L’horror è un genere che non muore mai, soprattutto al cinema. Ne esistono mille sottogeneri, dal gotico allo slasher, e col tempo tantissimi autori diversi si sono affermati proprio grazie a esso. Approfittiamo dell’arrivo in sala di Resident Evil, ultimo adattamento firmato Zach Cregger della storica saga di videogiochi Capcom, per parlare di quei registi che negli ultimi tempi hanno più di tutti sfruttato l’horror per regalarci grandi perle.
Resident Evil di Zach Cregger: il miglior adattamento della saga
Resident Evil non è mai stata una saga troppo fortunata in sala. I film con Milla Jovovich sono sì iconici, ma di Resident Evil hanno ben poco. Tutt’altra storia è quest’ultimo diretto da Zach Cregger, già regista di Barbarian (2022) e Weapons (2025). Un autore che ha dimostrato di avere grande dimestichezza col genere, sia nella messa in scena che nella scrittura.
In Weapons, per esempio, la scomparsa di un’intera classe scolastica sconvolge la tipica comunità americana fino ad allora serena. Protagonisti sono la maestra dei bambini spariti e il padre di uno di loro. Justine (Julia Garner) e Arch (Josh Brolin) indagano, ognuno per i fatti suoi, fino a trovarsi entrambi di fronte a forze al di là della loro comprensione. Il film, che mescola commedia nera, grottesco e una violenza brutale, non a caso per molti rappresenterebbe un’allegoria delle sparatorie scolastiche americane.

Ma se Weapons aveva anche una struttura narrativa frammentaria divisa in capitoli, ognuno con POV diverso, Resident Evil del 2026 invece punta alla linearità estrema. La storia e la macchina da presa seguono Bryan (Austin Abrams), incaricato di consegnare un pacco, probabilmente un organo, all’ospedale di Raccoon City. I videogiocatori leggendo questo nome avranno già avuto flashback poco piacevoli. A Raccoon City, infatti, ci sono gli zombie. Più “infetti” che zombie in realtà, ma in ogni caso da evitare se non si ha l’inventario ben rifornito.
Cregger decide di riprendere dai videogiochi solo l’ambientazione e le atmosfere, piuttosto che la storia di un singolo o più capitoli e i personaggi iconici. Quindi niente Leon S. Kennedy, Jill Valentine, Chris Redfield e niente villain come Mr. X o Nemesis. La storia, quindi, così semplice e lineare, punta a ricordare piuttosto una sessione di gameplay senza però scadere nel ripetitivo. Ci sono tante citazioni ai giochi – anche troppe (i lucchetti ve li potevate risparmiare) – e in generale la pellicola riesce a ricreare perfettamente il setting e il “feeling” del materiale originale.
Ma a farla da padrone è la messa in scena. Cregger ancora una volta flette i muscoli dietro la macchina da presa con una regia sempre sorprendente sotto ogni punto di vista. La camera spazia dai piani-sequenza alla “prima persona”, mentre la minaccia è rappresentata sempre in maniera diversa: non-morti classici, tentacolari, agglomerati di persone, cani che nessuno accarezzerebbe mai e giganteschi abomini. Una sorta di summa e rivisitazione dei diversi virus presenti nella saga di videogiochi. Le influenze sono evidenti: George Romero (L’Alba dei Morti Viventi, 1978), John Carpenter (La Cosa, 1982), Sam Raimi (La Casa, 1981).

