New York, Greenwich Village. Tra il 27 e il 28 giugno del 1969, in una notte d’estate, la polizia fa irruzione allo Stonewall Inn, piccolo bar frequentato principalmente da persone omosessuali e transgender. Era una scena di routine: l’omosessualità era di fatto criminalizzata, i bar frequentati da persone gay, lesbiche e trans erano spesso gestiti dalla criminalità organizzata, e gli agenti chiudevano un occhio in cambio di mazzette. Le retate servivano a ricordare a tutti chi comandava.
Quella notte, però, va diversamente. I clienti si rifiutano di disperdersi, Sylvia Rivera lancia una bottiglia contro un agente dopo essere stata pungolata con un manganello, iniziano gli scontri. Alla retata seguono sei giorni di scontri davanti al locale, e a guidare la rivolta ci sono le persone più ai margini anche dentro la comunità: donne trans nere e latine, drag queen, ragazzi e ragazze senza casa. Le marce di quei giorni, al grido di «Say it clear, say it loud. Gay is good, gay is proud [Dillo chiaramente, dillo ad alta voce. Essere gay va bene, essere gay è motivo di orgoglio]» sono i primi Gay Pride della storia.
Da quella scintilla nasce il movimento moderno per i diritti LGBTQ+: nel giro di pochi mesi si forma il Gay Liberation Front e, esattamente un anno dopo, il 28 giugno 1970, sfila a New York il primo corteo del Pride, il Christopher Street Liberation Day.
Stonewall sembra un evento passato, una pagina su un libro di storia che leggi e poi chiudi. Ma le dinamiche che lo produssero – la repressione di Stato, l’accanimento sui più vulnerabili, la discriminazione – non sono parole vuote. Ritornano. Ricordare i moti significa riconoscere lo schema mentre si ripresenta, e farlo in tempo per non commettere gli stessi errori.
Stonewall non era una semplice parata, non era una festa. Stonewall è stata una rivolta. E non va dimenticata.
Queste sono cinque ragioni per cui quella notte del 1969 parla ancora al 2026.

1. Perché chi guidò Stonewall è ancora un bersaglio
La tentazione è pensare che la battaglia sia stata vinta. Qualcuno osa dire che non ha nemmeno più senso parlare di battaglia. Ma la discriminazione non è un ricordo lontano, è radicata nella società, nella politica, nei piccoli gesti quotidiani e nei grandi decreti. La discriminazione non è solo un pregiudizio del singolo, è un fatto strutturale, inscritto nelle istituzioni e in una società etero-nomativa.
L’Italia ne offre tristemente un caso da manuale. Basti pensare che, in assenza di una legge, i figli delle coppie omogenitoriali esistono o non esistono a seconda dell’ufficio anagrafe, e la circolare del Ministero dell’Interno del 2023 ha chiesto addirittura ai Comuni di interromperne la registrazione. Nel luglio 2025, in sede di Revisione Periodica Universale dell’ONU, l’Italia ha respinto 12 delle 19 raccomandazioni specifiche sui diritti LGBTQ+, isolandosi rispetto a Paesi come Canada, Francia e Germania, che le chiedevano un passo avanti.
Accanto alla dimensione materiale c’è quella simbolica. La campagna contro l’«ideologia gender» funziona da panico morale, in cui si costruisce un nemico immaginario da cui proteggersi e proteggere. Anche il divieto di schwa e asterisco nelle comunicazioni scolastiche rientra in questa logica: togliere a un gruppo le parole con cui si nomina è un modo di negarne l’esistenza. E la negazione dell’esistenza, purtroppo, è un fenomeno ancora presente. Così pochi giorni fa ha perso la vita Mirko Moriconi, ucciso dal padre che sosteneva di «preferire un figlio morto a un figlio gay».
La repulsione verso l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non è altro che la figlia legittima della stessa matrice stigmatizzante. Impedire che si parli di identità, orientamento, consenso e affettività significa preservare l’ignoranza da cui il pregiudizio trae forza. Finché ci sono istituzioni che negano, linguaggi che escludono e politiche che alimentano paura e invisibilità, il bersaglio è ancora ben visibile e la lotta del tutto aperta.
2. Perché il Pride ricorda una rivolta, non è un panel pubblicitario
I moti di Stonewall nascono come rivolta. Il primo Pride, il 28 giugno 1970, era un corteo di sfida. Il valore politico delle sfilate sembra però essersi perso negli ultimi anni. Il Pride è ormai diventato una vetrina per marchi: per anni le multinazionali hanno vestito di arcobaleno il proprio logo ogni giugno, dimenticandosi poi della lotta contro le disuguaglianze scoccata la mezzanotte del nuovo mese – il cosiddetto rainbow washing.
Tra il 2025 e il 2026 l’ipocrisia delle aziende che per anni hanno preso parte ai Pride è stata lampante. Molte aziende, infatti, hanno iniziato a ritirarsi dalle parate e dalle iniziative legate alla comunità. In particolare negli Stati Uniti numerosi organizzatori hanno denunciato una significativa diminuzione di sponsor. Sotto la pressione anti-diversità della nuova amministrazione statunitense, esporsi pubblicamente in questo senso ha iniziato a comportare rischi reputazionali e commerciali.
