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Armi e USA: una love-story tra sangue e piombo

Negli USA si riaccende il dibattito legato alle armi, specie dopo la sparatoria in una scuola in Colorado e l’assassinio dell’attivista politico Charlie Kirk, avvenuti a distanza di poche ore nei giorni scorsi. Ma perché gli Stati Uniti soffrono così tanto il problema delle armi? In che modo ne regolamentano l’uso rispetto al resto del mondo? E quale impatto hanno le armi sulla società, sull’economia e sul tasso di criminalità del paese?

Il Secondo Emendamento

I Padre Fondatori ratificarono il Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America nel 1791. Esso sancisce il diritto di possedere armi per difesa personale. L’Emendamento recita: “A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear arms, shall not be infringed. (Essendo necessaria una milizia ben regolamentata per la sicurezza di uno Stato libero, il diritto del popolo di detenere e portare armi non sarà violato)”.

Si tratta di un provvedimento derivante dalla Bill of Rights inglese del 1689. Il diritto inglese, infatti, garantiva ai sudditi protestanti le armi per difesa personale. Con questo Emendamento i Padri Fondatori americani resero possibile la nascita di milizie armate per contrastare ogni forma di tirannia. Anche da parte del Governo Federale.

Storicamente, quindi, fino alla fine del XXesimo secolo il Secondo Emendamento veniva interpretato tendenzialmente a favore delle sole milizie. Fu a causa di due sentenze delle Corte Suprema, District of Columbia v. Heller del 2008 e McDonald v. City of Chicago del 2010, che tale diritto si espanse anche a favore dei singoli cittadini. Negli Stati Uniti vige la common law, per la quale qualsiasi sentenza di un tribunale – specie dalla Corte Suprema – crea precedenti giurisprudenziali. Per questo motivo, negli ultimi 15 anni circa, chiunque voglia avvalersi del diritto di possedere armi può impugnare il Secondo Emendamento.

La legislazione negli USA

La regolamentazione delle armi negli Stati Uniti è un mosaico di leggi federali e statali. Per questo, a distanza di pochi chilometri è possibile assistere a scenari completamente diversi. A livello federale, il Gun Control Act del 1968 e il Brady Act del 1993 portarono ai cosiddetti “background checks”. Si tratta di controlli su precedenti penali e salute mentale di chiunque voglia comprare armi da rivenditori autorizzati. Di questi controlli se ne occupa il Federal Bureau of Investigation (FBI), mentre il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives (ATF) supervisiona le licenze e contrasta il traffico illegale. Dal 2022, con il Bipartisan Safer Communities Act, sono partiti programmi anti-violenza e controlli più stringenti per gli under 21.

Nella maggior parte del territorio statunitense l’età minima per ottenere una “long weapon” (fucili di diverse categorie) è 18 anni. Mentre per le “hand weapons” (pistole) è 21. Gli Stati in cui bisogna avere almeno 21 anni per acquistare e detenere entrambe le categorie di armi sono pochi, tra cui New York, California e Illinois. Ancora, in alcuni Stati è possibile acquistare handguns anche a partire dai 18 anni, ma solo da rivenditori privati. 29 Stati, tra cui Texas, Florida e North Carolina, permettono il “permitless carry”. In questi luoghi, spesso definiti “Second Amendment Sanctuaries” (Santuari del Secondo Emendamento) è possibile portare con sé armi in luoghi pubblici senza particolari permessi o licenze.

Armi secondo emendamento USA percentuale di chi possiede armi negli Stati Uniti

Spesso il permitless carry coesiste con il “Charleston Loophole”, un buco legislativo che nel 2015 ha portato a una strage in South Carolina. In sintesi: il Brady Act del ’93 introdusse i background checks da parte dell’FBI verso chiunque volesse acquistare un’arma da rivenditori autorizzati. Il fatto è che l’FBI ha solo 3 giorni lavorativi per completare i controlli. Allo scadere dei 3 giorni, se il Bureau non ha ultimato i controlli, il rivenditore può comunque vendere l’arma. Questo pericoloso gap federale, come già accennato, nel 2015 armò un suprematista bianco che aprì il fuoco in una chiesa a Charleston, South Carolina. Solo 22 Stati, come California e Massachusetts, hanno cercato di risolvere la situazione allungando il tempo disponibile per i controlli.

Quest’anno, invece, il Presidente Trump ha enfatizzato la protezione del diritto al possesso. Si è opposto – infatti – a nuove restrizioni federali, ha applicato di rado le leggi già esistenti e sta cercando di revocare le riforme introdotte dall’amministrazione Biden.

