E se vi dicessi che tutto ciò che inseguiamo non è la realtà? Siamo cresciuti con l’idea che la felicità sia il premio finale, dopo una lunga corsa ad ostacoli e ci dicono che, una volta raggiunto quel titolo di studio, promozione, o quel conto in banca a migliaia di cifre, saremo tutti felici. Eppure io vi dico: il successo non rende felici.
La vetrina del successo in bella vista
Oggi il successo non è più un obiettivo, è un requisito fondamentale per sentirsi accettati. Non facciamo qualcosa per l’ambizione di raggiungere un traguardo, noi sentiamo la necessità di essere il meglio in circolazione, costantemente e pubblicamente. Siamo la prima generazione che si confronta con chiunque ma soprattutto con quelli che consideriamo i “migliori” del mondo. Scorrendo Instagram o TikTok, vediamo i momenti culminanti della carriera degli altri, e crediamo che tutti stiano vincendo, tranne noi.
La nostra vita è diventata un brand di lusso, dove ogni cena, viaggio o traguardo deve essere “postato”, cosicché il nostro valore viene dato da una serie di like e commenti, seguendo un “format”. Ogni cosa deve essere produttiva altrimenti è inutile: dipingi? Sì, ma per aprire un negozio Etsy o Shopify, vai a correre? Sì, ma per postare il video con l’audio motivazionale.
“Ambizione precaria”
Cosa nascondiamo davvero dietro la parola “ambizione“? E se il successo fosse diventato una forma di autodifesa?
Chiunque può farcela partendo da un garage
Sì, ok, è super motivante, ma diciamocela tutta, che peso enorme è pensare che non sei mai abbastanza? Se il successo dipende solo da me, il mio fallimento è la dimostrazione della mia incapacità, dunque sto macchiando da solo il mio CV?
Ma dai! Il fallimento è una fase normale di ogni processo creativo, ma non dipende da noi,bensì dalle circostanze. Nessuna grande opera, nessuna invenzione e nessuna carriera sono nate senza un errore, eppure, oggi abbiamo smesso di vederlo come un passaggio tecnico e lo abbiamo trasformato in una colpa. Spesso il risultato finale non dipende solo dalla nostra volontà, ma da un intreccio di circostanze, fortuna e contesto. Ecco perché oggi percepiamo il “fallire” come un male morale. Siamo ossessionati perché abbiamo paura di essere gli unici a rimanere indietro in una corsa senza fine. Abbiamo scambiato il senso della vita con la visibilità.
Trova la tua misura di felicità
Viviamo nell’era della performance ma la vera ribellione, oggi, è stare semplicemente bene. Non nega l’ambizione, ma la ridimensiona, rimettendo la salute, le debolezze umane e i suoi punti di forza al centro di tutto il processo. La felicità risiede nel capire che il successo non deve essere per forza un evento eclatante, può essere silenzioso, privato e profondamente soddisfacente.
Il successo può essere: riconquistare il proprio tempo e passarlo con le persone che amiamo, coltivare un hobby solo per il puro gusto di farlo, trovare il coraggio di dire “così è abbastanza”.
La felicità non è un pacchetto vacanze “all inclusive” che arriva con la gloria, i soldi e l’arroganza; è gratitudine per ciò che si ha, è gentilezza verso noi stessi e gli altri; ma soprattutto è presenza, la vita accade qui e ora, non nel futuro radioso che ci hanno promesso.

