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La Janara non è un mostro ma viene ancora celebrata come tale

Negli ultimi anni Benevento ha riscoperto e rilanciato la figura della janara attraverso eventi culturali e turistici come il festival JANARA, tenutosi nell’omonima città sannita dal 5 al 7 settembre scorso, giunto già alla sua seconda edizione, e che in questi mesi si sta preparando al suo trionfale ritorno. L’iniziativa si inserisce nel solco di una valorizzazione identitaria del territorio, puntando su atmosfere notturne, rievocazioni, costumi, racconti di stregoneria e mistero. La janara viene così riportata in scena come figura oscura, inquietante, legata al maleficio, alla sventura, alla morte dei bambini, alla sessualità deviata e all’aborto: un immaginario potente, ma profondamente problematico.

La janara come mostro: una narrazione pericolosa

Il cuore del problema sta proprio nella scelta narrativa. Il festival, nel suo impianto simbolico, continua a rappresentare le janare come streghe nel senso più tradizionale e demonizzante del termine: creature malefiche, portatrici di disgrazia, nemiche della comunità. Questa immagine non è neutra né innocua: è la stessa che, per secoli, ha giustificato la persecuzione, l’esclusione e, in alcuni casi, l’uccisione di donne reali. Riproporla oggi, anche in chiave folklorica o spettacolare, significa perpetuare una menzogna storica trasformandola in intrattenimento.

Festival che riducono la storia di donne perseguitate e ammazzate, diremmo ormai, ad oggi, senza alcun motivo, per quanto possa servire come scusa reggente, oltre a semplificare brutalmente un patrimonio complesso, finiscono per annebbiare le storie delle vere janare: donne in carne e ossa, spesso marginali, colpite senza alcuna colpa reale. Donne accusate perché libere, perché non allineate alle aspettative sociali, perché sole, povere, scomode; oppure perché curatrici, depositarie di saperi antichi legati alle erbe, al corpo, alla nascita e alla malattia. Figure che incarnavano una conoscenza alternativa e non controllabile, e che proprio per questo venivano percepite come una minaccia.

Continuare a raccontarle esclusivamente come entità oscure e demoniache significa cancellare questa dimensione umana e storica, sovrapponendo il mito deformato alla realtà della violenza subita. Significa spostare l’attenzione dal meccanismo di oppressione alla spettacolarizzazione del “mostro”, oscurando il fatto che dietro quel nome — janara — si nascondono soprattutto storie di ingiustizia, di paura sociale e di repressione del femminile libero. In questo senso, la narrazione proposta non solo tradisce la memoria delle janare, ma contribuisce a mantenerne viva la distorsione, invece di interrogarla criticamente e restituirle dignità.

Janara e diavoli nel rituale del noce di Benevento – ‘janara – Bone and Sickle’

Chi era davvero le janara?

Benevento è stata per secoli un crocevia strategico per numerosi popoli antichi che hanno abitato queste terre cariche di suggestione, un luogo in cui la storia si è intrecciata precocemente con il mito. Il suo nome originario, Maloenton, conserva ancora un’eco arcaica, quasi presaga di quella fama oscura che, secondo il folklore locale, avrebbe poi consacrato Benevento come la celebre “città delle streghe”.

La diffusione di questa leggenda sembra collocarsi soprattutto in epoca longobarda, quando la popolazione era in larga parte cristiana, ma sopravvivevano ancora sacche di devozione verso antiche divinità pagane come Diana, Iside ed Ecate, il cui culto lascia tracce visibili ancora oggi in alcuni monumenti cittadini. È in questo clima di sovrapposizione religiosa, di convivenza forzata tra fede cristiana e residui pagani, che probabilmente nascono i primi racconti legati alle orge infernali e ai sabba notturni che si sarebbero svolti attorno a un grande e misterioso albero di noce.

Secondo la tradizione, sotto questo albero magico si radunavano le streghe, che vi giungevano dopo aver volato grazie a un unguento arcano con cui si cospargevano il corpo nudo. È proprio in questo contesto che prende forma la figura della janara, una tipologia di strega profondamente radicata nelle credenze popolari dell’Italia centro-meridionale e protagonista assoluta delle storie della tradizione contadina e agreste, soprattutto nelle aree del Sannio e dell’Irpinia. L’etimologia del termine janara resta incerta e affascinante: potrebbe derivare da dianara, ovvero sacerdotessa di Diana, dea romana della luna e della natura selvaggia, oppure dal latino ianua, “porta”.

