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Speranza tra le macerie di Gaza: la storia di Mohamed

La testimonianza di Mohamed da Gaza

Da quasi due anni si parla incessantemente di Gaza e del genocidio perpetuato da Israele ai danni della popolazione palestinese. Se ne sente parlare praticamente ovunque: al telegiornale, sui social, nei programmi tv serali. Il numero degli sfollati e delle vittime non fa altro che aumentare e basta aprire qualsiasi app per imbattersi in immagini e video che documentano la tragedia. Dietro quei volti e quei numeri ci sono esseri umani di cui forse non sapremo mai il nome e la cui voce non verrà mai ascoltata. Il desiderio di raccogliere la testimonianza diretta di chi vive il genocidio sulla propria pelle ci ha portati sul profilo Instagram di Mohamed Ibrahim, un trentaseienne palestinese, di Gaza, che ha accettato di condividere la sua storia. 

Raccontaci di te e della tua famiglia. Di che cosa ti occupavi prima che tutto questo avesse inizio?

«Mi chiamo Mohammed, vengo da Gaza, ho 36 anni e all’inizio del prossimo anno festeggerò il mio 37° compleanno: sarà il mio terzo compleanno durante questo genocidio. Prima del massacro lavoravo come grafico, era la mia passione, anche se mi ero laureato in Economia e Contabilità con specializzazione in inglese. Qui non riuscivo a trovare un lavoro adeguato in quel campo e non potevo viaggiare perché non avevo i mezzi finanziari. La mia famiglia è numerosa: siamo cinque figli maschi e tre femmine. Tutte le figlie femmine sono sposate e hanno figli. Anche uno dei miei fratelli è sposato e ha una famiglia».

Quanto è cambiata la vostra vita negli ultimi mesi? 

«Quando sono iniziati gli eventi del 7 ottobre, eravamo a casa a Rafah, nella striscia di Gaza meridionale. Mio padre lavorava all’università come professore di storia e io lavoravo in una nota tipografia di qui. Mio fratello aveva appena iniziato l’università e l’altro fratello frequentava le scuole superiori. In un istante tutto è cambiato e non sapevamo cosa stesse succedendo. Avendo vissuto già quattro guerre e diverse escalation, sentivo dentro di me che i giorni a venire sarebbero stati molto duri.

Il terzo giorno, mentre ero vicino a una finestra, hanno bombardato un terreno vuoto accanto a noi, ma per fortuna ho riportato solo lievi ferite. Dopodiché le cose sono cambiate e la paura è iniziata di giorno e di notte, perciò ho portato mia sorella e i suoi figli, Batoul e Suhaib, a casa nostra. Una settimana dopo ho visto le strade e le scuole riempirsi di sfollati provenienti dal nord di Gaza. A poco a poco la nostra tranquilla città si è trasformata in un grande raduno di persone. Abbiamo cercato di provvedere a loro e di aiutarli il più possibile.

All’epoca stavamo costruendo quella che sarebbe dovuta essere la nostra futura casa, dopo anni di risparmi e duro lavoro. Non immaginavamo che da lì a sette mesi avremmo dovuto lasciare le nostre abitazioni e che la città sarebbe stata praticamente distrutta. Quando potevo, provavo a stare da solo nella mia stanza e a giocare con i figli di mia sorella per distrarli dal rumore delle esplosioni. Alcune notti andavo a fare visita ad un mio amico, perché sedermi con qualcuno, anche solo per un breve momento, mi dava un po’ di sollievo. Col tempo la situazione non ha fatto altro che peggiorare.

Le scorte diminuivano, la corrente elettrica veniva tagliata, c’era una crisi idrica: tutto questo causava sofferenze e disagi che mi costringevano, come fratello maggiore, a fare sforzi extra e a lavorare ogni giorno per alleviare le sofferenze dei miei genitori, che sono anziani e malati».

Quali sono le maggiori difficoltà che affrontate ogni giorno? 

«Ora, dopo tanti spostamenti e tanto dolore, vi dico che questa non è solo una situazione difficile: è tutta un’altra vita. Niente qui è normale. Ogni cosa richiede uno sforzo immane: dal bisogno di cibo e acqua al tentativo di sfuggire alle mosche o al caldo estivo.

Mentre vi scrivo guardo fuori dalla mia tenda e mi chiedo: dove sono? Cos’è questo posto? Perché c’è tutta questa sabbia? Dove sono i muri? Perché sto mettendo i miei vestiti in dei sacchi? Da dove vengono tutte queste lattine vuote davanti a me? Vedo anche che mia madre le ha riempite di sabbia e alcuni semi per cercare di far crescere un alberello.

Trovare acqua per lavarsi è un problema quotidiano ed estenuante. Lo stesso vale per l’acqua potabile da poter bere, che è cara e difficile da reperire. A volte si percorrono chilometri e chilometri a piedi per riempire una o due taniche da trasportare a mano.

