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Non ci sono più i film d’animazione di una volta

Siamo in un momento difficile per i film d’animazione “pop”, dove per “pop” intendiamo cultura popolare, commerciale, indirizzata indistintamente al grande pubblico. Sentiamo spesso dire che non esistono più i film Disney di una volta, che Pixar e DreamWorks ormai si affidano ai sequel, che si preferisce puntare sui live action piuttosto che su nuovi contributi. Insomma, poche idee e neanche molto illuminate.

Viene facile dare la colpa alle case di produzione. Ma forse ad oggi, paradossalmente, ne sono quasi vittime (pur contente). Il contesto è molto più ampio, e bisogna ricordare che se il cinema cambia è, prima di tutto, perché cambia il suo pubblico. Vediamo bene cosa sta succedendo.

C’era una volta l’animazione

Un tempo i cartoni, insieme ai giocattoli e successivamente a qualche videogioco, erano l’unica reale fonte di intrattenimento per i bambini, che costituiscono il target primario dei film d’animazione. Ciò significa che fin da piccolissimi siamo stati abituati a sederci e prestare attenzione a un contenuto per più di un’ora di fila. Ciò che guardavamo spesso ci insegnava qualcosa anche quando non aveva l’obiettivo esplicito di insegnare: vedere personaggi che si comportano in un certo modo ci ha aiutati a riconoscere certi atteggiamenti, che entravano nel nostro immaginario senza che nessuno necessariamente ci dicesse “questo significa questo, quello significa quell’altro”. 

È una questione semiotica. Noi capivamo che certe cose non si fanno non perché qualcuno ci diceva “non si fa”, noi lo capivamo perché a farle erano i cattivi, ma cattivi che erano malvagi sul serio, inequivocabilmente e senza alcun tipo di giustificazione alle spalle. I film d’animazione di un tempo hanno forgiato generazioni intere perché i bambini da un lato agiscono per emulazione, dall’altro si inibiscono per osservazione, e i primi responsabili sono proprio i loro personaggi preferiti. Ma i loro personaggi preferiti, un tempo, facevano, non dicevano.

Cosa è cambiato?

Nell’epoca dello scrolling siamo sotto il completo dominio dell’algoritmo. Bastano un paio di secondi per farci decidere che un video non è degno della nostra attenzione, e così si passa al successivo, e così per tutti gli utenti. Quei bambini che un tempo passavano un’ora e mezza davanti alla tv, oggi nella maggior parte dei casi fanno più fatica. Si annoiano dopo poco. Allora il primo atto dei film – quello in cui si crea la scena ed entri nel mondo immaginario – si accorcia, i contrasti si appiattiscono, tutto diventa estremamente didascalico e verboso.

Sì, perché è questo il problema principale: questi film mostrano poco e dicono tantissimo. Soprattutto i film d’animazione che hanno alla base una funzione pedagogica sembra che abbiano smesso di cercare di dimostrare qualcosa e abbiano iniziato a svolgere vere e proprie lezioni frontali. Come se, altrimenti, chi guarda rischiasse di non capire. E il fatto è che è possibile che sia così.

Anima e animazione

Spesso troviamo personaggi emotivi, ma senza emozioni. Come se anche il CGI recitasse male. I personaggi sono inespressivi, è impossibile capire cosa stanno provando prima che siano loro ad annunciarlo esplicitamente. Nei classici Disney i personaggi erano iper-drammatici. I costumi, le movenze, il tono di voce e i ritmi erano tutte componenti di personaggi stratificati e ben centrati. La Disney classica era esplicitissima, ma lo era in immagine e in movimento; ora lo è in parola. Ed è questo che rende l’animazione ridondante rispetto a se stessa: se l’emozione viene annunciata a voce, il fatto che sia animata non conta più niente. Potrebbe essere un podcast. E per quanto sia giusto insegnare che chi non ha reazioni eclatanti non è detto che non stia soffrendo, in questo modo non si riesce nemmeno a fornire gli strumenti necessari per provare a riconoscere le avvisaglie. Rimane ancora, di nuovo, tutto piatto.

crudelia de mon ne la carica dei 101
Crudelia De Mon in “La carica dei 101”.

Nella fretta dei nuovi contenuti mediali non c’è il tempo per assimilare qualcosa se questa non viene consegnata già pronta. Non si lasciano spazi, non c’è margine di interpretazione: tutto è come deve essere e non può essere altrimenti. Allora non c’è più spazio per la fantasia. Non c’è più nulla da dover capire davvero.

Morali all-you-can-eat

Eliminata l’esigenza di prendersi del tempo per raccontare una cosa – che ora viene, appunto, annunciata e basta – il problema quindi diventa un altro: cosa dire in un’ora e mezza? 

La risposta è: tutto il resto. I nuovi film d’animazione raccontano tanto, a volte troppo. Non viene scelta una tematica da analizzare, se ne incrociano diverse e tutte secondo i meccanismi di cui prima. Il risultato è una macedonia di massime e morali che ti colpiscono sul momento, ma poi non restano. Proprio come se guardassi un video dopo l’altro. Le dimentichi perché non le hai imparate, le hai solo fruite.

Trattare tante cose insieme ti porta a rimanere sulla superficie di tutte. E se prima noi spettatori – soprattutto i più piccoli – avevamo il tempo di conoscere un atteggiamento, capirlo e poi riconoscerlo al di fuori del film, ora non c’è il tempo e non c’è il modo di metabolizzarlo. Affrontare più temi contemporaneamente ti fa perdere il focus su tutti. Non ti permette di empatizzare davvero con nessuno. A nessuno di questi, in fin dei conti, si rende giustizia sul serio.

Il risultato? I film d’animazione degli ultimi anni sono tutti simili tra loro. Parlano delle stesse cose, hanno gli stessi ritmi, cercano di dare gli stessi insegnamenti, i personaggi seguono gli archetipi nella loro forma più semplice. Non c’è struttura, non c’è gioco. Dimenticabili per costituzione. 

E le case di produzione?

Ma la colpa, appunto, non è del tutto delle case di produzione. Prima erano i bambini ad adattarsi al film, ora invece è il film a doversi adattare ai bambini. Se i bambini sono abituati a scrollare su TikTok, allora devi dar loro un contenuto che li catturi subito. Se i bambini sono abituati a guardare video di 30 secondi, allora devi dar loro contenuti veloci. E se devi creare un contenuto veloce, devi condensare tutto ciò che hai da raccontare in poco tempo, e allora lo devi dire per forza, non puoi mostrarlo costruendo una scena in progressione. 

Chiaramente non sappiamo se l’industria la pensi davvero così. Noi possiamo solo osservare una tendenza e dedurne delle motivazioni. Se davvero l’industria si è fatta un’idea di bassa soglia dell’attenzione nei bambini, è logico pensare che abbia prodotto di conseguenza. Nessuno si assume il rischio di produrre qualcosa che non attiri, tutti temono un flop al botteghino. 

Eppure nessuno ha neanche mai dimostrato che i bambini non possano più reggere un film intero. Il rischio, allora, diventa quello di una profezia che si autoavvera: un bambino cresciuto con film che gli spiegano tutto non impara a interpretare niente da solo, perché non gli è mai stato chiesto di farlo. Fra qualche anno l’industria avrà ragione. Esisterà davvero un pubblico che non regge un’ora e mezza senza che qualcuno gli annunci cosa deve provare. Solo che non l’avrà trovato: l’avrà cresciuto.

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