Quest’ultima ipotesi è legata a una delle credenze più diffuse: si diceva infatti che la janara fosse capace di infilarsi sotto le porte delle case. Per impedirle l’ingresso, bastava collocare una scopa o un sacchetto di grani di sale davanti alla soglia. La strega, costretta a contare uno per uno i fili della scopa o i chicchi di sale, veniva trattenuta fino all’alba, momento fatale per le creature notturne. Nel racconto popolare, le janare avevano stretto un patto con il Diavolo e, durante il giorno, si confondevano tra la gente assumendo l’aspetto di comuni donne. Di notte, però, abbandonavano le sembianze umane per rivelare una natura mostruosa: capelli sporchi e arruffati, occhi spiritati, il volto segnato da rughe profonde, piedi scalzi e lunghissime unghie alle mani, capaci di incutere terrore. Si narrava che uscissero nelle ore più buie per intrufolarsi nelle stalle, alla ricerca di una giumenta da cavalcare, e che lasciassero come segno del loro passaggio intricate trecce nella criniera dei cavalli.

A differenza di altre figure stregonesche, la janara era descritta come solitaria, dotata di un temperamento aspro, scortese e aggressivo. Per catturarla, si diceva fosse necessario afferrarla per i capelli; e a chi fosse riuscito nell’impresa, la strega prometteva protezione per sette generazioni in cambio della libertà. Le vittime predilette delle janare, secondo le credenze popolari, erano i bambini, sui quali si accanivano soffocandoli o tormentandoli nel sonno. A loro venivano attribuiti anche eventi nefasti come aborti, infertilità e morti in culla, trasformando la figura della janara nel capro espiatorio di ogni tragedia inspiegabile.

janare in volo con diavoli – JANARE E JANAS: THE ITALIAN SHAMANS’

In molti paesi della provincia di Benevento circolano numerose storie sulle janare, spesso molto simili tra loro e differenti solo per il luogo in cui si colloca l’evento. I racconti più antichi narrano che le streghe di Benevento avessero l’abitudine di radunarsi ai piedi di un grande noce sulle rive del fiume Sabato, un’usanza che probabilmente affonda le sue radici nei rituali pagani delle comunità longobarde stanziate nella zona a partire dal VI secolo.

Questa tradizione è testimoniata dal saggio Della superstitiosa noce di Benevento (1639) del protomedico Pietro Piperno, nel quale si afferma che le origini della stregoneria beneventana risalgono almeno al VII secolo. In quel periodo Benevento era la capitale di un piccolo ducato longobardo e gli invasori, pur formalmente convertiti al cristianesimo, non avevano rinunciato del tutto al proprio credo pagano.

‘De nuge maga’ di Pietro Piperno; ed. 1640.

I longobardi celebravano infatti un rituale presso il fiume Sabato in onore di Wotan, padre degli dèi: durante la cerimonia i guerrieri colpivano un cavallo con le lance, strappandone brandelli di carne da consumare. Questi riti cruenti impressionavano profondamente i cristiani locali e il sacerdote Barbato li denunciava apertamente come pratiche idolatriche. La tradizione racconta che nel 663 il duca Romualdo promise di rinunciare al paganesimo qualora la città fosse stata risparmiata dall’attacco dell’imperatore bizantino Costante II. Dopo la ritirata delle truppe imperiali, Barbato divenne vescovo di Benevento e, secondo la leggenda, fece abbattere il grande noce, facendo edificare al suo posto una chiesa.

Sebbene questa narrazione non combaci perfettamente con i dati storici accertati, è comunque evidente come la superstizione legata alle streghe e alle janare sia profondamente connessa alle usanze e ai riti introdotti dai longobardi. Per quanto riguarda l’ubicazione precisa del celebre noce, nel corso del tempo sono state avanzate diverse ipotesi: secondo le presunte streghe si trattava di un albero altissimo e dotato di proprietà nocive, e non si esclude che potessero esistere più alberi. Pietro Piperno, nella sua opera, incluse persino una sorta di piantina che collocava il noce nei terreni del nobile Francesco di Gennaro. Altri studiosi e tradizioni locali, invece, ipotizzano che l’albero sorgesse in una gola chiamata Stretto di Barba, dove ancora oggi si trova un piccolo bosco accanto a una chiesa abbandonata, ultimo e silenzioso testimone di un intreccio secolare di storia, superstizione e mito.

La prima caccia alle Streghe

Il momento decisivo per comprendere l’origine del fenomeno della stregoneria e il suo legame con Benevento si colloca nel corso del XV secolo, quando mito, predicazione religiosa e nascente repressione inquisitoriale iniziano a convergere in modo sistematico. La prima testimonianza storica esplicita emerge da uno scritto attribuito a Bernardino da Siena, nel quale il frate racconta un episodio riferitogli in occasione di un viaggio a Roma, databile al 1427. Bernardino riporta le parole di un familiare al seguito di un cardinale che, recandosi di notte a Benevento, avrebbe assistito a una scena inquietante: “Elli fu a Roma uno famiglio d’uno cardinale, el quale andando a Benivento di notte, vidde in sur una aia ballare molta gente, donne e fanciulli e giovani; e così mirando, elli ebbe
grande paura
“.

