Le lotte sociali e femministe dei movimenti sessantottini del secolo scorso si sono a lungo battuti per il diritto al controllo delle nascite e alla maternità volontaria.
I diritti riproduttivi femminili sono anche oggi al centro del dibattito dei principali gruppi femministi, i quali promuovono i contraccettivi e l’aborto come mezzi di autodeterminazione del corpo e dell’identità femminile.
L’introduzione di contraccettivi ormonali poi, ha reso ancora più sicura e accessibile una vita sessuale dove al centro è posta la scelta di tutelarsi da possibili malattie ma, soprattutto, da gravidanze.
Un’interessante riflessione da porre, però, riguarda l’inadeguatezza e le disuguaglianze presenti in merito alla contraccezione. Infatti, pur avendo segnato una pietra miliare nella storia dei diritti delle donne, i contraccettivi oggi a disposizione non sono più compatibili (o forse non lo sono mai stati) con il modello di società che vogliamo costruire.
I principali mezzi contraccettivi messi a disposizione infatti, si concentrano sulla donna e sul suo corpo. Ma da un punto di vista biologico, ha davvero senso attribuire tutta la responsabilità della contraccezione alle donne?
Il discorso è molto più complesso di quello che si possa immaginare. Intrinseco infatti di biologia, norme e valori culturali, tocca aspetti che oggi tendono ad essere trascurati anche da parte delle donne stesse, a causa del maschilismo interiorizzato.
Contraccettivi ormonali e a barriera
Per fare chiarezza, è importante innanzitutto distinguere tra due tipi di contraccettivi: ormonali e a barriera.
I contraccettivi ormonali impediscono la gravidanza modificando l’equilibrio ormonale del corpo per impedire l’ovulazione, rendere il muco cervicale più denso (bloccando gli spermatozoi) e/o rendere l’endometrio inadatto all’impianto dell’ovulo.
I più diffusi sono la pillola anticoncezionale, il cerotto, l’anello vaginale, l’impianto sottocutaneo e la spirale ormonale.
Ognuno di questi metodi può avere effetti collaterali, sono costosi ed invasivi del corpo della donna in quanto ne vanno ad alterare tutto il funzionamento ormonale. Nonostante abbiano un’alta efficacia quindi, questi contraccettivi possono avere dei rischi sulla salute psicofisica delle donne.
Al momento, non esistono contraccettivi ormonali maschili in quanto sin dai primi studi sul tema si è ragionato in un’ottica di responsabilità femminile della contraccezione.
I contraccettivi a barriera invece, impediscono fisicamente agli spermatozoi di raggiungere l’ovulo. Tra gli esempi più comuni abbiamo il preservativo maschile, ma anche qui le offerte femminili abbondano:: preservativo femminile, diaframma e spugna contraccettiva sono alcuni dei metodi messi a disposizione anche se poco diffusi.
La contraccezione è una responsabilità femminile?
Nel complesso quindi, anche nei contraccettivi a barriera che non presentano controindicazioni sulla salute (fatta eccezione per gli individui allergici al lattice) la responsabilità cade prettamente sulle donne. Queste ultime infatti possono scegliere fino a 4-5 metodi contraccettivi a barriera disponibili, mentre per gli uomini è messo a disposizione solo il preservativo.
Queste esigenze che hanno orientato e plasmato la ricerca scientifica rispondono a degli ideali culturali ben precisi. Infatti, la contraccezione è stata da sempre considerata una responsabilità femminile, con tutte le controindicazioni e i rischi per la salute del caso, che sono più socialmente accettati se a correrli è una donna.
Ma da un punto di vista scientifico e razionale, di chi dovrebbe essere la responsabilità del controllo delle nascite?
Secondo la biologia una donna può restare incinta una sola volta ogni ciclo mestruale (quindi circa una volta al mese) e può partorire al massimo qualche decina di figli nella vita, con un enorme fatica. Inoltre, le probabilità di una gravidanza non sono sempre costanti: diminuiscono a seconda delle varie fasi del ciclo mestruale e con il passare degli anni.
Per un uomo invece, è possibile teoricamente ingravidare centinaia o migliaia di donne in un anno, anche in un solo giorno, perché produce spermatozoi in continuazione e non ha limiti biologici così stringenti.
In termini di potenziale riproduttivo, è quindi l’uomo il vettore a rischio più alto e dunque il controllo delle nascite dovrebbe gravare maggiormente sul sesso maschile. Questo perché un solo uomo può generare molte più gravidanze rispetto ad una sola donna.
Scienza e cultura: i progressi finora non sono abbastanza
Eppure, le ricerche scientifiche sul controllo delle nascite non sono andate verso quella direzione.
Infatti il peso di questo controllo è stato storicamente e culturalmente scaricato sulle donne, all’interno di dinamiche di potere, controllo e anche di fattori biologici (dovuti al fatto che la gravidanza avviene nel corpo della donna).
Questo ha portato a sviluppare numerosi contraccettivi femminili (come abbiamo accennato prima, non privi di rischi in caso di quelli ormonali) mentre l’uomo può scegliere solamente il preservativo o alcuni tipi di spermicida, non troppo efficaci se usati da soli, senza ricorrere al più invasivo metodo della vasectomia. Infatti la pillola maschile è ancora in fase di ricerca e probabilmente non verrà presto lanciata sul mercato, a causa anche dello scarso “appealing” che sembra portare con sé.
Pensare a nuovi metodi contraccettivi, possibilmente condivisi, ci aiuterebbe a fare un altro passo avanti verso le disuguaglianze di genere e a costruire una società più aperta verso nuove forme di concepire il controllo delle nascite e la responsabilità della genitorialità.
