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Wimbledon banna gli influencer. Ma all’US Open è troppo tardi

I grandi Slam sono una goduria per ogni appassionato di tennis. Andare a vedere un match per molti è il sogno di una vita. Giocarne uno, è davvero un privilegio. Ma cosa accade quando un ambiente raffinato, pulito, silenzioso e iconico subisce le barbarie del mainstream? Come riporta USA Today dopo gli episodi accaduti all’US Open di quest’anno, Wimbledon ha preso una decisione forte e chiara per arginare ogni caduta di stile: niente accrediti per influencer nel 2027. Praticamente il contrario di ciò che hanno fatto in America. Ben 100 accrediti quest’anno per i creatori di contenuti social. Ma perché questa decisione?

Troppo caos, meno tolleranza

L’America fa parlare sempre di sé. Un mondo a parte, un continente caotico che concentra la propria essenza in una sola città: New York. Qui, nel Queens, ogni anno da fine agosto a inizio settembre si disputa uno dei quattro Grandi Slam (massime competizioni nel mondo del tennis) che raduna migliaia di fan e spettatori. Tutti vogliono vedere il match della vita, tutti vogliono assistere alla scalata per la vittoria. A dominare da sempre questi eventi c’è il caos. Ma quest’anno le lamentele sono davvero troppe: odori, rumori molesti e mancato rispetto delle regole. I giocatori sembrano divisi a metà: chi è contento di rendere il tennis uno sport meno d’élite anche nell’etichetta e chi chiede un ritorno alla disciplina per dare il meglio di sé in campo. D’altronde, è lo sport del diavolo, si sa, servono silenzio e concentrazione. Senza considerare poi la vicenda degli influencer invitati per sponsorizzare ancor di più questo mega evento, che spesso disturbano le partite. Dei 100 accrediti, neanche in poche ore, ne sono stati sottratti già due.

Radice e Jongens: gli accrediti sottratti

La vicenda degli accrediti riguarda due ragazze Meg Radice e Audrey Jongens, titolari dell’account social The Vip List. Dopo aver pubblicato sui social la foto dei propri accrediti (comprese le credenziali e i codici di accesso) questi gli sono stati immediatamente revocati. Anche peccando di superficilità è una vicenda molto ambigua che ha catturato l’attenzione dei più. L’organizzazione, interpellata da The Athletic, ha chiarito che in realtà le due non disponevano di un accredito ufficiale riservato a influencer, ma facevano parte del personale di uno dei servizi di ristorazione presenti a Flushing Meadows. (Le due in effetti sono titolari di un account a sfondo gastronomico). In realtà, le due erano entrate con un pass da staff ristorazione, non come influencer ufficiali, una distinzione cruciale che le organizzazioni hanno voluto chiarire. Comunque, sono sin da subito diventate il simbolo della deriva degli US Open di quest’anno.

I giocatori hanno molto di cui lamentarsi

I migliori tennisti al mondo ormai sembrano non reggere più quest’ambiente da stadio di calcio più che campo da tennis e iniziano a lamentarsi, quest’anno come mai prima d’ora. Naomi Osaka, disturbata dall’ennesima ring light di un’influencer ha dichiarato espressamente «C’è stato un momento in cui, mentre giocavo il punto, queste persone gridavano delle cose… Va bene cercare di allargare la popolarità del tennis, ma dall’etichetta e dalle regole non bisognerebbe prescindere». Coco Gauff, invece, chiede un rispetto dell’etichetta e di uno stile idoneo a questo sport, sempre stato appannaggio di pochi «Se ti invitano sul red carpet, non ci vai in jeans» sottolinea la tennista americana.

Il premio miglior lamentela quest’anno va a Zverev che ha dichiarato «Il campo diciassette puzzava come il salotto di Snoop Dogg…». E sullo stesso tema marijuana si è espressa anche la numero uno al mondo Sabalenka che sabato ha addirittura fermato per qualche minuto il proprio match. C’era un odore davvero insopportabile di marijuana che distraeva e la disturbava dalla partita. Tutto legale, fumare cannabis a scopo ricreativo nel Queens è possibile.

Le due eccellenze italiane sembrano reagire in modo completamente diverso invece. Da una parte Sinner, emblema dell’equilibrio mentale indissolubile che infatti dichiara di non essere colpito né ostacolato dal forte caos degli spettatori americani. D’altra parte c’è il romano Cobolli che nella sconfitta con Blockx si è fatto condizionare: «È troppo rumoroso: così diventa difficile concentrarsi».

Quando è cominciata la deriva?

Non è sempre stato così, le cose sembrano aver preso una piega diversa da un po’ di anni a questa parte. Come riporta Il Post, il pubblico degli US Open ha iniziato a diventare più rumoroso a partire dagli anni Settanta. Perché? Perché dall’erba su cui si giocava e ai club iconici e riservati in cui il torneo aveva luogo, si è deciso di passare al cemento di Flushing Meadows, nel Queens.

Anche il giornalista sportivo statunitense Giri Nathan nel suo libro Cambiocampo ha sottolineato la condotta non idonea del pubblico dichiarando che «il pubblico degli U.S. Open è rumoroso, piuttosto sbronzo e immune alla vergogna». E feedback ancora più recenti li abbiamo dall’inviata del Corriere della Sera, Gaia Piccardi che scritto «Scordatevi il religioso silenzio wimbledoniano tra i punti, i battimano precisi, i sospiri trattenuti sulla palla break o il match point. Qui si mangia e beve, innanzitutto. Lo sferragliare di mandibole è un sottofondo costante». Sono persone che «non capiscono davvero perché debbano comportarsi come se fossero a un funerale», ha scritto The Athletic riferendosi al pubblico americano.

Seguire le regole non è chiedere troppo

Chiunque si affacci ad acquistare un biglietto per uno dei match o per un’intera giornata, non può non incappare sulla pagina delle buone regole da seguire avendo accesso al torneo. Sono poche e comprensibili davvero a tutti. Molte di queste sono state già ignorate. Evitare l’uso di flash, apparecchi o dispositivi luminosi che possono disturbare giocatori e gli altri spettatori. Naomi Osaka ne sa qualcosa.

Evitare di muoversi eccessivamente o addirittura alzarsi mentre un giocatore sta servendo e ci si trova nel suo raggio visivo, poiché ciò potrebbe interferire con il movimento del servizio. Poi alcune regole sull’audio: stare in silenzio durante lo svolgimento delle battute e degli scambi, si può ovviamente applaudire a fine di ogni punto. Il suono della pallina è davvero importante per un giocatore: si può capire la direzione, la potenza e il tipo di colpo effettuato dall’avversario solo ascoltando quel suono davvero essenziale.

Infine, l’ultima regola sull’abbigliamento. Ed in questo l’unica che forse ha fatto una lamentela di troppo è stata proprio l’americana Coco Gauff. Le regole sottolineano massima libertà nel modo di vestire, dall’indossare un completo elegante alla propria tuta preferita per restare comodi tutto il giorno. L’unico vero obbligo dello spettatore in questo caso è rimanere completamente vestiti in ogni momento.

Il tennis americano e quello inglese

L’US Open è il tennis tipicamente americano. Caos, rumori, marijuana, cibo in eccesso e chi più ne ha più ne metta. Wimbledon ha deciso di preservare lo status di Grande Slam più chic che si sia. E noi? Noi guardiamo da casa, non sapendo più quale sia il tennis che amiamo.

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