Se il decennio 2000-2010 è stato caratterizzato dall’ascesa degli schermi tascabili, la messaggistica e gli scatti aesthetic, il decennio successivo ha visto l’ascesa di un’altra tecnologia, nascosta all’interno dei nostri dispositivi e con un impatto di cui tendiamo a non considerare la portata. Cosa porta con sé l’avvento dell’algoritmo in campo social? E no, non ci riferiamo alle controversie legate alla privacy, raccolta di dati personali, neuroscienze o salute mentale, ma di qualcosa di più subdolo.
Che cos’è un algoritmo?
Un algoritmo, definizione da vocabolario, altro non è che una sequenza, finita ed ordinata, che trasforma un input in un output. Di algoritmo, in campo social, se ne parla già da tempo, il termine evoca uno spiritello informatico del quale conosciamo già la funzione, guai a mettere like ad un video bizzarro, l’algoritmo capirà che è quello che volete vedere, e ve ne proporrà altri 50.
È una funzione a cui ormai siamo abituati, e raramente ci sorprendiamo di quanto la ForYou Page di TikTok sia, effettivamente, ForYou.
Chi si ricorda di quando l’algoritmo ancora non c’era? La struttura del feed tradizionale di Instagram era prevedibile e trasparente, seguiva un banalissimo ordine cronologico, e al meccanismo che la costruiva non era possibile collezionare i dati dell’utente e leggerne le interazioni, né tantomeno nascondere o proporre autonomamente contenuti.
A partire dal 2016 Instagram cambia rotta, e si affida ad un sistema di raccomandazione di contenuti che porti l’utente a passare quanto più tempo possibile sulla piattaforma. Così è cambiato tutto, a partire dall’attività dell’utente stesso, che sembra essere diventata estremamente passiva: scrolliamo, interagiamo, e l’algoritmo decide il prossimo contenuto da mostrarci.
È il punto di passaggio da un sistema basato sulla relazione, cioè chi seguiamo, ad un sistema basato sull’attenzione, cioè cosa ci cattura per più tempo. Una tecnologia innocua, si direbbe a primo impatto, e d’altronde, sia TikTok che Instagram, nelle loro (trasparentissime) Newsrooms, narrano i loro algoritmi come strumenti nati dalla necessità di controllare l’Information Overload, ed estesi poi a sistemi di raccomandazione di contenuti. Dicono la verità? Si. È questo quello che fa l’algoritmo che costruisce i nostri feed.
L’utilizzo degli algoritmi ha conseguenze?
E allora cosa stiamo cercando di smascherare? Davvero nulla, ma siamo sicuri che un utilizzo talmente passivo di una tecnologia talmente sofisticata, possa non avere conseguenze?
Utilizzare i social algoritmici passivamente, dunque senza intenzione, porta l’algoritmo a decidere l’intenzione per noi. Questa nuova tecnologia potrebbe non essere solo un software, ma un nuovissimo fattore che si impone nelle dinamiche sociali e politiche.
Ci accostiamo dunque al campo delle etiche della tecnologia (o TechnoEthics), e ricordiamo: nessuna innovazione tecnologica casca dal cielo, è sempre il prodotto di un contesto sociale, ed ha sempre uno scopo.
L’algoritmo è progettato per massimizzare l’engagement, ci proporrà dunque contenuti che sono conformi alle nostre idee, alle nostre opinioni politiche, e raramente (se lo abbiamo addestrato bene) ci proporrà contenuti lontani dal nostro sistema di opinioni.
Il meccanismo di raccomandazione porta ai fenomeni delle Filter Bubbles e delle Echo Chambers, due concetti simili che spiegano come l’utente venga isolato in un insieme estremamente personalizzato (e gradualmente amplificato) di informazioni ed opinioni, perdendo contatto con punti di vista anche solo leggermente diversi.
Diciamoci la verità, abbiamo tutti, svariate volte, assorbito informazioni da TikTok o da Instagram, senza farci domande, e abbiamo così fallito nel considerare che il feed non è neutrale.
L’esposizione ripetitiva e continua a contenuti di portata simile induce all’erosione del pensiero critico e alla polarizzazione ideologica estrema, e di conseguenza intolleranza, ed Hate Speech. Tra l’altro, tra i contenuti che generano più interazioni ed engagement, ci sono proprio quelli che puntano al sensazionalismo, e che dunque provocano rabbia, odio, indignazione.
Un’altra questione centrale, come mostrano gli studi della sociologa Ruha Benjamin, è che l’algoritmo, in quanto potere automatizzato, riflette, riproduce ed intensifica le logiche e le gerarchie pre-esistenti, e parliamo di razzismo, sessismo, e pregiudizi di qualunque portata. Dubito sia il caso dei nostri lettori, ma il punto è chiaro. È possibile che la polarizzazione estrema che caratterizza il dibattito politico odierno, sia il risultato di un’opinione pubblica costantemente bombardata da input, perlopiù vuoti e simili tra loro.
In un momento come quello in cui viviamo, chiedersi quali logiche stiamo involontariamente riproducendo può fare la differenza nel tipo di cittadini che siamo.
di Ginevra Giordano