Anche il tono del film è un continuo mutare, con l’alternarsi di commedia nera e tensione alle stelle. Nonostante qualche jumpscare di troppo, Resident Evil di Zach Cregger è anche un horror che non punta mai a terrorizzare lo spettatore in maniera furba. Nei giochi il terrore viene veicolato attraverso il gameplay stesso: sei in un corridoio buio, ferito, senza medikit e senza munizioni; a quel punto senti uno zombie avvicinarsi. E Cregger riesce benissimo nel ricreare quella claustrofobia e quel “non sentirsi mai al sicuro” tipici dei titoli Capcom.
C’è anche un bel po’ di splatter fatto bene, oltre a sequenze dove il regista si è messo veramente d’impegno per scioccare lo spettatore. Non sarà l’adattamento perfetto, ma Resident Evil di Zach Cregger è un horror dove tensione, commedia, gore e videogioco trovano l’equilibrio giusto per funzionare, finalmente, in uno dei migliori film del 2026.
Eggers, Peele e Aster: i grandi dell’horror moderno
Ma è già da qualche anno, più di un decennio in realtà, che l’horror sta vivendo una rinascita, soprattutto nel campo del cinema indipendente e delle piccole produzioni. Questo anche grazie a tre registi che, ognuno a suo modo, hanno cambiato il genere e non solo: Robert Eggers, Jordan Peele e Ari Aster.
Eggers, per esempio, già col suo esordio The Witch del 2015 dimostrò di saperci fare col “folk” horror, atmosfere cupissime e un approccio molto classico nella messa in scena e nel racconto. Egli stesso ha dichiarato che non dirigerà mai un film ambientato nel presente. In The Witch infatti siamo nel New England del 1630, quando la famiglia della protagonista Thomasin (Anya Taylor-Joy) viene allontanata dalla comunità puritana in cui vive. I due genitori, Thomasin e gli altri tre fratellini – tra cui un neonato – vanno quindi a vivere nei boschi tra agricoltura e allevamento. Ma è un film horror, e bello pesante anche, quindi più la pellicola va avanti più lo spettatore si pone la domanda “faranno tutti una brutta fine a causa dei boschi, qualsiasi cosa nascondano, o di loro stessi?”.

Capolavoro anche The Lighthouse del 2019, con Robert Pattinson e Willem Dafoe nei panni dei guardiani di un faro nel New England del XIX secolo. Bianco e nero, soggetto di Edgar Allan Poe, c’è Prometeo, c’è Lovecraft, in un horror psicologico tanto disturbante quanto affascinante. Parentesi più “action-adventure”, ma sempre alla maniera di Eggers, quella di The Northman (2022). Adattamento dell’originale Amleth di Saxo Grammaticus, poi ripreso da Shakespeare per il suo Amleto, è la celebrissima storia di vendetta di un principe usurpato dallo zio, assassino di suo padre, nella Scandinavia del IX secolo. Un film epico, nel senso stretto del termine, dove esplode la maestria del regista nel ricreare certe ambientazioni e soprattutto suggestioni del passato.
Ma per molti il suo capolavoro rimane Nosferatu del 2024, con Lily-Rose Depp e Nicholas Hoult nei panni di Ellen e Thomas Hutter, Willem Dafoe come Prof. Von Franz e Bill Skarsgård dietro il volto del Conte Orlok, alias Nosferatu. Adattamento del classico del ’22, nato perché non avevano i diritti di Dracula, si tratta dell’ultima interpretazione di un racconto già rimasticato mille volte. Ma Robert Eggers riesce comunque a dare vita a un’opera maestosa sul piano estetico, con tanti richiami all’espressionismo, una ricostruzione storica fenomenale e una vena horror gotica potentissima che gioca sui concetti di “morte” ed “eros”.
In uscita il 1 gennaio 2027 è invece Werwulf, con Aaron Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp e Willem Dafoe (sì, è l’attore feticcio di Eggers). Riproposizione della leggenda del lupo mannaro nell’Inghilterra del XIII secolo, già dai trailer dà l’impressione di essere la sua pellicola più cupa e disturbante.