Questo documento, insieme alla figura stessa di Bernardino da Siena, riveste un ruolo centrale nell’analisi del fenomeno. Proprio in quegli anni, infatti, prende avvio da Roma, cuore della cristianità, il vasto movimento di persecuzione contro le presunte streghe destinato a insanguinare gran parte dell’Europa nei secoli successivi. Bernardino da Siena, attivo come predicatore in tutta l’Italia centrale, si trovava frequentemente a Roma e conosceva bene le leggende legate a Benevento, avendo soggiornato in quelle terre e avendone assorbito l’immaginario popolare. Nei suoi sermoni, il frate riservava un’attenzione particolare alle donne, soprattutto a quelle depositarie di saperi tradizionali: esperte di medicina naturale, levatrici, erboriste, indovine.

Queste figure venivano sistematicamente additate come avversarie della Chiesa, complici del demonio e responsabili di sciagure collettive quali carestie, pestilenze, morti improvvise e ogni genere di sventura. Le teorie, spesso deliranti e prive di fondamento, trovarono però una rapida diffusione, alimentate dal carisma del predicatore e dall’opera dei suoi seguaci. Una prima condanna colpì Matteuccia da Todi, arsa viva il 20 marzo 1428 nella città umbra. Il suo nome completo era Matteuccia di Francesco, ed era originaria di Ripabianca. L’atto di accusa che la condusse al rogo, lungo e minuzioso, introduce per la prima volta in modo sistematico l’idea dell’unguento malefico capace di consentire il volo notturno delle streghe, insieme alla formula rituale necessaria al suo utilizzo.

Originale sentenza di condanna di Matteuccia Di Francesco; (BIBL. TODI)

Secondo quanto riportato negli atti, dopo essersi cosparsa di una mistura composta da grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti, Matteuccia avrebbe invocato il demonio Lucibello, che le si manifestava sotto forma di caprone; questi l’avrebbe caricata sul dorso e condotta fino al noce di Benevento, dove si sarebbero radunate numerose streghe e demoni, guidati da Lucifero maggiore. La stessa Matteuccia avrebbe inoltre riferito la formula che permetteva il volo. Su di lei gravava una molteplicità di capi d’imputazione, tutti riconducibili a un’unica, totalizzante accusa: la stregoneria.

Il processo celebrato a Todi rappresenta una vera e propria svolta fondativa nella costruzione dell’immaginario della strega all’interno della cultura e della giustizia del tempo. Per la prima volta, in un procedimento giudiziario, compare esplicitamente il termine “strega”, e Matteuccia finisce per incarnarne il modello archetipico. Venne arrestata perché ritenuta “donna di cattiva condotta e di pessima reputazione, pubblica incantatrice, fattucchiera, strega e maliarda”. Nelle stesse carte è definita anche domina herbarum e taumaturga: una donna esperta nell’uso delle erbe, capace di preparare rimedi naturali e di curare le malattie. A lei si rivolgevano anche donne desiderose di interrompere gravidanze indesiderate. Al momento del processo, dunque, Matteuccia era una figura nota e temuta, il cui raggio d’azione non si limitava ai contadini o ai ceti più poveri, ma raggiungeva anche persone di rango elevato.

Sottoposta a tortura, Matteuccia confessò di aver volato, trasformata in gatta, cavalcando un demone dalle sembianze di caprone, fino al noce di Benevento. Queste dichiarazioni, che compaiono per la prima volta in modo strutturato negli atti di un processo per stregoneria, furono fortemente influenzate dalla predicazione di San Bernardino da Siena, espressamente citato nei documenti giudiziari. Bernardino aveva predicato proprio nelle zone di Todi, Montefalco e Spoleto, ed è a lui che si deve sia l’introduzione del termine “strega”, sia il primo esplicito riferimento a Benevento come luogo privilegiato delle riunioni notturne delle streghe. È lecito supporre che tali elementi abbiano orientato le domande dell’inquisitore e, di conseguenza, le confessioni dell’imputata, estorte sistematicamente attraverso la tortura. Il rogo, secondo la logica del tempo, avrebbe avuto una funzione purificatrice, finalizzata alla salvezza dell’anima della condannata.

