La scelta del suicidio si sta pericolosamente diffondendo tra gli studenti universitari, seguendo uno schema ricorrente: comunicano alla famiglia che gli esami sono stati sostenuti, la tesi è in consegna, si attende la comunicazione della data di proclamazione, il giorno della laurea o poco prima si compie l’atto più pauroso, il suicidio. Si inizia con una menzogna piccola che si fa sempre più grande. Come un buco nero che assorbe tutto dall’interno, impedisce di scorgere una via d’uscita. La scelta di rinunciare ad esistere, progressivamente, viene preferita alla confessione della verità. È lo schema dei suicidi universitari.
Esiste una sola certezza: la vergogna
La vergogna di non essere stati abbastanza bravi, abbastanza veloci, abbastanza svegli, addirittura abbastanza grati a chi, con sacrifici, ha reso possibile compiere un percorso di studi. La vergogna diventa enorme e si inizia a provare un crescente senso di vuoto e solitudine. La vergogna di restare indietro in un mondo sempre più veloce. Si tratta di una società regolata da principi condivisi, modelli tendenzialmente positivi, sempre positivi, non è concesso sbagliare. L’adempimento coincide col raggiungimento di un successo, della perfezione, da cui deriva l’approvazione della comunità.
Tutto ciò genera nella persona un disagio psicologico tale da ledere la sua dignità, e da compiere gesti estremi. Di fronte a tali tragedie, è naturale, come società, porsi degli interrogativi urgenti. Viviamo nella “civiltà della vergogna”?
E questa vergogna è ben riposta?
Mi spiego meglio: in psicologia la vergogna è un’emozione secondaria, a differenza delle emozioni primarie, come la rabbia, la sorpresa, la gioia o la tristezza. Il suo sviluppo avviene in concomitanza con lo sviluppo e la crescita dell’individuo, ed è una conseguenza della interazione sociale. Essa è legata al giudizio rispetto al proprio valore. Ci si ritrova a provare vergogna quando si ha la percezione che il proprio comportamento non è stato all’altezza degli standard che la società, e il contesto, pone come riferimento. Una persona prova vergogna tutte le volte in cui si percepisce non degno di stima, in tutti quei momenti in cui si sente giudicata o emarginata dagli altri. Come conseguenza porta a delle difficoltà relazionali, sociali e personali, che possono essere fortemente ricollegate al tema del suicidio universitario.
L’incapacità di saper gestire le nostre emozioni è una conseguenza della società iper-produttiva in cui viviamo. Siamo costantemente esposti ad uno stile di vita “a mille”, il riposo non è accettato, l’errore, l’imperfezione sono delle macchie sul nostro volto che ci fanno percepire a noi stessi, e non agli altri, come dei reietti della società.
A tutto ciò si aggiunge un altro fattore: l’ansia
La stragrande maggioranza delle problematiche sorgono per una mancata gestione dell’emozione dell’ansia. L’ansia, sì, è un’emozione e non è “tutto nella tua testa”.
Ovviamente, si può manifestare in modi diversi: c’è lo studente che, all’idea dell’esame, si terrorizza non rendendo al massimo delle proprie capacità, instaurando così un circolo vizioso di scarsa autostima. Oppure, vi sono i ragazzi la cui ansia è paralizzante, per cui non sostengono esami, procrastinano e magari non hanno il coraggio di cambiare corso di studi se si rendono conto che quello scelto non fa al caso loro.
In molti di questi casi, a giocare un ruolo fondamentale è la famiglia.
Tuttavia, la fascia d’età 18-20 anni, non ha ancora il coraggio, o forse non più, di opporsi alle aspettative familiari. In queste situazioni può accadere che uno studente resti inattivo a lungo e non sostenga esami, mentre magari i genitori sono convinti che stia avanzando nel corso degli studi. Si arriva così al fatidico momento di una presunta laurea con un libretto che invece è completamente bianco.
La pressione accademica
Oltre alla famiglia e all’ansia, è importante sottolineare la questione della pressione accademica.
Ad oggi, il benessere psicologico non è più trascurabile. Di sicuro la pandemia ha acuito alcune difficoltà, così come il nostro mondo costantemente precario lavorativamente, economicamente e nei rapporti affettivi. Questi ultimi altamente confusionari e privi di costrutto. Senza contare la sensazione di insicurezza globale con guerre in atto e morte che ci circonda, privi di una morale e di qualcosa in cui credere e sperare. Ovviamente questa sensazione di instabilità è avvertita di più dai giovani che sono le figure più fragili.
C’è una grossa pressione verso la performance. La performance, l’esigenza di essere bravi per forza, di dover portare a casa dei risultati ottimali, producono una forte pressione sui ragazzi. Il 30 e lode non è un semplice voto, esso corrisponde all’eccellenza.
Posso comprendere, però, che un docente non sempre possa avere le competenze psicologiche per approcciare lo studente più timido, fragile, introverso o problematico. Ma questo, a maggior ragione, dimostra che occorre un’educazione a queste tematiche.
Tutti i genitori, vogliono i figli perfetti: ma perché?
Sabrina Ferilli diceva: ” Tutte le mamme sono mamme eccezionali che hanno figli eccezionali…”
Ecco, il punto è proprio lì. Oggi i genitori, trasmettono sui figli, le proprie insicurezze e le proprie ambizioni, non accettano che un figlio possa sbagliare, perché sarebbe un loro fallimento. Il figlio esiste in virtù dei risultati che ottiene. Se commette un errore, lo commette sua madre o suo padre. Perché? “Beh non l’ha cresciuto bene. Che me ne vogliate, ma non è certo colpa loro, la società bersaglia anche e soprattutto i genitori, e l’ansia sociale cresce e si instaura a livello famigliare.
L’elevata pressione sociale e “social”, dove ognuno esprime il proprio pensiero fregandosene del prossimo, ma solo perché “io posso”, ha trascinato le regole e le norme sociali fino a questi forti dislivelli. La vittoria è fondamentale! Non esiste sconfitta! Ma il super uomo di D’Annunzio non era finito cent’anni fa?
La retorica del «se vuoi puoi», così diffusa a ogni livello, implica che siamo artefici non soltanto dei nostri successi, ma anche, se non soprattutto, dei nostri insuccessi. Questa retorica è così pervasiva che colonizza anche le cose che non possono affatto dipendere dal nostro impegno o dalla nostra buona volontà.
L’affanno perenne dei giovani d’oggi
La vita dei giovani somiglia sempre più a un concorso a premi: un percorso di studi brillante e senza interruzioni, la gavetta – sfruttamento – la popolarità, il contratto a tempo indeterminato, la famiglia perfetta. Lo scontro con la realtà diventa così insostenibile, perché queste cose non solo sono difficili da realizzare proprio perché non dipendono sempre da noi.
I social ci mostrano le vite perfette degli altri, non solo quelle degli influencer. Dobbiamo mostrare di essere costantemente felici, di essere sempre al top.
Ad oggi è necessario, cambiare il nostro approccio alla salute mentale e alla vita: un cambio che non riguarda soltanto gli investimenti o le politiche sanitarie, ma il modo in cui come società trattiamo disagio psichico, ma soprattutto le nostre prerogative sociali, causa scatenante del nostro disagio. Di fronte all’ennesimo suicidio di studenti universitari e non, non possiamo continuare a fare finta che fosse soltanto “un problema suo”, è un problema nostro. I giovani sono il nostro futuro, l’evoluzione che cambia il mondo, e che non commette sempre i medesimi errori. Non siamo tutti destinati ad essere presidenti della repubblica, siamo destinati ad essere UMANI.