Cibo: cosa posso dirvi del cibo? Ci controllano usandolo come strumento di sottomissione. Nei cinque mesi precedenti desideravamo un cucchiaio di zucchero perché i nostri corpi ne avevano bisogno, oltre a qualsiasi fonte di proteine. Trovare del cibo qui è una lotta creata ad arte nella quale non abbiamo scampo. I prezzi del cibo, rispetto a prima del genocidio, sono sempre più alti: duplicati, a volte anche quadruplicati.  

Per quanto riguarda l’assistenza medica, cerchiamo di non ammalarci perché i farmaci spesso non sono disponibili e quando ci sono, sono costosi. Ci sono presidi medici a cui possiamo rivolgerci, ma l’attesa è lunga e la possibilità di ricevere trattamenti efficaci è limitata, dato che i medicinali che arrivano sono pochi e insufficienti. 

La cosa che più ci ha colpito è stata la perdita della nostra vita precedente, dei nostri sogni, del nostro lavoro e della nostra città. Niente di tutto ciò ha un prezzo. Ma la tragedia non si è fermata lì: la cosa più straziante è che continuiamo a perdere amici e vicini, e questo ci stringe il cuore dal dolore. A volte ci porta a pensare che la morte sia diventata un sollievo da tutto ciò che stiamo affrontando, anche se ciò non corrisponde a ciò in cui io credo: siamo esseri umani come gli altri e meritiamo tutto. La nostra lotta è per sopravvivere e reclamare la libertà che ci è stata rubata».

Come riesci a restituire un po’ di normalità ai bambini che stai crescendo?

«I bambini di cui mi sto occupando sono i figli di mia sorella. Uno di loro è nato all’inizio della guerra e non ha più visto suo padre, di cui non sappiamo niente, se non che è scomparso come tanti altri. Era mio dovere essere un padre per i suoi figli e occuparmi di tutti loro. Amo i bambini e cerco sempre di “creare vita” per alleggerire il peso del dolore, perché so che l’ottimismo è un seme di speranza. Nel mio tentativo di creare una parvenza di vita normale, porto loro ciò di cui hanno bisogno per tirare avanti.

All’inizio questo mi è costato i miei risparmi e poi, a febbraio, ho provato una grande vergogna ed esitazione nell’aprire un conto per le donazioni. Ma con il tempo e grazie a persone di buon cuore, sono stato in grado di fare cose straordinarie. La mia fiducia nella vita e la presenza di un po’ di denaro me l’hanno permesso. Ho filmato tutto questo in diversi vlog su Instagram, in cui mostravo come la speranza potesse sopravvivere tra il dolore e le macerie. Batoul, mia nipote, ha condiviso quei momenti con me e abbiamo coinvolto anche altri bambini per donare loro un sorriso. Una volta sono riuscito a comprare della frutta che costava cento dollari: il loro shock e la loro incredulità sono stati indimenticabili.

Anche se non posso dire lo stesso di coloro che hanno perso la famiglia e i ricordi, so che tutti questi piccoli sassolini si sono accumulati in una montagna di speranza che ora rafforza i nostri cuori».

C’è stato un episodio in particolare che ti ha segnato? 

«I momenti che mi hanno commosso e rattristato sono numerosi, ma la sensazione di essere vicino a una morte certa mi ha cambiato in un modo che non avrei mai immaginato. Quando i carri armati circondarono il frutteto dove ero andato per dare da mangiare ai gatti e annaffiare gli ulivi ho rischiato di essere ucciso. Ero andato lì per uno scopo nobile: non avevo armi, niente, e loro potevano vedere tutto da lontano. Quel giorno, mentre i carri armati mi assediavano e decine di migliaia di proiettili venivano sparati, ho visto tutta la mia vita scorrere davanti agli occhi e sentivo che stavo dicendo addio a tutte le mie ambizioni future.

Per misericordia di Dio sono sopravvissuto riparandomi sotto ad una scala di cemento, dove sorgeva un piccolo edificio. Fu l’ultima volta che andai in quel terreno. I soldati sradicarono tutti i nostri alberi e li distrussero, anche se quella era una zona agricola vicino ai campi profughi. Quel giorno ci fu un massacro e loro avanzarono nonostante sapessero che lì, in quelle tende, vivevano molte famiglie.

Ci sono state diverse occasioni in cui ho concretamente rischiato la vita e tutto ciò ha avuto un enorme effetto negativo su di me: la paura ha iniziato a insinuarsi nel mio cuore e il senso di pericolo è aumentato. Ma ogni volta che sono sopravvissuto, mi sono ricordato che sopravvivere mi avrebbe dato ancora di più la possibilità di continuare a perseguire i miei sogni. Ciò che mi ha salvato dallo sprofondare nel dolore è stato il sostegno dei miei amici dall’estero, sia moralmente che economicamente. Ogni volta mi rendono più forte e mi tirano fuori dai momenti di disperazione che provo di tanto in tanto. Sento che questa famiglia cresce ogni giorno e non posso che esserne felice».

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Qual è la cosa che più ti manca della tua “vita di prima”? 

