The Odyssey, ultima fatica del regista premio Oscar Christopher Nolan, è finalmente approdato in sala. Ma tra hype e polemiche, dopo Oppenheimer Nolan sarà riuscito a fare di nuovo centro?
The Odyssey: aspettative e timori
Christopher Nolan è un regista che tutto sommato rispetto, nonostante alcune delle sue opere le trovi alquanto sopravvalutate. Apprezzo il Nolan che antepone l’umanità dei propri personaggi alla decostruzione della linearità narrativa, che è tanto un marchio di fabbrica quanto un pretesto, alle volte forzato, per complicare il racconto in maniera fine a sé stessa. Per questo preferisco infinitamente film come Memento, The Prestige e Oppenheimer ad altri come Inception o Tenet. Inoltre stimo Christopher Nolan per il suo tentativo, ora più che mai preziosissimo, di difendere il cinema in sala, e tra poco ci arriviamo.
Dopo Oppenheimer, che ho amato, l’idea di vedere un adattamento dell’Odissea diretto da Nolan mi stuzzicava parecchio. Ho recuperato i testi omerici solo per arrivare preparato al film, ma avevo comunque dei timori. Se da una parte il rigore tecnico del regista lasciava presagire una messa in scena capace di restituire quella gravitas che caratterizza il mito greco, dall’altra ero preoccupato lato sceneggiatura. Il viaggio di Odisseo è comunque una delle storie più celebri e importanti di sempre. Qualcosa di estremamente fondativo e radicato nella tradizione e nell’immaginario collettivo di diverse culture. Un’opera capace di sopravvivere ai millenni attraverso racconti per la maggior parte orali che hanno plasmato la società, gli usi, i costumi e le leggende di intere civilizzazioni.
L’Odissea è, dunque, qualcosa di grosso; forse troppo grosso perfino per Sir Christopher Nolan. Poi ci sono state le polemiche. Si è detto di tutto su questo film ancora prima che uscisse: sui costumi, le ambientazioni, il cast. Quello che più mi ha fatto storcere il naso dai trailer non è stata l’inaccuratezza storica, che in un adattamento lascia il tempo che trova. Piuttosto la mancanza di una direzione estetica precisa. In alcune sequenze infatti sembrava di stare in Grecia, in altre in Scandinavia, Egitto, nel Medioevo o addirittura nel presente.
Il viaggio: ritorno o fuga?
Sin dall’inizio, attraverso l’epopea del protagonista, ci troviamo di fronte a tutta una serie di microcosmi che apparentemente risentono di un profondo decadimento. Vediamo persone o popoli isolati, dialoghi fatalistici, una fotografia che incornicia le ambientazioni con una luce fredda che a tratti le fa apparire quasi ultraterrene. C’è stata una frattura, e l’Età del Bronzo è sull’orlo del collasso. Odisseo lo sa, e il suo viaggio è legato a doppio filo con questa consapevolezza. Ma questo ritorno epico, col passare dei minuti – che nella pellicola sono anni – acquisisce sempre più le caratteristiche di una fuga.
Nolan prende l’opera di riferimento e la rivolta come un calzino. Alcune tappe del classico itinerario dell’Odissea che – almeno dalle nostre parti – conosciamo a memoria, mancano o vengono in qualche modo fuse tra loro. Lo stesso vale con certi personaggi, anche importanti nel testo di Omero. Modifiche che nell’economia del film funzionano, soprattutto per ragioni legate alla fruibilità del racconto.

Il montaggio alternato con la storia parallela di Telemaco, poi, non solo rende il tutto ancora più scorrevole, ma mantiene quella frammentarietà che ha sempre contraddistinto Nolan ma senza farla pesare allo spettatore. Parlando sempre di montaggio: alcune sequenze, soprattutto nei primi e negli ultimi minuti, risentono di una problematica già riscontrabile in Oppenheimer. Ci sono infatti tagli che aumentano la velocità del ritmo esponenzialmente, al punto che certe scene ricordano quasi dei trailer o i classici “riassunti delle puntate precedenti”. Ma d’altronde per condensare in tre ore l’intera Odissea, o quantomeno i suoi eventi principali, bisogna per forza sacrificare qualcosa, in questo caso l’omogeneità del pacing.
