Molti non la conoscono, chi ha letto di lei forse l’ha dimenticata. Una delle personalità più eclettiche e affascinanti del panorama artistico degli anni Cinquanta e Sessanta. Una vera figlia dei fiori, classe 1930, originaria di Canterbury, danzatrice, pittrice e amante dell’arte. Tra una vita da nomade e il sogno di diventare un’artista, Vali Myers è ricordata oggi come la strega di Positano.
Vali, una strega buona
Vali Myers era una strega buona. La sua interessante vita è stata ricostruita grazie alla regia di Sheldon e Diane Rochline. Nel 1965 producono un documentario sulle abitudini quotidiane di Vali, in una Positano che fa da sfondo, ambientato nel Vallone Porto.
In linea con il suo spirito libero e artistico Vali gestiva insieme al marito, l’architetto Rudi Rappold, il vallone che fu trasformato in una sorta di giardino dell’Eden. Una riserva naturale dove poter vivere a stretto contatto con la natura e con le vibrazioni dell’anima. Dopo aver presentato il progetto di trasformazione del vallone, moglie e marito ottennero la concessione e la gestione dal sindaco di Positano. Proprio qui Vali espresse tutta la sua arte, per alcuni stravagante e per altri ipnotica. La donna dai capelli rossi, gli occhi grandi e truccati di nero trovò il suo posto nel mondo e, forse fu proprio amore a prima vista.
Una vita tra sogno e realtà
Vali Myers visse una vita tra il sogno di diventare una grande artista, dedita all’arte e una realtà familiare non semplice. Figlia di corsari inglesi, ereditò dalla madre la passione per l’arte: sua madre suonava il violino. Non fu semplice il suo rapporto con il padre, la vita ordinaria e convenzionale del suburbio australiano le stava stretta. Alla tenerissima età di quattordici anni scappò via di casa e guadagna i primi soldi in una fabbrica e dopo investì i suoi risparmi nella danza. La vocazione artistica esplose sin da subito, diventò la prima ballerina della Melbourne Modern Ballet Company ma questo non le bastò. I suoi sogni erano grandi e si spinsero oltre oceano.
Arrivò in Europa, precisamente a Parigi, dove il suo spirito artistico trovò la sua massima espressione nella vita bohémien della capitale francese. Una vita libera, senza regole e controcorrente: tutto ciò che aveva sempre desiderato.
Il sogno durò a lungo, anche quando Parigi fu occupata dai nazisti, Vali visse in un quartiere di emarginati e di sfollati, senza mai abbandonarlo. Parigi fu per Vali un luogo di scoperta, la musica jazz, i salotti d’arte, i teatri, la fotografia e conobbe anche suo marito Rudi Rappold. Il suo soggiorno a Parigi si interruppe con la sua espulsione. Iniziò così un’intensa fase di spostamenti in giro per l’Europa. Nel 1952 sbarcò per la prima volta a Positano con un collega pittore. L’anno successivo si trasferì con il marito. Dopo la rottura con Rudi Rappold creò un forte legame con Gianni Menichetti.
Il ricordo di Vali Myers
Tutti i ritratti di Vali Myers suscitano una forte curiosità: i suoi tatuaggi sul volto, i suoi capelli di un rosso vivo e l’abbigliamento da gitana. Quello di Vali era un sogno che è diventato realtà quando ormai era una donna adulta. Positano resterà il suo porto sicuro, la sua fissa dimora. Quando arrivò il successo, si spostava tra New York e il “canyon selvaggio”, così chiamato da Gianni Menichetti, suo compagno di vita. Durante un soggiorno americano è noto un aneddoto con una sua compagna d’arte, Patti Smith alloggiva nel suo stesso hotel. Al tempo Patti era una rivoluzionaria del rock americano e si fece tatuare il ginocchio sinistro da Vali Myers. Quando tornò nella sua città, Vali fu accolta come una celebrità. Gli incontri durante il suo vagabondaggio in Europa le avevano fatto guadagnare notorietà, era stata notata, celebrata come una musa ispiratrice e ricordata per il suo essere magnetica. Un brutto male le strappò la vita nel 2003. Muore nella consapevolezza di aver goduto della libertà della vita.
” Non mi disturba affatto la malattia, perchè, sai, amore, quando hai vissuto come me, hai fatto tutto”
Quello che oggi resta della sua storia è custodito nei diari, nei dipinti e nel ricordo di chi l’ha conosciuta.

