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Bisogna comprendere Belfast per non distorcere la verità

Per alcune notti, all’inizio di questo “caldissimo” mese di giugno, le strade di Belfast sono diventate un inferno a cielo aperto. Il dibattito su tali spaventosi accadimenti, sulla stampa italiana quanto su quella internazionale, si è ben presto polarizzato, tra ricostruzioni fallaci e narrazioni strumentalizzate. Diventa, quindi, essenziale comprendere quanto profonde siano le radici dell’odio razziale, capace di creare mostri.

Nella spirale della distruzione

La violenza come mezzo per raggiungere la giustizia razziale è insieme un processo immorale e impraticabile. È immorale perché cerca di umiliare l’avversario anziché conquistare la sua comprensione; cerca di annientare anziché convertire. È impraticabile perché è una spirale discendente che finisce nella distruzione per tutti.

Martin Luther King Jr.

Dopo aver scelto di dedicarmi agli sconcertanti fatti che hanno sconvolto Belfast nelle scorse settimane, mentre raccoglievo il materiale e confrontavo le fonti da cui prendere le mosse, tra i ricordi sono iniziate ad affiorarmi le immagini vivide – eppure tra loro sconnesse – di un film che vidi al cinema ormai qualche anno fa. Sto parlando di Fa’ la cosa giusta di Spike Lee.

Il collegamento è stato abbastanza istintivo e riconosco che non si possa definire neanche troppo preciso. Sono varie le differenze che separano quel capolavoro cinematografico dalla cronaca di Belfast, così come, però, credo possiamo scorgere delle essenziali somiglianze che necessariamente ci impongono degli interrogativi su di noi e sulla società di cui siamo parte.

Per esempio, si potrebbe obiettare che nel film di Spike Lee assistiamo a sommosse agitate dagli “esclusi”, gli afroamericani stanchi dell’oppressione; mentre nei telegiornali odierni la foga distruttrice appartiene a chi, tra i “padroni di casa” nordirlandesi, ha radicalizzato le proprie ideologie. D’altra parte, il reale nesso tra la realtà e la finzione è di carattere tematico, poiché nelle raccapriccianti vicende d’attualità ritroviamo tristemente al centro quel facinoroso odio razziale che Spike Lee portava più di quarant’anni fa nelle sale di tutto il mondo. Ma la domanda, purtroppo, è sempre la stessa: per quanto tempo ancora questo fuoco distruttivo brucerà negli animi e nelle strade?

Pretesti per eccedere

Decine di negozi e attività commerciali di proprietà di immigrati date alle fiamme. Persone cacciate dalle proprie case e, alle volte, inseguite nella loro fuga. Disordini e violenze per diverse notti di fila. A Belfast, tra il 9 e l’11 giugno, l’umanità ha ceduto il passo alla brutalità più degradante.

Belfast: gli scontri

In molti hanno ravvisato il motivo scatenante nello sconvolgente atto di violenza commesso da un cittadino sudanese nei confronti di Stephen Ogilvie, residente di Belfast, il quale era stato gravemente ferito a coltellate la sera dell’8 giugno. Gli estremisti di destra, a quel punto, avrebbero deciso di compensare il crimine commesso da un singolo cittadino con un pogrom contro tutti i migranti o, forse è meglio dire, contro ogni persona colpevole di non essere bianca. 

Un atto inaccettabile commesso da un singolo che viene, ben presto, utilizzato come pretesto per atti di violenza diffusa e soprusi su larga scala: un copione cui già si era assistito a Dublino nel 2023, a Southport nel 2024, a Balymena nel 2025.

Trascurare l’intrascurabile

Se tutti gli altri accettano la bugia allora la bugia passa alla storia, e diventa verità.

George Orwell, 1984

C’è chi invece ha preferito fare un passo indietro e puntare il dito contro un più vago e generalizzante risentimento rispetto all’ “immigrazione incontrollata”. Una rabbia popolare si sarebbe sfogata per la preoccupazione causata da un afflusso di stranieri che avrebbe superato i limiti accettabili. Non c’è bisogno di cognizione di causa, non servono numeri o statistiche a certificare la validità di queste affermazioni: i migranti sono troppi, è un dato assunto.

Insomma, una narrazione strumentalizzata dei fatti che ha trovato terreno fertile nella (dis)informazione nostrana, dove – tra le redazioni de Il Giornale, Il Tempo, Libero – si è maliziosamente trascurato il determinante contesto sociale da cui sono originate e si sono sviluppate le vicende di Belfast.

Una piaga profonda

L’aspetto più sconfortante, dunque, è la quasi totale assenza di contestualizzazione e di informazioni sull’identità dei violenti. La riluttanza della stampa a dire che i pogrom sono opera di bande di lealisti protestanti di estrema destra è particolarmente singolare, soprattutto considerando che questi gruppi hanno rivendicato apertamente le proprie azioni.

Belfast: troubles

Quando parliamo di lealisti, ci riferiamo specificamente ad una minoranza nordirlandese fedele alla corona britannica, una working class unionista cresciuta nell’odio e nel risentimento nei confronti di una maggioranza cattolica e repubblicana; sentimenti maturati nel corso di lunghi decenni di troubles, in sessant’anni di armi, bombe e omicidi, che, in ultima istanza, hanno portato ad una radicalizzazione di questa parte della società in chiave marcatamente xenofoba e suprematista.

Per decenni militanti della Loyalist Volunteer Force (Lvf) e altri gruppi protestanti hanno lasciato la loro firma sulle case incendiate dei propri nemici, che fossero essi cattolici, immigrati o rifugiati. E anche in questa occasione il loro segno di riconoscimento figurava sui muri dei palazzi che, secondo loro, dovrebbero essere riservati ai “nativi”.

In tutto ciò, il governo laburista ha espresso il proprio cordoglio sui fatti accaduti… assumendosi l’impegno di ricucire il tessuto sociale di una popolazione frantumata? Ovviamente no, bensì promettendo di contrastare l’immigrazione clandestina in Irlanda del Nord.

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