Christopher Nolan e il grande schermo
Sul piano registico invece la pellicola si difende egregiamente, e qui torniamo al discorso “sala cinematografica”. The Odyssey è il primo film girato interamente in IMAX 70mm, e poche sale in tutto il mondo possono proiettarlo per come è stato concepito. Ma a parte i pipponi tecnici su aspect ratio e risoluzione, il succo della questione è un altro. Nolan avrà voluto anche fare semplicemente il figo con questa scelta, ma a oggi è uno dei pochi registi che si prodigano attivamente nello sfruttare quante più risorse possibili per elevare l’esperienza cinematografica in sala. E tra queste risorse, oltre a macchine da presa da mezzo milione di dollari ciascuna, c’è anche la potenza del brand “Nolan”, che da solo è capace di attirare folle di persone al cinema.
Questo perché, nella sua accessibilità, il regista de Il Cavaliere Oscuro e Interstellar ci fa sentire un po’ tutti esperti della settima arte, o quantomeno cinefili al di sopra del pubblico generalista. I suoi film sono lunghi, maestosi, cervellotici. Insomma, film “da capire”. Ma Nolan è anche un regista che non si trova molto a suo agio nel gestire dinamiche troppo umane e legate all’emotività. La sfera intima, nel suo cinema, raramente è sviluppata quanto dovrebbe, a causa di una scrittura dei personaggi spesso restìa nel metterli veramente a nudo (metaforicamente e letteralmente: dubito che Odisseo e Calipso si siano limitati a fare psicoterapia per 7 anni a Ogigia, ma vabbè).
Ma in The Odyssey ci troviamo comunque di fronte a una serie di evoluzioni. Da un lato la macchina da presa e la fotografia di Hoyte van Hoytema compiono un lavoro estremamente eterogeneo in linea con l’anima del poema di partenza. Ci sono campi lunghissimi e totali desolanti, primi piani che bucano lo schermo, sequenze che mostrano la guerra di Troia in tutta la sua atrocità. Altre, invece, più vicine all’horror – e che horror – e poi momenti che ricordano addirittura il thriller psicologico. Un’opera estremamente densa, forse troppo. Non tutte le tappe del viaggio convincono allo stesso modo: i Lestrigoni, per esempio, non risultano memorabili quanto Polifemo o la maga Circe.
Ma in ogni caso, a differenza di altre pellicole dell’autore, qui non ci troviamo mai di fronte a uno sforzo tecnico che scade nel virtuosismo fine a sé stesso. Anzi: questa volta la regia risulta più al servizio della sceneggiatura e dei personaggi, così da permettere allo spettatore di immergersi profondamente nelle vicende narrate.

L’altra evoluzione, invece, si compie sul fronte narrativo. Nolan, che ha anche scritto il film, riesce nell’arduo compito di riproporre una storia già masticata innumerevoli volte ma sotto una nuova chiave di lettura. E se non “nuova”, quantomeno la più sottovalutata, seppur sempre intrinsecamente presente nel testo originale.
I lacrimoni furbi “alla Interstellar” ci sono, eh. Basti pensare al cane Argo, ma comunque non possiamo biasimare Nolan per aver mantenuto la scena più commovente dell’Odissea. Ma quel peso emotivo così devastante, che è alla base del film, in realtà è presente sin dall’inizio e cresce, tanto nello spettatore quanto nei personaggi, di pari passo con la consapevolezza di Odisseo rispetto al suo passato e al ruolo che egli stesso ha avuto nel declino del mondo che lui conosceva. Odisseo si rende conto di non essere “Nessuno” (e infatti la celebre battuta nel film non c’è), ma di essere qualcuno eccome. E non tutti gli epiteti a lui attribuiti sono lusinghieri.
The Odyssey: top o flop?
