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Atreju: la sfarzosa vetrina della destra italiana

Atreju è la tradizionale manifestazione politica e culturale organizzata annualmente a Roma dall’ala giovanile di Fratelli d’Italia (FdI), il partito guidato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nata come festa militante, si è trasformata in un grande festival che ospita figure di rilievo politico, intellettuale e internazionale. L’evento rappresenta il principale palcoscenico per il dibattito interno e la celebrazione identitaria della destra italiana, spesso cercando di proiettare un’immagine di movimento moderno e di governo, o almeno così dovrebbe essere.

Tuttavia, l’edizione di quest’anno ha messo in luce, con particolare chiarezza, le contraddizioni e le fragilità culturali di questo schieramento politico, specialmente quando messo di fronte al dissenso o chiamato a fare i conti con la storia.

L’Incidente con la Ministra Bernini

Uno dei momenti più emblematici e controversi è stato l’intervento della Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini. Contestata in platea da un gruppo di studenti di Medicina, i quali esprimevano legittime preoccupazioni sulle criticità della riforma del “semestre filtro”, la Ministra ha scelto la via dello scontro anziché del confronto istituzionale.

La sua risposta è stata un attacco personale e ideologico, un riflesso condizionato che ha liquidato le proteste con un vecchio slogan della destra berlusconiana: “Siete sempre dei poveri comunisti. Questo dimostra la vostra inutilità”.

Un Ministro della Repubblica, parlando da un palco politico, ha così sminuito il dissenso giovanile e le istanze studentesche con un insulto divisivo. L’episodio ha rivelato l’incapacità di una parte della classe dirigente di Fratelli d’Italia di accettare la critica come parte della dialettica democratica, preferendo l’etichettamento e la delegittimazione dell’avversario.

La Domanda Impossibile 

Se l’incidente Bernini ha mostrato l’arroganza istituzionale, un breve ma virale reportage sui social media ha svelato l’ambiguità ideologica della base militante. Il content creator Raffaele Giuliani, con un format destinato a TikTok, ha intervistato numerosi partecipanti all’evento, ponendo, tra le tante, una domanda diretta: “Sei antifascista?”

L’esito è stato un campione di elusioni e ritrosie: tra i molti intervistati, non è emerso un singolo “Sì” netto e senza riserve. Le risposte si sono concentrate su generici richiami alla “democrazia”, alla “libertà” o sull’invito a “non guardare al passato”.

Questa persistente incapacità, o la precisa volontà, di prendere le distanze in modo esplicito e inequivocabile dal fascismo non è più difendibile come semplice “non rinnegare le proprie radici”. Essa rappresenta, al contrario, la normalizzazione di un’ambiguità storica che mina i valori fondativi della Repubblica Italiana. L’ostinato silenzio sulla condanna del fascismo evidenzia un profondo disagio culturale e ideologico che la vetrina patinata di Atreju non riesce a nascondere.

L’intrattenimento Politico

La manifestazione ha offerto ampi spazi al genere dell’intrattenimento politico, trasformando il dibattito in una serie di performance ad alta tensione mediatica. Due episodi su tutti hanno segnato questa tendenza.

Il primo ha visto protagonista l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ospite fisso e spesso sferzante dell’evento, Renzi è stato al centro di una scenetta goliardica e mediatica: un finto “portato via di peso” da parte del Ministro della Difesa Guido Crosetto per far terminare il suo intervento. Il tutto si è svolto in un clima di battute, che hanno incluso frecciate a Calderoli e un visibile battibecco con l’ex Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati.

Il secondo, ugualmente emblematico della degenerazione del confronto in scontro personale, è stato lo scambio di battute al veleno avvenuto sul palco tra lo stesso Ministro Guido Crosetto e il giornalista Marco Travaglio. Il culmine è stato raggiunto quando, in un crescendo di accuse e controaccuse sull’inizio della guerra in Ucraina, Crosetto ha lanciato un’accusa pesante e surreale al direttore del Fatto Quotidiano: l’aver “preso i soldi” da Mosca, fino ad arrivare a chiedergli provocatoriamente se fosse “nato in Russia”. Questi scambi, che mescolano l’istituzionale all’insulto personale, sottolineano come la linea tra il dibattito serio e lo spettacolo politico si assottigli fino a scomparire ad Atreju. Il format è quello di un reality show, dove l’obiettivo non è convincere, ma prevalere con lo scontro più fragoroso.

L’Eroe Sbagliato

Infine, merita l’analisi critica definitiva l’origine stessa del nome della manifestazione. La scelta di chiamare la propria festa “Atreju” si rifà al protagonista del romanzo fantasy di Michael Ende, La Storia Infinita, eroe incaricato di salvare Fantasia. Tuttavia, l’associazione è del tutto fuorviante e, in chiave ironica, rivela una notevole approssimazione culturale.

A tal proposito, la critica Chiara Becchimanzi ha efficacemente smontato il parallelo, sottolineando la natura progressista del personaggio letterario:

“Atreju non lo voleva il potere, Atreju risponde a Gmork quando tenta di manipolarlo: ‘io non voglio il potere nelle mie mani’.”

La Becchimanzi ricorda che l’Atreju letterario è un nomade, “non nato da una famiglia tradizionale”, il cui nome significa “cresciuto da tutti”, e vive in un regno, Fantasia, dove “molti popoli diversi convivono parlando lingue diverse e nessuno è straniero”. Proprio per queste caratteristiche, l’anticonformismo, il rifiuto del potere e l’esaltazione della diversità, la conclusione è che, se l’obiettivo fosse stato onesto, “più di Atreju questa convention avrebbe dovuto chiamarsi Gmork“, l’antagonista che brama il dominio e cerca di manipolare gli altri. L’uso improprio di questo simbolo letterario dimostra quanto la retorica identitaria preferisca appropriarsi di figure pop e letterarie, ignorandone o stravolgendone la sostanza più autentica e complessa.


In attesa della prossima edizione, forse intitolata “Gmork: Il Ritorno”, l’evento dimostra che il potere necessita di una scenografia imponente e l’uso spregiudicato dei simboli. Ma l’eroe che salva il mondo è chi rifiuta il potere, non chi lo celebra con dibattiti urlati e la paura di dire apertamente: “Siamo antifascisti.”

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