Si sa, quello napoletano è uno tra i dialetti più conosciuti e belli (non sono di parte, giuro) d’Italia, ricco di espressioni spesso anche intraducibili e proverbi che continuano a vivere di generazione in generazione. Come ogni lingua, ha le sue influenze dovute ai contatti con gli altri paesi del mondo, in particolare durante il periodo del Regno di Napoli, in cui erano intensi gli scambi commerciali con il Nord Africa, e proprio ciò ha portato il popolo napoletano ad avvicinarsi, per esigenza, all’arabo.
A parlarne è anche Pier Francesco Favino protagonista di Nostalgia, film del 2022 diretto da Mario Martone. Nel film, Favino interpreta Felice Lasco, che, dopo aver vissuto per quarant’anni tra il Libano, l’Egitto e il Sud Africa torna a Napoli e in particolare nel rione Sanità, dove è nato e cresciuto, per accudire sua madre ormai anziana e malata. L’attore, in un’intervista rilasciata a RDS, sottolinea la connessione tra la lingua araba e il dialetto napoletano, soprattutto in relazione alla mancanza, in entrambi i sistemi linguistici, del verbo avere. Scopriamo insieme questo rapporto a cui forse non avevi pensato!
Avere o non avere?
In lingua araba, “io ho” si traduce come “indi” che letteralmente significa “a me è”. Ti ricorda qualcosa? Questo costrutto è estremamente vicino, ad esempio, alle parole napoletane “sorema” (sorm) “fratemo” (fratm) che possiamo tradurre come “sorella a me, fratello a me/mia sorella, mio fratello”, ma anche “mammeta” (mammt) che sta ad indicare “tua mamma“. Ancora il verbo avere, in napoletano viene spesso sostituito dall’espressione “tengo” che in arabo possiamo tradurre con la parola “ahtammu” traduzione di “mi interessa, mi sta a cuore”: insomma, quanta dolcezza, tenimm o cor rint o zuccr!
Che tamarro!
Tamarro, dall’arabo Tamàr, produttore di datteri. Questi, nell’antichità venivano designati come persone dai modi rozzi, volgari e poco gentili. Se è vero che i tempi cambiano, non lo fanno per sempre e i modi (poco) gentili restano.
‘O ccafè
Probabilmente questa parola viene utilizzata a Napoli da una singola persona circa 40 volte al giorno, è la prima cosa a cui pensi quando ti svegli e ogni momento è buono “p ‘na tazz e cafè” tanto che forse la stai sorseggiando mentre leggi questo articolo, ma sapevi che deriva da qahwa e significa “bevanda eccitante“? No? Ora sì, prego!!
‘Na ciofeca
Attenzione però, alcuni caffè non possono essere definiti caffè vero e proprio, tipo quello in cui il tuo amico ci aggiunge l’acqua altrimenti “mi brucia lo stomaco” (è ora di cambiare amicizie), e infatti sono proprio ‘na ciofeca! Da safeq che significa “bevanda disgustosa”. Ti vedo che al bar ordini un caffè lungo annacquato, a questo punto prendi un thè! (Anche se bisogna ammettere che quell’intruglio dei distributori che Strega Varana spostati ogni tanto fa il suo lavoro e tiene svegli in aula e in ufficio).
Sarracino
O’ Sarracino, bellu guaglione! Deriva da “Saraceno” e veniva utilizzato per indicare i musulmani e soprattutto le persone con carnagione scura. Nel dialetto napoletano, indica un uomo affascinante e perché no, un dongiovanni (da non confondere con il malessere, che per quanto possa essere bello, non balla). “Sarracino” è anche uno dei cognomi più diffusi soprattutto in Campania e in atre regioni del Sud.
‘A carcioffola
Impossibile tu non abbia mai assaggiato sua maestà ‘a carcioffola. Che sia “indorata e fritta”, bollita per mantenere la linea, arrostita, mangiata con olio e pepe, e… potrei scrivere una lista infinita, ‘a carcioffola ha un posto a tavola ogni domenica. Questo nome deriva dal termine arabo kharshūf e mangiarla a sempre bene: alla fine sono ortaggi!
Guallera
Sicuramente l’espressione più colorita e non la più poetica, ma di certo molto utilizzata. A Napoli assume un significato che possiamo ritrovare anche nel multiverso, indica infatti la noia, la pesantezza estrema, il non riuscire a sopportare una situazione, una cosa o una persona. Il suo significato principale è ernia inguino-scrotale e deriva da wadara, pantalone indossato da alcune popolazioni arabe con il cavallo tanto basso da arrivare quasi alle ginocchia. Di certo c’è molta creatività!
L’arabo è una lingua tanto affascinante quanto difficile, eppure utilizziamo ogni giorno parole derivanti da questa senza neanche rendercene conto. Come nel napoletano, anche nel dialetto siciliano ci sono arabismi derivanti dalla dominazione araba in Sicilia. Insomma, a volte anche ciò che sembra lontano è più vicino di quanto immaginiamo. E tu, conosci altre espressioni di uso comune derivanti da altre lingue?