Le lobby delle armi

Con più di 150 anni di storia, la National Rifle Association (NRA) è probabilmente l’organizzazione lobbistica legata alle armi più influente negli Stati Uniti. Nacque come associazione ricreativa per promuovere il tiro a segno e l’addestramento con le armi da fuoco. A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, però, si è lentamente mutata in un baluardo del Secondo Emendamento che oggi conta circa 5 milioni di membri. Negli ultimi decenni, la NRA ha trasformato la sua missione in un impegno politico contro il controllo delle armi, influenzando non solo l’opinione pubblica, ma anche la politica e le leggi.

Dal 1998 al 2020, le lobby pro-gun hanno speso circa 200 milioni di dollari per influenzare direttamente la legislazione americana. Il solo contributo dell’NRA ammonta a più di 60 milioni. L’organizzazione finanzia candidati favorevoli alle armi, con diversi milioni spesi nel 2016 per sostenere senatori repubblicani. Alle ultime presidenziali la NRA si è schierata apertamente a favore di Donald Trump. In tempi più recenti, però, gli interventi della NRA sono calati drasticamente a causa di problemi finanziari e scandali per corruzione che hanno portato alla bancarotta nel 2021. Nonostante ciò, rimane tutt’ora un attore influente nel dibattito sulle armi.

La lobby si è sempre mobilitata contro qualsiasi limite alle armi e ha, invece, appoggiato le riforme che allentavano le restrizioni. Nel 1986 ha portato avanti il Firearm Owners Protection Act, che moderava le limitazioni introdotte dal Gun Control Act del ’68. Nel ’96, invece, ha bloccato i fondi federali per le ricerche sul controllo delle armi. L’associazione esercita la sua forte influenza anche sul Congresso e la Corte Suprema. Questo grazie a una combinazione di lobbying diretto, finanziamenti politici (Political Victory Fund) e strategie di pressione pubblica attraverso i media (NRATV, chiuso nel 2019).

Dopo la strage di Charleston nel 2015 ha ostacolato l’Enhanced Background Checks Act, il quale ambiva a estendere il periodo di controllo per le vendite di armi da parte dell’FBI. Nel 2022 ha osteggiato perfino il Bipartisan Safer Communities Act, che ha migliorato i background checks per under 21 e finanziato programmi anti-violenza, definendolo un “abuso”.

Inquietanti sono anche i rapporti tra NRA e milizie armate, spesso estremiste e anti-governative, documentati negli ultimi trent’anni. La Michigan Militia, gli Oath Keepers e i suprematisti bianchi sono solo alcuni dei gruppi con i quali la NRA ha creato legami, sia attraverso personalità specifiche nella lobby – come il top lobbyst Wayne LaPierre negli anni ’90 – sia grazie alla propaganda veicolata dai loro media, che spesso sfocia anche nel complottismo.

La NRA, pur essendo la più potente, non è l’unica lobby che opera nel settore. Tra le tante ci sono anche la National Shooting Sports Foundation e i Gun Owners of America. Il contraltare a queste organizzazioni, invece, è rappresentato dalle varie associazioni anti-gun. Gruppi come Everytown for Gun Safety, Gifford Law Center e Moms Demand Action operano a favore del gun-control e hanno guadagnato terreno soprattutto di recente.

Crimini legati alle armi

Secondo il Gun Violence Archive (GVA), nel 2023 ci sono stati negli USA 47mila decessi per armi da fuoco. Di questi, circa 19mila sono omicidi, 27mila i suicidi e qualche centinaio gli incidenti. Nel 2024 fortunatamente gli omicidi armati sembrano diminuiti nelle grandi città. “Sembra” perché i dati raccolti sono ancora incompleti (infatti non abbiamo informazioni sui suicidi). Questo porta i soli omicidi dello scorso anno a 16mila, con circa 5200 bambini/adolescenti coinvolti, tra morti e feriti.

Un’altra tendenza che caratterizza in negativo gli USA è quella delle sparatorie nelle scuole, o “incidenti con arma da fuoco su suolo scolastico”. Il confine tra “incidente” e “sparatoria” non è ben delineato in questi casi. Infatti le autorità utilizzano spesso definizioni discordanti. Per “sparatoria” il GVA intende un evento con almeno 4 vittime (ferite o morte). Secondo i dati di Education Week, di sparatorie nelle scuole ce ne sarebbero state 38 nel 2023, con un ammontare di 21 morti e 42 feriti. Il 2024 è stato un altro anno record: 39 sparatorie, con 18 morti e 59 feriti.