Il nome di Benevento ricompare anche nel processo del 1456 intentato contro Mariana di San Sisto, conclusosi anch’esso con una condanna a morte sul rogo. Mariana venne accusata di recarsi, insieme a una compagna, a soffocare bambini e di essersi unta, in una notte di luglio, con unguenti diabolici e incantati, pronunciando la formula:“Unguento, menace a la noce de Menavento, sopra l’acqua e sopra al vento”. Secondo le accuse, le donne avrebbero poi raggiunto di notte noci e alberi di noce, dove, al buio, danzavano e celebravano i loro riti. Anche in questo processo ricorrono gli stessi elementi simbolici: l’unguento, il noce, il sabba notturno.

La leggenda di Benevento e del Noce emerge inoltre in altri due procedimenti di grande risonanza celebrati davanti al Santo Uffizio di Roma nel corso del XVI secolo. Il primo ebbe come imputata Bellezza Orsini, accusata di malefici e avvelenamenti. Era una donna esperta di erbe medicinali, con le quali preparava rimedi. Dopo la morte di un giovane che aveva curato, i familiari la accusarono di averlo volontariamente stregato e ucciso; a questa denuncia si aggiunsero numerose testimonianze ostili. Bellezza fu incarcerata a Fiano e sottoposta a interrogatori accompagnati da tortura, durante i quali arrivò a confessare tutto ciò che le veniva suggerito, inclusi racconti di viaggi al noce di Benevento, rinnegamento del battesimo e della fede cristiana, sottomissione al demonio e partecipazione a feste e giochi notturni sotto l’albero sacro, da cui le streghe avrebbero raccolto fronde per tornare a casa e compiere malefici. Anche in questo caso viene riportata la formula per il volo. Sfinita e disperata per le torture subite, Bellezza Orsini si tolse la vita in carcere, recidendosi la gola con un chiodo, sottraendosi così all’esecuzione sul rogo.

Il secondo processo, celebrato nel 1552, riguardò Faustina Orsi. Seguendo uno schema ormai consolidato, anche lei venne accusata di infanticidio e di pratiche stregonesche, accuse che confessò sotto tortura. Al momento del processo Faustina aveva ottant’anni e fu infine bruciata viva sul rogo come strega, chiudendo tragicamente una lunga serie di persecuzioni che contribuirono a fissare in modo definitivo il mito delle streghe di Benevento nella memoria collettiva.

Folklore contro Memoria: quando la Morte diventa show

Alla luce di questa realtà storica, il festival JANARA, così come altri festival racchiusi nello stesso genere, pone una questione etica che non può essere elusa né ridotta a semplice polemica culturale: è davvero legittimo rievocare queste figure continuando a rappresentarle come ciò che non furono? Dietro l’immagine spettacolare e folklorica della janara si cela infatti una storia di violenza concreta, di processi iniqui, di torture e di roghi, che colpirono donne reali e che, nella maggior parte dei casi, non conobbero mai giustizia. Riproporre oggi quelle figure come mostri o entità demoniache significa, di fatto, reiterare lo stesso sguardo che ne ha giustificato l’annientamento.

La trasformazione della violenza simbolica e fisica subita da queste donne in intrattenimento rischia di cancellarne definitivamente l’umanità. Le janare diventano così maschere: sagome grottesche, figure da consumare, caricature ammiccanti o inquietanti buone per attirare pubblico. Ma dietro quella maschera si perdono i volti di donne accusate perché libere, perché sapienti, perché guaritrici, perché fuori norma; donne torturate, arse vive sul rogo in modo lento e doloroso, i cui carnefici non furono mai chiamati a rispondere delle proprie azioni. La rievocazione festiva, quando non è accompagnata da un serio lavoro di contestualizzazione storica, finisce per diventare una seconda condanna.

La janara-mostro — con la scopa, il gatto nero, il ghigno malefico — non è una figura innocua: è una semplificazione che diverte e inquieta, ma che opera al prezzo di una profonda rimozione storica. Essa oscura la persecuzione femminile, la depoliticizza, la trasforma in folklore, mascherandola da superstizione pittoresca. In questo modo, la violenza viene neutralizzata e resa accettabile, mentre le vittime vengono private della loro complessità e ridotte a “befane” da cartolina.

Rievocare le janare senza interrogarsi sul loro significato storico significa continuare a raccontare la storia dal punto di vista di chi ha vinto, di chi ha accusato, giudicato e condannato. Significa ignorare che quelle narrazioni nascono da atti giudiziari viziati, da confessioni estorte sotto tortura, da un sistema che ha colpito il sapere femminile e l’autonomia delle donne. Un festival che sceglie di richiamarsi a questa tradizione dovrebbe assumersi la responsabilità di rovesciarne lo sguardo, restituendo alle janare la loro dimensione umana e storica, invece di perpetuarne la deformazione.

In assenza di questa consapevolezza critica, la rievocazione non è memoria, ma spettacolo; non è riscatto, ma ripetizione simbolica di una violenza mai davvero elaborata.

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