Tra le opere più controverse e discusse della storia del cinema europeo, Persona di Ingmar Bergman ci pone, oggi ancor più che nel 1966, dinanzi a complessi dilemmi esistenziali. Un film che si presta ad innumerevoli letture, che siano esse sull’attuale condizione di anestesia morale in cui versa la nostra società, sull’incapacità di reagire e di comunicare tra di noi, o sulla volatilità delle nostre certezze e di ogni convinzione a cui pur ostentiamo ad aggrapparci.
L’onda lunga di un capolavoro
Il 31 ottobre 2019 Marracash — pseudonimo di Fabio Bartolo Rizzo — rilasciava il suo nuovo album musicale, dopo più di tre anni di assenza quasi totale dai riflettori (più tardi ammetterà di aver sofferto di gravi crisi depressive). Tale progetto segnerà un rilancio fondamentale per la carriera dell’autore e rapper, i cui testi da allora assumeranno un carattere marcatamente più introspettivo e personale. Vere e proprie poesie contemporanee come Crudelia–I nervi e Madame–L’anima sancirono, in definitiva, un plebiscito da parte della critica per un disco destinato a diventare uno dei maggiori successi dell’urban italiano. Quest’album si chiama Persona.

Ho scelto questo titolo perché il film di Bergman descriveva perfettamente lo stato di scollamento che provavo. Ero diventato un ologramma di me stesso.
I rimandi concettuali all’opera di Bergman sono numerosi e mirati, a partire dalla scelta di trarre la copertina del disco da un celebre fotogramma del film. Ma l’influenza cinematografica è ben maggiore tra le rime di Marracash.
Il titolo del lungometraggio svedese deriva dalla locuzione latina Dramatis persona, volta a definire la maschera indossata in scena dall’attore del teatro latino. Così, Fabio Rizzo si serve dell’opera bergmaniana per dar voce ai volti e agli spettri che hanno caratterizzato la sua personale crisi d’identità, per raccontare il dualismo conflittuale tra la maschera Marracash e l’uomo Fabio, catturato nel tentativo di riappropriarsi della propria individualità, laddove questa era soffocata dall’esteriorità del personaggio pubblico.
Compiere la fuga
All’inizio, davanti ai nostri occhi vediamo solo immagini confuse, volutamente disturbanti: un ragno, l’uccisione di un agnello, un chiodo conficcato in una mano. Poi l’attenzione si sposta su un ragazzino che, dapprima steso su un lettino, si alza e poggia la mano destra su un grande schermo, dov’è comparso il volto di una donna.
La trama segue la vicenda di Elisabeth Vogler, attrice teatrale che, a seguito di un esaurimento nervoso, ha smesso di parlare. Ricoverata nonostante i medici siano convinti che il suo mutismo sia conseguenza unicamente di una scelta volontaria (e non di una qualsivoglia malattia fisica o psichica), Elisabeth viene affidata alle premure della giovane infermiera Alma, la quale presto troverà conforto confidando i propri segreti alla silenziosa ascoltatrice. E quando le due saranno trasferite in un cottage nella speranza di favorire la guarigione dell’attrice, non tarderà a sorgere un’ambigua convergenza emotiva tra la paziente e l’infermiera.
Da questo presupposto narrativo, dunque, Bergman dipana una profonda riflessione sull’abissale distanza che separa le aspirazioni idealistiche di ognuno dalla propria reale condizione personale, un confronto tra l’impeto veemente di vivere autenticamente e la mera incapacità fattuale di compiere la fuga, di smuovere le acque tediose di un presente di inerzia.
Immagini significative
Credi che non ti capisca? Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa e provoca quasi un senso di vertigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata, riportata ai tuoi giusti limiti. Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia.
Due immagini, in due distinti frangenti del lungometraggio, gettano nell’angoscia Elisabeth, scuotendo la sua psiche da uno stato di sostanziale apatia: quella di un bambino, con le mani alzate durante il rastrellamento nazista nel ghetto di Varsavia, e quella di un bonzo vietnamita, che si diede fuoco per protesta contro la guerra.

Perfino Alberto Moravia rivolse le proprie attenzioni allo stratificato intrico intessuto da Ingmar Bergman. Egli distingueva in Persona quattro parallele linee interpretative: una psicologico-realistica, basata sulla controversa intesa amorosa tra le due protagoniste, includendo gli squilibri del rapporto; una lettura ideologico-simbolica, incentrata sull’immobilità della società occidentale,i cui individui rifuggono necessariamente nell’insignificanza o nella dissolutezza; una suggestione filosofica, legata al pensiero di Søren Kierkegaard sui concetti della colpa, della disperazione e dell’estetismo; oppure, infine, una prospettiva sociologica che ponga come oggetto della critica — ad opera del regista borghese — il sistema di caste e gerarchie che permea la realtà capitalistica novecentesca.
Una spiaggia desolata
Dopotutto, però, ben al di là di ogni speculazione sui significati e di messaggi attribuibili all’opera, non ci rimane che l’impressione pura, l’ineffabile poeticità della visione.
Travolti fin dall’inizio da un susseguirsi di istantanee, il fulcro della narrazione è racchiuso in uno scenario languido, in una spiaggia desolata, come a voler accentuare il senso di isolamento e spaesamento provato dalle due protagoniste. Soggiacciamo, dunque, al giogo di Alma ed Elisabeth, ai loro deliri, ai loro segreti, alla loro inessenza. Ed , in fondo, tutto ciò ci va bene, semplicemente perché in loro possiamo riscoprire noi stessi.