La sparatoria scolastica più celebre nella storia degli Stati Uniti è sicuramente la strage di Columbine, avvenuta il 20 aprile 1999 alla Columbine High School di Littleton, Colorado. Qui due studenti, Eric Harris e Dylan Klebold, armati di pistole, fucili e bombe artigianali, uccisero 13 persone (12 studenti e 1 insegnante) e ne ferirono 24 prima di suicidarsi. Questo evento infame scioccò la nazione e portò maggiore focus sulla sicurezza scolastica, ma le riforme che ne seguirono – come il Gun-Free School Zones Act – non furono abbastanza per evitare altri episodi simili. L’ultimo il 10 settembre scorso, nel cortile della Evergreen High School – sempre in Colorado – che ha portato a due feriti gravi e alla morte del giovane attentatore.

I due attentatori della Columbine ripresi da una telecamera di sorveglianza nella scuola.

Gli Stati in cui la violenza armata sembra concentrarsi – secondo il Gifford Law Center – sono quelli del Sud e del Sud-Ovest, dove le leggi sulle armi sono più permissive. In particolare Mississippi (29 morti per arma da fuoco ogni 100mila abitanti) e Louisiana (28/100mila). Stati con leggi severe, come California e New York, risultano i più sicuri da questo punto di vista, con soli 5-8 morti ogni 100mila abitanti.

Confronto con gli altri paesi

Dopo aver esaminato la situazione delle armi in America, è arrivato il momento di confrontare questi dati con gli altri paesi del mondo. Gli Usa si trovano al primo posto per numero di armi da fuoco per abitanti (120 armi per 100 abitanti). Più del 30% della popolazione è armata, e alcuni individui detengono veri e propri arsenali da guerra. Secondo queste stime, gli Stati Uniti supererebbero per distacco anche paesi come Yemen, Arabia Saudita e Iraq. In Europa, lo Stato che si avvicina di più ai numeri statunitensi è la Serbia. Nonostante la Svizzera, invece, conti circa 45 armi ogni 100 abitanti, la violenza legata a esse risulta molto bassa grazie al servizio militare obbligatorio e ai controlli stringenti.

Altre nazioni hanno accentuato, o addirittura introdotto, politiche per il gun-control di recente, con buoni risultati. Il Regno Unito ha reso quasi impossibile detenere armi da fuoco dopo il massacro della scuola di Dunblane nel 1996. Anche l’Australia si è mossa in maniera simile dopo la strage di Port Arthur, sempre nel ’96. Ancora, in Canada – a differenza degli USA – le armi vengono considerate un privilegio e non un diritto. Ne conseguono leggi molto stringenti e un tasso di omicidi armati decisamente inferiore agli Stati Uniti.

Ma la medaglia d’oro come “nazione più ostile alle armi” probabilmente se la merita il Giappone. Nel “Paese del Sol Levante”, che non ha un esercito, il processo di ottenimento della licenza include il superamento di test teorici e pratici, valutazioni psicologiche, controlli antidroga e delle fedine penali, oltre a un’età minima di 18 anni e la necessità di specificare il motivo dell’acquisto. Non a caso lì il tasso di morti per armi da fuoco è vicino allo zero.

Fortunatamente l’Italia vanta una gestione delle armi abbastanza rigorosa. Innanzitutto è obbligatorio denunciare il possesso di armi e munizioni entro 72 ore dall’acquisizione presso la Questura o i Carabinieri. Si può detenere un numero limitato di armi comuni e sportive, mentre non ci sono restrizioni sul numero di armi da caccia. Tutte, però, hanno i loro limiti specifici sulla custodia e il trasporto. L’acquisto richiede almeno un nulla osta, mentre il porto d’armi è obbligatorio per il trasporto fuori dalla propria abitazione. Esso può essere di diversi tipi: difesa personale, sportivo, uso venatorio; ognuno con requisiti specifici. 

Forse per qualche appassionato di armi queste leggi sembreranno troppo severe. Qualcuno potrebbe perfino pensare che l’Italia dovrebbe essere come l’America riguardo alle armi. Certo: il numero di armi da fuoco in circolazione non è l’unico dato che influisce sul numero di morti, ma fa comunque la sua buona parte. Lo Stato dovrebbe dissuadere con ogni mezzo necessario i suoi cittadini dal detenere strumenti disegnati appositamente per procurare la morte. Alcuni paesi lo hanno già capito da un pezzo. Altri magari più di recente, ma meglio tardi che mai. Gli Stati Uniti d’America, invece, mentre dibattono sul favorire libertà o sicurezza, non si rendono conto che tra un assassino e un morto per arma da fuoco c’è sempre, appunto, un’arma da fuoco.

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