Il dietro-front di numerosi stakeholder apre ad una questione etica importante: la partecipazione serve a contestare le ingiustizie o a celebrare il consenso? Quando il Pride diventa solo spettacolo e viene svuotato delle sue rivendicazioni politiche, si dimentica perché esiste. I protestanti per le strade newyorkesi nel ’69 marciavano per affermarsi e per vedersi riconosciuti dei diritti, non per vendere magliette arcobaleno. Ricordare le radici del Pride significa riportare alla memoria le sue reali intenzioni. Le feste aziendali le lasciamo ad altre sedi.
3. Perché le conquiste vanno protette
Non bisogna illudersi del fatto che i diritti, una volta acquisiti, restino per sempre. Purtroppo i passi indietro sono un rischio sempre dietro l’angolo. E a volte, senza che ce ne accorgiamo, si concretizza.
Negli Stati Uniti il divieto alle persone trans nell’esercito abrogato con Biden è stato reintrodotto, i fondi per le cure di affermazione di genere sono stati tagliati, il marcatore “X” è sparito dai passaporti. In Ungheria il governo ha di fatto precluso il matrimonio e l’adozione alle coppie dello stesso sesso e impedito alle persone trans di modificare i propri documenti. Esempi diversi, ma che raccontano la stessa idea: che alcuni diritti possono essere negoziabili in base al clima politico del momento. Nel 1969 la comunità LGBTQ+ viveva in una società che considerava normale limitarne la libertà; le conquiste ottenute da del giorno in poi sembravano aver aperto un nuovo capitolo più libero e intriso di speranza; ora, la storia ritorna al punto di partenza.
Ricordare Stonewall significa ricordare che i nostri diritti non ci sono stati concessi, li abbiamo conquistati, e dobbiamo difenderli con la stessa forza e la stessa grinta di chi in quei giorni è sceso in piazza. Ciò che oggi ci appare scontato, domani potrebbe non esserlo.
4. Perché manifestare è un diritto
Stonewall fu un raduno conteso. A quei tempi era lo Stato a decidere chi poteva riunirsi e chi poteva mostrarsi. Oggi manifestare dovrebbe essere un diritto garantito a tutti, ma non sempre la teoria si realizza.
Nel 2025 abbiamo visto la controversia applicata nel cuore dell’Unione Europea. Il governo di Viktor Orbán ha modificato la Costituzione ungherese e approvato una legge che, in nome della “tutela dei minori”, ha vietato il Pride di Budapest, giunto alla sua trentesima edizione. È qui che il popolo si è ribellato: la città ha deciso di sfidare il divieto proprio il 28 giugno, giorno dell’anniversario dei moti di Stonewall, e in piazza sono scese tra le centomila e le duecentomila persone, in una delle più grandi manifestazioni mai viste contro Orbán. La Commissione Europea ha chiesto di revocare il divieto. Trentatré Paesi hanno espresso sostegno; l’Italia, va detto, è tra quelli che negli anni si sono rifiutati di condannare Budapest e, anzi, alcuni esponenti della politica attuale hanno addirittura pensato di seguirne l’esempio.
La lezione è importante: la libertà di riunirsi e di essere visibili è la prima cosa che l’autoritarismo prova a minare. Stonewall ha rigettato la repressione. Budapest anche.
5. Perché Stonewall è la prova che la repressione genera resistenza
L’eterno ritorno, dunque, funziona in entrambi i sensi. Se torna la repressione, torna anche la resistenza. A Budapest la folla ha sfidato il divieto di Orbán. Nel 2023 a Milano diecimila persone sono scese in piazza contro lo stop alle trascrizioni degli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali. E così per le tante faccende che vanno ben oltre la comunità LGBTQ+.
Ogni volta che un gruppo viene marginalizzato, privato di diritti o trasformato in un bersaglio politico, c’è sempre un gruppo di persone che insorge in risposta. È accaduto con i movimenti per i diritti civili, con le lotte femministe, con le manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, con le proteste in difesa dei migranti e dei rifugiati. Le cause sono diverse, la partecipazione è sempre sorprendete: quando una parte della società percepisce un’ingiustizia, l’indignazione si trasforma in strumento. Quando lo Stato si arroga il potere di decidere chi vale di più e chi vale di meno, il problema inizia a riguardare tutti. I diritti di cui godiamo oggi esistono quasi sempre perché qualcuno, prima di noi, ha trovato il coraggio di contestare un’ingiustizia considerata normale.
È ciò che ci ha insegnato Stonewall. I protagonisti di quella notte erano persone normali e rivoluzionari improvvisati, senza sostegni politici o mediatici. Solo un enorme sostegno civico. Erano persone che vivevano oppresse nella paura e che hanno capito che il silenzio non le avrebbe salvate, e hanno deciso di urlare più forte. Ricordarlo ci aiuta a ricordare che il cambiamento viene dal basso, e che insieme si può davvero muovere qualcosa. Nessuno di noi è libero finché non lo siamo tutti.

