Sanremo si sa, è un fatto serio. Gli artisti si preparano per mesi e anni, il pubblico freme in attesa, i media ne parlano, diventa il centro di ogni discorso. Tra grandi nomi e previsioni, piano piano, in punta di piedi, si avvicina una figura magrolina e coi capelli lunghi, entra all’Ariston, si tinge la faccia di bianco, indossa un vestito con le spalline imbottite di due pacchetti di patatine, si siede scomposto al piano e all’improvviso tutta l’Italia conosce il suo nome: Lucio Corsi.
Probabilmente su Lucio non ci avrebbe scommesso nessuno, nemmeno quei pochi intenditori che il primo dicembre quando Carlo Conti ha pronunciato il suo nome non hanno esclamato “chi?”. Eppure timido e composto sbraccia tra i big, conquista il secondo posto e, soprattutto, i cuori di tutti.
Ma perché Lucio Corsi ci piace così tanto?
La musica di Lucio Corsi è un viaggio tra semplice quotidianità e paesaggi onirici, alla ricerca di un mondo sonoro e visivo che mescola folk, glam rock e cantautorato, pregno di gavetta e libertà creativa. Ogni suo progetto è accompagnato da una cura particolare per i dettagli, durante le sue esibizioni dal vivo riesce a creare un’atmosfera quasi teatrale, i suoi videoclip sono visionari, spesso veri e propri cortometraggi.
Ma ciò che ci piace davvero di Lucio è la sua autenticità, i suoi racconti delicati, la gentilezza dei suoi paragoni che portano alla realizzazione di quanto sia semplice sentirsi inadeguati per noi gente normale. In questo duro mondo abituato a correre, in cui ci sentiamo lasciati indietro da un tempo che ci sfugge dalle mani, viene naturale pensare che sarebbe molto più semplice trasformarci in robot efficienti e infallibili, senza emozioni che rischiano di farci soffrire, disposti a diventare anche rudi e cattivi se è necessario.
Lucio Corsi ci piace perché ha ammesso ciò che noi da soli non riuscivamo ad ammettere. A chi non piacerebbe far parte del gruppo dei cool kids, quelli alti due metri, col baffetto e i capelli rasati ai lati? Ma la pressione sociale che opprime ognuno di noi viene spazzata via da una dichiarazione di fragilità che si presenta come una carezza, che ti tocca dalle prime note e ti tiene attivo all’ascolto di una poesia perfettamente lineare e comprensibile. Vengono così riesplorati e riportati alla luce i sentimenti reali di ognuno di noi, anche quelli inconsci e infantili.
E mentre ci immaginiamo ad arrampicarci sugli alberi prima di cadere, arriva l’iconico duetto con Topo Gigio, omaggio a Domenico Modugno che per primo ha prestato la sua voce al pupazzo nel 1959. Un duetto che ha mescolato musica, teatro e ironia, un invito a riconnetterci con la nostra vulnerabilità e tenera incoscienza, il gradino da cui ripartire per il viaggio interiore di riaccettazione del nostro vero io, anche quando è diverso da come ce lo aspettavamo.
Concetto ribadito durante la serata finale, in cui non è passata inosservata la scritta “Andy” sotto alla suola della scarpa di Corsi. Un rimando a Toy Story, film di cui Lucio è molto appassionato, che ancora una volta ci mette in contatto con i desideri e l’amore che provano i bambini, pieni di fantasia e speranza per il futuro.

Ripartire da qui: dall’innocenza
Da Gatto Silvestro sulla maglia, dalle spille barattate con i dolci, dai passi timidi per salire e scendere dal palco e dall’esplosione di un’esibizione vissuta con un amico. Un’esibizione di sorrisi, di chitarra, pianoforte e armonica, di luci e fiori bellissimi ma appesi a un filo, un processo di autoconsapevolezza che finisce con la resa di se stesso: “non sono altro che Lucio”. E cosa c’è di più bello?
Volevo essere un duro è un’ambizione non raggiunta perché è in realtà irraggiungibile, perché il sole acceca e la luna ha le buche, perché è l’imperfezione a renderci unici, perché anche quando ti senti un passo indietro è importante guardarsi attorno e chiedersi: ma indietro rispetto a chi?
Lucio Corsi ci piace perché non ci fa sentire soli. Perché nessuno di noi è duro per davvero, e perché forse allora va bene così. Perché con lui dopo tanto tempo vince di nuovo la gentilezza dei modi, dei suoni, delle fiabe. Lucio Corsi ci piace così tanto perché è una boccata d’aria fresca inaspettata e molti di noi con lui sono tornati a respirare.
Citando Un Altro Mondo, brano tratto dal suo ultimo album La Gente che Sogna, “che esista un altro mondo io non ne dubito, basta credere agli occhi, credere agli occhi anche quando si chiudono”: imparare di nuovo a sognare per tornare a sperare in un mondo in cui la serenità esiste anche con la paura del buio. Allora sì che vivere la vita è un gioco da ragazzi.
Grazie Lucio.