Diametralmente opposto è l’horror di Jordan Peele, regista afroamericano già celebre come comico prima del suo esordio con Scappa – Get Out (2017). A differenza di Eggers, infatti, Peele mette eccome in scena il presente, sottolineando in particolare argomenti politici e sociali. Razzismo, sfruttamento e lotta di classe sono delle costanti nella sua filmografia, per ora ferma a tre film.
In Get Out il giovane afroamericano Chris (Daniel Kaluuya) va con la fidanzata a casa dei genitori di lei, entrambi bianchi, per passarci il weekend. Il soggiorno sembra proseguire tranquillo inizialmente, ma Chris si rende conto che lì tutti – dai suoceri agli altri ospiti – si comportano in modo strano nei suoi confronti. Se pensate di aver capito dove il film voglia andare a parare, però, vi sbagliate di grosso. La sceneggiatura, che è valsa a Peele un Oscar nel 2018, è solida e sorprendente, capace di arrivare al punto con forza e zero retorica.
Tutti pregi riscontrabili anche nelle due pellicole successive: Us (2019) e Nope (2022). Entrambi i film risultano più ambiziosi di Get Out, sia nel concept che nella messa in scena, ma la spina dorsale rimane pressappoco quella. In Us esplode il tema della divisione sociale, mentre in Nope quello dello sfruttamento, soprattutto nel mondo dello spettacolo. Ad accomunare tutte le opere di Jordan Peele c’è anche un’ ironia ben dosata che quasi distoglie l’attenzione del pubblico da ciò che dovrebbe suscitare paura, in quanto a fare veramente paura non è tanto la minaccia in sé ma il contesto intorno. Il suo prossimo progetto non sarà un film ma bensì un videogioco che lo vedrà in veste di co-sceneggiatore. Si tratta dell’horror OD, sviluppato da Kojima Productions per Xbox.

Il nostro “terzo moschettiere” dell’horror contemporaneo è invece Ari Aster, il più “freudiano” tra questi autori. Tema cardine della sua filmografia è infatti quello dei rapporti umani, spesso di parentela, sin dal suo primo lungometraggio Hereditary (2018). Qui una famiglia americana è costretta ad affrontare non solo il lutto, ma anche gli inquietanti segreti legati proprio ai suoi membri.
In Midsommar del 2019, invece, la protagonista (Florence Pugh) decide di seguire il fidanzato e gli amici in Svezia dopo la morte della sorella e dei genitori. Qui, tra un Sole quasi accecante e sostanze allucinogene, il gruppo partecipa insieme ai locals (gente un po’ particolare) all’annuale festival del solstizio d’estate. Se avete visto The Wicker Man del ’73 potete immaginare come vada a finire questa storia. Ciò che rende speciale questo film non è solo il setting, sempre diurno e sovraesposto, ma anche l’evoluzione del dolore della protagonista. Proprio come in Hereditary, anche in Midsommar c’è una netta contrapposizione tra la regia (pulita ed estremamente precisa, con inquadrature dalle composizioni ricercate e una simmetria ricorrente) ed esplosioni di violenza veramente scioccanti.

Gli ultimi due suoi lungometraggi, Beau ha paura (2023) ed Eddington (2025), invece si allontanano dall’horror pur mantenendone delle caratteristiche. Il primo è un dramma surreale e grottesco in cui il paranoico Beau (Joaquin Phoenix) è costretto a uscire di casa e mettersi in viaggio per essere presente al funerale della madre. Parte così un’odissea psicanalitica fatta di personaggi assurdi, elementi fiabeschi, momenti disturbanti e un bel po’ di complessi edipici.
Aster torna poi a giocare coi generi con Eddington, un western “pandemico” dove coesistono anche thriller, noir e commedia. Siamo a Eddington, New Mexico, ed è appena arrivato il COVID. A questo punto la cittadina, isolata e desertica, diventa un microcosmo grazie al quale Ari Aster riesce a mettere in scena il caos che è stata la pandemia, tanto sul piano organizzativo quanto su quello umano. Il contesto perfetto per la nascita di conflitti tra idee diverse, in questo caso incarnate dal sindaco Ted García (Pedro Pascal) e dallo sceriffo Joe Cross (Joaquin Phoenix).
Fortunatamente è in produzione anche il suo quinto film, Scapegoat, prodotto da A24 (come gran parte dei film citati in questo articolo) e di cui non si conosce ancora la trama. Il cast, però, conterà Scarlett Johansson, Jude Law, Jacob Elordi ed Ella Purnell.

