Da ieri mattina, 21 ottobre, gli studenti manifestanti contro il genocidio in Palestina hanno occupato la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento.
Le attività didattiche sono state sospese ed è stato bloccato l’ingresso al corpo docente e amministrativo. L’idea è quella di mandare un messaggio chiaro: l’Università di Trento deve prendere una posizione immediata sul genocidio in corso a Gaza.
Obiettivi e motivazioni dell’occupazione
L’iniziativa, firmata dal collettivo Sumud Universitaria, è una presa di posizione contro la quotidianità-complice occidentale. Già diverse settimane fa, durante il blocco totale promosso a seguito dell’abbordamento della Flotilla dall’esercito israeliano, migliaia tra studenti e non erano scesi in piazza a manifestare per Gaza, bloccando le uscite in tangenziale e i binari della stazione di Trento.
L’obiettivo è quello di rompere i legami accademici che l’università continua ad avere con enti istituzionali israeliani. Infatti, tra le richieste avanzate ritroviamo:
- Sospensione immediata degli accordi con università e aziende israeliane;
- Avvio di collaborazioni con università palestinesi, come segno concreto di sostegno a studenti e accademici provenienti da Gaza;
- Una condanna esplicita e radicale nei confronti dello stato di Israele e una netta presa di posizione sul genocidio in corso
Ciò nonostante, l’occupazione è portata avanti da un esiguo numero di attivisti. Sono circa 50-60 gli studenti (in gran parte non iscritti all’ateneo trentino) ad occupare la facoltà.
Le reazioni delle istituzioni
Al momento le istituzioni sono impegnate in un dialogo con gli occupanti. La politica locale li definisce “figli di papà che possono permettersi di stare fuori corso” (Urzi, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia). Si incita il ricorso alle forze dell’ordine per ripristinare quanto prima la situazione.
Le università come spazi di protesta: le contestazioni da tutta Italia
Tuttavia, non è la singola occupazione dell’università di Trento a fare scalpore: essa si inserisce nel panorama più ampio di tutta una serie di mobilitazioni universitarie per la Palestina che hanno avuto luogo nell’ultimo periodo.
Da Sud a Nord, in tutta la penisola le università si sono affermate come principali luoghi di discussione e lotta contro il genocidio. A Roma, gli studenti della Sapienza hanno tenuto dei presidi nelle aule di Lettere e Scienze politiche; a Bologna è stata occupata la facoltà di Filosofia e Comunicazione. Ancora, a Torino, Milano, Napoli e Padova si sono svolti sit-in, assemblee e blocchi simbolici contro le collaborazioni con università israeliane
La principale accusa che gli studenti rivolgono agli atenei è la promozione di un atteggiamento indifferente, in contrasto con la responsabilità politica che invece l’accademia dovrebbe assumere.
A puntare il dito ai manifestanti invece, c’è sempre la solita retorica dello studente o del lavoratore stacanovista, non perdigiorno, che vede il suo diritto allo studio “leso” per due giorni di attività didattiche sospese.
L’esito di questa occupazione resta per il momento incerto. Tuttavia, una cosa è chiara: tutta la serie di iniziative volte a rendere le università responsabili dei propri rapporti con lo Stato di Israele, ormai non possono più essere ignorate.