«Ciò che mi manca di più è la sensazione di sicurezza e tranquillità. È un concetto ampio che include tutto ciò che mi faceva stare bene: una casa, la stabilità, la vita con gli amici e la famiglia. La costante paura della morte è estenuante. Sentire costantemente spari vicino al nostro campo profughi è terrificante: immagino sempre che un proiettile vagante di quegli spari, sparati come se stessero giocando, possa essere la fonte del mio terrore. La situazione peggiora quando molti amici vengono feriti o uccisi da quegli spari casuali sulle tende. A volte vorrei poter vivere da solo dietro un muro di cemento; forse questo mi proteggerebbe e porterebbe un po’ di pace nel mio cuore».

Cosa ti dà la forza per andare avanti? 

«Ciò che mi dà la forza di andare avanti è la mia fede in Dio, nella sua giustizia e nel destino. Sono convinto che ogni cosa ha un prezzo, anche la libertà. Sottomettermi alla volontà di Dio e confidare nella Sua saggezza mi aiuta. A volte crollo emotivamente, ma grazie alla meditazione riesco a riconnettermi con Dio. Questo mi dà un senso di calma e mi fa fare un passo indietro, così da poter accettare che la vita finirà un giorno – che sia ora o tra dieci anni. Mi conforta pensare che tutti i miei sacrifici siano per una causa superiore. Sento che siamo la scintilla di libertà in un mondo di ingiustizia e capitalismo che divora i deboli. Soprattutto di recente, abbiamo avuto modo di constatare come l’immagine della libertà in Occidente e in America sia l’opposto di ciò che immaginavamo: non esiste vera libertà o democrazia in questi posti. 

Credo che ci sia un piano divino che cambierà questa dolorosa realtà, dissiperà la nebbia dalla verità, indicherà chiaramente il criminale e lo consegnerà alla giustizia.

Ciò che rafforza la mia fede è che, anche se il mondo restasse fermo per cento anni, una volta che la brutalità degli invasori viene svelata – gli omicidi, la segregazione e il genocidio – tutti cominciano ad agire per cambiare le cose, proprio come sta accadendo oggi in Italia. Siamo orgogliosi di voi e stupiti della straordinaria partecipazione delle giovani generazioni. Questo ci avvicina alla libertà».

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Una delle manifestazioni in Italia del 22 settembre 2025 per la Palestina

Se avessi la possibilità di mandare un messaggio al mondo esterno, cosa diresti? 

«Il mio messaggio al mondo sarebbe: ora conoscete la verità. Vi è stata nascosta per tutto il tempo e i governi hanno sostenuto la menzogna.  Quale altro motivo potrebbe esserci per nascondere questa verità, se non che essa cambierebbe la realtà e smaschererebbe l’ingiustizia commessa contro un popolo che non può difendersi? Abbiamo ripetutamente fatto appello alla coscienza del mondo affinché venisse riconosciuto il nostro diritto a esistere. Siamo stati espulsi dalle nostre terre natali attraverso la violenza, le uccisioni e le intimidazioni. La storia non negherà quegli atti brutali, il massacro contro il mio popolo e le generazioni precedenti.

Se il principio di una vita sana trae origine dall’umanità, dalla cura per gli altri e dal rispetto dei valori con cui siamo stati cresciuti, allora cosa state aspettando? Come potete sedervi davanti alla tv, guardare donne e bambini che vengono fatti a pezzi e non protestare? Non riesco a immaginare un essere umano dotato di un cuore che veda questo e rimanga in silenzio , che non condanni, non denunci e non si alzi in piedi dicendo: “No, non accetto questo, non è fatto in mio nome”.

Questa è una lotta tra il bene e il male. Non è, come ci hanno inculcato, una guerra di religione. Accetto un cristiano o un ebreo come mio amico e fratello, perché amore e pace ci uniscono. Ma non accetterò di essere rinchiuso in una scatola mentre mi dicono “ti amiamo, sei nostro fratello” e mi lasciano così. Libertà, amici miei, significa stare insieme con i nostri cuori uniti. Oggi sono io che ho bisogno di voi, ma negli anni a venire potreste aver bisogno anche voi di me, e io sarò lì per voi».

Una storia che ci insegna qualcosa

La testimonianza di Mohamed ci ricorda che, anche sotto le bombe e nella desolazione che esse portano, la vita continua a cercare spazio. Gli alberelli piantati da sua madre nella sabbia sono l’immagine concreta di una speranza che, ostinatamente, mette radici anche fra le macerie. Le sue parole ci fanno capire quanto sia importante protestare, anche se il motivo per cui lo facciamo non riguarda direttamente il proprio Paese. Forse non basterà a fermare la guerra, ma ci aiuta a schierarci dalla parte giusta della storia e a far capire a coloro che soffrono che il mondo non li ha abbandonati, che noi li vediamo. 

Le migliaia di persone morte sotto i bombardamenti, i neonati estratti dai corpi decapitati delle madri, i bambini che hanno perso ogni cosa, non meritano il silenzio della politica, ma il rumore assordante delle folle scese in piazza. 

Riconoscere lo stato della Palestina e l’orrore che il suo popolo subisce significa, innanzitutto,  riconoscere la nostra stessa umanità. 

Per aiutare Mohamed, vi lasciamo il linktr.ee presente nel suo profilo Instagram.

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