Ovviamente ci sono anche altri nomi che stanno emergendo grazie all’horror, tutti estremamente diversi nell’approccio al genere. C’è per esempio Osgood Perkins, figlio di Anthony Perkins (Norman Bates di Psycho). Con Longlegs (2024) ha stupito tutti grazie a un orrore viscerale scaturito anche dalla fantastica interpretazione di Nicolas Cage nel ruolo del killer. O ancora Ti West, che ha dato vita alla trilogia slasher formata da X: A Sexy Horror Story (2022), Pearl (2022) e MaXXXine (2024). Protagonista Mia Goth nei panni di due personaggi diversi e in epoche differenti, Maxine e Pearl, entrambe invischiate sia nell’industria dell’intrattenimento che in qualche omicidio efferato.
Poi i fratelli Danny e Michael Philippou, registi di Talk to Me (2022) e Bring Her Back (2025), attivi dal 2013 su YouTube. Lì hanno potuto sviluppare il loro stile che mescola un linguaggio giovane, ma mai stucchevole, a una certa crudezza delle immagini. E volendo inserire anche un paio di quote rosa nella lista, possiamo citare anche le francesi Coralie Fargeat e Julia Ducournau. Rispettivamente autrici di film come The Substance (2024) e Titane (2021), hanno riacceso i riflettori sul body-horror estremo alla Cronenberg o alla Yuzna, e siamo infinitamente grati a entrambe per questo.
Il futuro dell’horror è il web? Il fenomeno Backrooms e Obsession
Curry Barker e Kane Parsons sono due registi con più di una cosa in comune. Entrambi sono giovanissimi, rispettivamente 27 e 21 anni, entrambi provengono dal web ed entrambi hanno fatto il botto quest’estate con il loro primo lungometraggio horror. Cifre da capogiro per il genere: Obsession di Curry Barker è costato 750mila dollari e ne ha incassati più di 500 milioni, mentre Backrooms di Kane Parsons ne ha guadagnati 400 milioni a fronte di un budget di soli 10.
Parte del duo “That’s a bad idea”, noto soprattutto per i corti comici e horror su YouTube, Barker ha conquistato i botteghini con il suo Obsession lo scorso maggio. Bear (Michael Johnson) è innamorato di Nikki (Inde Navarette) e farebbe di tutto pur di stare con lei. Tutto ma proprio tutto, perfino spezzare un misterioso “bastoncino del desiderio” comprato in un negozio di cianfrusaglie new age. Le conseguenze, ovviamente, saranno terrificanti.

Obsession è un horror fresco, ricco di influenze ma mai banale, capace di turbare non solo grazie alle immagini, ma anche per le tematiche trattate. Si parla di relazioni tossiche e di consenso, del ruolo del maschio nella società e di disagio giovanile; tutti argomenti che fanno molta presa sul pubblico di oggi. Per molti Barker nei prossimi anni potrà diventare uno dei grandi del genere, e il suo prossimo progetto, Anything but Ghosts, è già molto atteso.
Kane Parsons invece ha cominciato a farsi un nome a partire dal 2022 grazie alla web serie diretta da lui sulle “backrooms”, leggenda internettiana su una sorta di dimensione parallela composta da spazi liminali, corridoio labirintici, pareti gialle senza fine, geometrie senza senso e oggetti fuori posto. Parsons ha donato a una singola foto virale caricata su 4chan un’intera mitologia ed estetica, espandendone la lore e diventando, di fatto, il “padre delle backrooms”. Proprio per questo è stato ingaggiato da A24 per dirigerne anche l’adattamento cinematografico, con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsveen nel cast.

Backrooms è un film che punta tutto proprio sulle ambientazioni, uniche ed estremamente inquietanti, alternando anche una regia più classica, quasi da horror psicologico, a momenti found-footage in pieno stile Cannibal Holocaust (1980) e The Blair Witch Project (1999). Non una pellicola virtuosa sul fronte narrativo, ma comunque interessantissima visivamente e probabilmente punto di partenza per un’intera saga.

