La libertà di culto, anche nei tempi di guerra, è una delle più profonde espressioni della dignità umana. Consente di conservare la propria identità e la propria umanità. Quando questa libertà viene violata, non si ferisce solo una “religione”: si colpisce la mente e il cuore dei credenti, si tenta di spegnere la speranza e di ridurre la persona a semplice oggetto o strumento di potere.
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Proprio il 29 marzo 2026, il giorno della domenica delle palme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, e il padre Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, sono stati fermati e bloccati dalla polizia israeliana mentre si recavano in uno dei luoghi più simbolo della cristianità per celebrare la messa che inaugura la Settimana Santa della Pasqua: il Santo Sepolcro.
La polizia israeliana afferma:
«Costretti a tornare indietro mentre procedevano in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale».
Il Patriarcato di Gerusalemme afferma che “per la prima volta dopo secoli è stato impedito alla Chiesa di celebrare la Messa della domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro“. Inoltre, Pizzaballa ricorda di essere “strumenti di pace e di riconciliazione”, nonostante la situazione complicata che stiamo vivendo.
L’invito del papa
Papa Leone risponde:
«Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra. La rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”».
Libertà di culto sotto assedio: il diritto di sperare in guerra
La fede non può essere strumento di guerra. l’incidente che è accaduto oggi è un chiaro attacco alla speranza del popolo. Fin dove può spingersi la cattiveria umana? Come può essere spento l’interruttore della vendetta?
La violazione del culto è un segnale potente. Afferma che la guerra non distrugge solo territori, ma tenta di cancellare ciò che rende ciascuno di noi unico, radicato nella propria storia e nella propria cultura. In momenti come questo, proteggere anche solo il diritto di pregare diventa un atto di resistenza, di umanità, e di difesa della libertà stessa.

