci anni. Torna tutto di quei tempi, jeans a vita bassa e sopracciglia sottili (forse era meglio di no), tranne ciò che avevate voi, e io, la pensione, la vedrò quando di anni ne avrò settantotto. 

Mamma, papà, lo so. Sappiamo tutto. Il futuro fa paura, ma anche guardarsi e non riconoscersi non scherza. Con il primo stipendio non potrò comprare una Ferrari, ma posso pagare l’assicurazione della Panda rossa che mi porta in giro alla ricerca di poesia. E anche a scuola, dall’altro lato della cattedra, perché voglio essere una brava insegnante e non un annoiato magistrato.

A ognuno il suo.

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