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Davide Avolio e la poesia: il segreto del suo successo? Non è la voce profonda

Davide Avolio, classe ’99 ma soprattutto classe da vendere, è un ragazzo di San Giorgio a Cremano che ha capito che la poesia poteva essere un pane di cui poter ancora vivere nel ventunesimo secolo. Ha cominciato a fare poesia attraverso i social, con la sua voce profonda si è rapidamente conquistato il benestare di una grossa fetta di pubblico che pende dalle sue labbra. Lo abbiamo intervistato tra un caffè e una Goleador a 20 centesimi in un bar della sua città.

Davide tu sei consapevole di essere un sex symbol?

«Perché dobbiamo cominciare sempre così? No dai, Che con la poesia si susciti nel pubblico un tipo di fascino diverso rispetto ad altri argomenti è sicuro. Ma è lo stesso tipo di fascino che esercita un chitarrista, un cantante… molto spesso mi capita di vedere ragazzi che fanno i cuochi sui social e hanno lo stesso un grande fascino. Credo che alle donne piaccia la luce di passione che traspare dagli occhi di un uomo quando parla di quello che ama».

Tu sei laureato in giurisprudenza, quando hai capito che la poesia era la tua strada?

«Ho capito che era la mia strada, nel senso di poterne fare un lavoro e quindi viverne, circa un annetto e mezzo fa. Più che capirlo l’ho maturata come consapevolezza. Io scrivo versi da quando ho 14 anni, ho pubblicato la mia prima raccolta (Sui propri passi) a 17 anni. Poi “Costellazioni” nel 2020 e poi “La mano”. Fino al La Mano non avevo chissà quale prospettiva, soprattutto qui in Italia. Quando parlavo con gli editori di pubblicare poesia venivo scartato a prescindere, ora sono gli editori che vengono da me. Questo perché contano soltanto i numeri, quanto puoi vendere e commercializzare. Pasolini diceva: “La poesia è inconsumabile” e in quanto materia inconsumabile crea un cortocircuito nel mercato attuale. Non si sa come si possa vendere di più poesia. Io non ho trovato il modo di vendere più poesia, ho trovato lo strumento moderno, i social, per far legare le persone prima che alla poesia a me in quanto autore. Poi tramite l’affezione che hanno nei miei confronti scoprire anche i miei versi. La mia poesia si basa soprattutto sull’accessibilità a tutti, faccio versi che non devono mai banalizzarsi al punto da finire nei Baci Perugina ma al contempo non devono nemmeno essere versi inaccessibili a chi non ha gli strumenti culturali per comprendere la poesia».

Il fatto che la poesia possa essere vista come un trend ha dei lati negativi?

«Il lato negativo di questa cosa è l’analisi superficiale del verso, che si verifica quando sottoponiamo la poesia al fenomeno dello scrolling. Questo perché su duecento persone al quale arriva il mio video venti lo portano al termine, ottanta guardano solo i primi secondi e non vanno a fondo. Di quei venti solo dieci cercano realmente di comprendere il video e così via. Questo è sicuramente un fatto negativo che nasconde però qualcosa di bello: aver portato almeno quelle cinque persone all’apprezzare e a comprendere la poesia».

I giovani si avvicinano alla poesia per riscoprire una sensibilità perduta?

«Loro riscoprono questa sensibilità che credono di aver perso tramite la poesia, perché la poesia gli viene insegnata a scuola come qualcosa di alto, solenne e attraverso personaggi che hanno costellato la letteratura italiana e internazionale diventa ai loro occhi qualcosa di austero, autoritario e complesso. Quindi quando si accingono a superare questo scoglio, magari anche scrivendo dei versi, si accorgono che la poesia può essere canto libero e disperato. I giovani si stanno avvicinando di nuovo alla poesia, grazie anche a un’incertezza sempre più forte nei confronti del futuro. Che poi se ci pensate è la stessa situazione che hanno vissuto quelli nati all’inizio del ‘900. È qualcosa che nasce anche dall’imitazione di modelli come il mio e di altri ragazzi che utilizzano i social come veicolo di cultura. Questi ragazzi stanno abbandonando il libro come veicolo, sono persone attaccate all’oralità. Per questo amano così tanto il Poetry Slam, perché gli ricorda le battaglie rap e il rap è il loro genere. Sta tutto nel capire quale sia il vettore ideale».

Questo tipo di lavoro viene percepito in maniera diversa tra Nord e Sud?

«Rispetto alla mia esperienza noto queste differenze: prima di tutto l’approccio emotivo, i ragazzi del sud mi dimostrano dieci volte l’affetto di quelli del nord, ed è un dato di fatto. Questo non vuol dire che siano meno ospitali quelli del nord, anzi, ho avuto ingressi in pompa magna nelle scuole del nord. Mi riferisco al post intervento, quando si passa un po’ di tempo da soli con i ragazzi. Al nord sono più abituati a certe dinamiche, a stare in posti chiusi dove si fa attività. È anche una questione antropologica e climatica, al nord il freddo è maggiore e viene più velocemente quindi si chiudono nei posti. I meridionali fanno lo “standing”, di solito stanno all’impiedi e all’aperto a fare attività. Un’altra differenza la vedo nell’attitudine all’ascolto che porta il ragazzo del nord, in media, ad essere più portato».

Molti considerano la poesia come un metodo di terapia e rifugio, sei d’accordo?

«Nel mio caso non lo è più. Io non mi rifugio assolutamente nei miei versi, anzi attraverso essi cerco di portare fuori un mio malessere affinché possano essere rifugio per qualcun altro. Però la poesia è nata come rifugio anche per me naturalmente. Da quello che mi scrivono…»

Intanto la conversazione viene interrotta dal passaggio della Vesuviana che stupisce tutti gli astanti

«…da quello che mi scrivono, la scrittura nasce sempre quasi così, da quel bisogno di raccontarsi. Prendi il mondo del Poetry Slam, quando i ragazzi di questa generazione salgono su un palco sentono di mettersi a nudo. Io la poesia la utilizzo come lente d’ingrandimento, per comprendere attraverso di essa cosa il mondo provoca dentro di me. Una guerra o un genocidio procurano una eco dentro di me che mi scombussolano in quanto essere umano, in quanto poeta ho l’esigenza di tradurre questa eco e metterla su carta. Ognuno poi espleta i suoi bisogni espressivi come meglio gli viene: musica, pittura, poesia ecc.

La cosa brutta è che i social e l’hating in essi presente spesso limita l’espressione dei ragazzi, che tendono a vergognarsi e nascondere le loro tendenze artistiche. Io stesso amo cantare, in particolare De André, ma mai mi sonerei di pubblicare un video mentre canto perché mi vergogno, perché stono. Però i social ci dicono che dobbiamo esprimerci solo se siamo belli da vedere e se ci apprezzano per quello nello specifico. I miei video sarebbero pieni di derisione se avessi pochi follower, ma l’appello psicologico all’autorità competente, l’autorità dei grandi numero, condiziona le persone a contenere il loro odio».

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