Matt Damon restituisce un Odisseo che è un po’ Robert J. Oppenheimer, un po’ Cooper da Interstellar e un po’ Leonard di Memento. Non il carismatico Sean Bean di Troy, ma un uomo che impara a fare i conti col proprio passato, nel bene e nel male, mentre cerca di ritornare dai suoi cari. Ma questo ritorno, forse, non è veramente ciò che vuole. Lo spettatore non riconosce Matt Damon, ma un uomo afflitto, svuotato, che mente agli altri, a sé stesso ma non agli dèi.
E, parlando di divinità, Nolan le mette in scena in maniera tanto semplice quanto coerente con il messaggio che il film vuole trasmettere. Merito anche di una Zendaya, che interpreta Atena, sorprendentemente intensa, soprattutto negli sguardi. Ma anche il resto del cast non è da meno. Anne Hathaway e Tom Holland regalano forse le migliori performance della loro carriera. L’Antinoo di Robert Pattinson è odioso sin dal primo frame in cui compare, e Lupita Nyong’o risulta memorabile come Elena/Clitennestra nonostante lo screen-time limitato. Ma la migliore interpretazione, tra tutte, è quella di Samantha Morton nei panni di Circe, protagonista di una scena tanto agghiacciante quanto indimenticabile.

Ho apprezzato molto anche il comparto audio e la colonna sonora, quest’ultima firmata dal già premio Oscar – grazie a Nolan – Ludwig Göransson. Ogni brano accompagna alla perfezione la rispettiva scena, ma senza mai sovrastarla. Mancano infatti momenti dove la musica esplode e diventa protagonista, come succede per esempio in Interstellar e Oppenheimer. Ma la colonna sonora gioca comunque un ruolo cruciale in altre forme: le urla assordanti di Polifemo dopo essere stato accecato, il suono della corda dell’arco di Odisseo oppure il modo magistrale in cui viene gestito il canto delle sirene.
Si può dire, quindi, che Nolan abbia compreso l’Odissea molto più di quanto mi aspettassi. C’è l’epica, c’è il viaggio, c’è il dramma e soprattutto l’immortalità delle vicende narrate. I costumi e le navi saranno anche sbagliati, ma poco importa: l’Odissea, tanto quella di Omero quanto questo adattamento, parla di noi in quanto individui e in quanto insieme di popoli. Nolan si fa padrone di quel viaggio straordinario e lo usa per costruire un ponte tra passato, presente e futuro. E in quest’ottica, data anche l’enfasi che il regista pone – in maniera anche metanarrativa – sulla connotazione orale del racconto in sé, anche certi anacronismi nei già citati costumi, nel cast e nelle scenografie, a un certo punto diventano rappresentazioni dell’universalità di questa storia e di come possa cambiare a seconda di chi la racconti.
Ma The Odyssey non è affatto un film perfetto. Certe volte risulta fin troppo didascalico e, almeno secondo me, alcuni passaggi di sceneggiatura andavano un po’ asciugati. Per non parlare delle scene d’azione difficili da seguire per coreografia e montaggio e della mancata caratterizzazione di personaggi come Euriloco o Mentore, che un paio di linee di dialogo in più avrebbero colmato. Ma, nonostante queste mancanze, The Odyssey è al contempo la prova che è ancora possibile realizzare pellicole del genere: grandi blockbuster in costume dotati di una vena autoriale che non vada a mettere in ombra l’anima del materiale originale, ma che piuttosto la arricchisca, anche andando a toccare la sensibilità contemporanea.

Certo: anche io prima o poi vorrei vedere un’Odissea cinematografica con un cast interamente greco, armature e navi perfettamente accurate, un vero ciclope trovato chissà dove in Sicilia e tutta una serie di accorgimenti che potrebbe concepire solo uno storico che non vede la luce del Sole da più tempo di quello che ci ha messo Odisseo a tornare a Itaca. Però, nonostante questo, non posso fare altro che fare i complimenti a Nolan per aver ampiamente superato le mie aspettative. Però Chris… quando ti decidi a dirigere un horror?

