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Essere belli ripaga: lo dice la Scienza

“La bellezza capita” recitava qualche anno fa Diletta Leotta durante un monologo che le costò la gogna mediatica. Alla luce dei risultati di varie ricerche scientifiche questa affermazione risulta oggi ancora più ingiusta. Ecco come gli studi dimostrano “il privilegio di essere belli”.

Esiste davvero il pretty privilege?

Secondo l’ideale greco della Kalokagathìa, (da kalós) il bello deve essere specchio della perfetta armonia di corpo ed anima. Una bella intuizione che con il passare dei secoli è andata perduta, a favore di una società sempre più influenzata da canoni estetici variabili.

É ovvio come nonostante non esista un ideale concetto del “bello oggettivo”, ci siano determinati tratti che oggi vengono definiti come “oggettivamente belli”. Proprio sulla base di queste caratteristiche nasce l’idea del pretty privilege ovvero, il privilegio di essere belli.

Secondo questa dura legge, la vita per chi è più attraente sarebbe più semplice sotto ogni punto di vista; sociale, emotivo e a quanto pare anche economico. A dircelo non sono solo le esperienze dei singoli, ma la scienza.

Il fenomeno che sta alla base del pretty privilege sarebbe il cosiddetto halo effect (effetto aureola) un bias cognitivo che induce la creazione dei pregiudizi nel cervello umano. Ritenere una persona elegante, attraente o piacevole alla vista ci porterà a pensare che sia buona, onesta e meritevole di soccorso.

Dal privilegio alla disparità: il “beauty gap”

Capita spesso di incrociare per strada i cartelloni dove uomini e donne sfoggiano sorrisi sgargianti nel tentativo di vendere case; questo fenomeno (particolarmente insistente negli USA) ha spinto il professor Sean Salter della Middle Tennessee State University a domandarsi se gli agenti immobiliari più attraenti guadagnassero di più.

“La prima impressione è che si tratti di una persona attraente”…”Quindi, prima di assumere questa persona per vendere la vostra casa, avete già un’impressione positiva di quella persona nella vostra mente.”

Da questo dipenderebbe dunque un maggior guadagno, come affermano anche altri studi a riguardo. I dipendenti più attraenti guadagnano più della media e tendono maggiormente ad aspirare a ruoli dirigenziali. Questo genererebbe un vero e proprio beauty gap all’interno dei luoghi di lavoro.

A confermarlo è uno studio realizzato da Daniel Hamermesh, psicologo dell’Università del Texas, che ha evidenziato come persona “bella” guadagni in media circa 20 dollari in più all’ora. Questo dato si riconferma in un rapporto dell’economista Eva Sierminska su IZA World of Labor, secondo cui le persone considerate attraenti guadagnano fino al 15% in più rispetto a chi è percepito come meno o poco attraente.

Tuttavia il fattore determinante di questa differenza di patrimonio risiederebbe anche nella dura legge della natura per cui è più probabile che persone attraenti tendano ad accoppiarsi tra loro.

Ciò creerebbe un circolo vizioso: chi è bello guadagna di più, genera figli altrettanto belli che però potranno godere non solo del proprio beauty gap, ma anche dell’iniziale privilegio patrimoniale dei genitori.

Fascino criminale

Il pretty privilege oltre che influenzare la quotidianità, talvolta può anche aiutare in situazioni complesse. Gli effetti dell’ halo effect vengono infatti sfruttati anche all’interno delle aule di tribunale e nei dibattiti elettorali.

Il caso del serial killer Ted Bundy è tutt’oggi emblematico. Dopo l’arresto, per Bundy seguirono vari processi in cui l’uomo appariva piacente, seducente con le donne, ma sempre fedele alla moglie. Bundy, che si presentava sempre ben vestito e sicuro di sé, è stato capace di prolungare la sua vicenda giudiziaria anche di fronte a prove schiaccianti. Questo non gli è valso la libertà, ma è comunque un esempio evidente di come l’immagine abbia un ruolo fondamentale anche quando si è accusati di plurime omicidio.

Anche nel recente scontro Trump versus Harris si è potuto toccare con mano l’effetto del pretty privilege, che in questo caso è costruito a tavolino da un team di esperti.

Da sempre i politici utilizzano la propria immagine per dialogare, rassicurare o galvanizzare i propri elettori. Gli abiti indossati durante i confronti televisivi, le immagini fatte circolare dai contendenti prima e dopo, le scelte di merchandising dei loro uffici di comunicazione, sono tutti elementi di una vera e propria performance.

Si è spesso speculato sulla poca incisività dei look di Kamala Harris, rispetto a quello ben definito di Donald Trump che con il suo ciuffo biondo tinto e la sua cravatta rossa sempre ben in vista ha conquistato i cittadini americani.

La speranza del glow up

Più che di vera e propria bellezza forse sarebbe meglio usare il più generico termine di immagine; qualcosa che è accessibile a tutti e che quindi rende il concetto di pretty privilege più democratico.

Kappalicious già nel 2010 ci insegnava cosa fosse un “glow up”.

Spesso e volentieri il miglioramento della nostra immagine non è solo legato al vestiario o il trucco, ma anche a un’oscillazione del peso (TW).

Il dramma di inseguire una forma fisica ideale accumuna tutte le donne ed é strettamente legato al modo in cui il mondo ci percepisce. Uno studio recente condotto in Spagna da Catarina Goulão ha rilevato che essere in sovrappeso è spesso associato a lavori meno remunerativi, soprattutto per le donne. Secondo i risultati, infatti, le donne sovrappeso devono inviare il 37% in più di curriculum per ottenere lo stesso numero di chiamate delle donne normopeso.

Ciò è confermato dall’esperienza di molte donne che a fronte di un drastico cambiamento di peso hanno notato come la loro sfera relazionale sia nettamente migliorata. Questo può generare un pericoloso meccanismo psicologico, per cui la perdita di peso è associata all’approvazione della società, a prescindere da quali possano essere le cause dietro ad esso.

Nel giro di pochi anni siamo passati dallo standard filiforme delle modelle anni ‘90 (ai limiti del DCA) all’altrettanto utopica clessidra di Kim Kardashian. A questo punto c’è da chiedersi se ci sia davvero speranza per tutte o se invece, cosa più probabile, non ce ne sia per nessuna.

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