Dopo l’accordo bipartisan tra le due esponenti politiche di maggior rilievo nel paese, Meloni e Schlein, il DDL sulla violenza sessuale è stato bloccato in commissione. La riforma aveva come obiettivo principale quello di estendere la definizione del reato di violenza sessuale.
Ad oggi infatti, per definire la violenza sessuale è necessaria coercizione fisica, il ricorso a minacce ed eventualmente l’esercizio di abuso di autorità. Nonostante così strutturata la legge includa già un’ampia fetta delle violenze sessuali commesse in Italia, al momento sono escluse da questo reato tutte le situazioni dove c’è mancanza di consenso, senza necessariamente passare attraverso la coercizione fisica.
L’obiettivo della riforma era dunque quello di ampliare la definizione del reato di violenza sessuale ed introdurre la centralità del consenso all’interno del rapporto.
L’accordo bipartisan e l’inatteso dietrofront
La riforma sembrava aver ottenuto un approvazione unanime ed ampio sostegno da parte di tutte le fazioni politiche. Questo grazie all’inaspettato accordo bipartisan tra la Premier Giorgia Meloni (esponente di Fratelli d’Italia) e la segretaria del PD Elly Schlein, una cooperazione che apparentemente andava a sancire il successo della riforma.
Tuttavia, una volta giunto in Commissione di Giustizia, presieduta dall’avvocata e senatrice della Lega Giulia Bongiorno, l’iter parlamentare ha subito un arresto. A contrastare il passaggio in Senato sono stati prima la Lega, poi Fratelli d’Italia ed infine Forza Italia.
Il pretesto legale e le vere ragioni politiche
A giustificazione del dietrofront, la Lega ha fatto leva su un tecnicismo giuridico affermando che la pena proposta non fosse abbastanza aspra e che dunque fosse necessario un rinvio della riforma.
Infatti, l’ultimo comma della legge prevede una diminuzione della pena (non eccedente a due terzi) per i casi di minore gravità.
Questa clausola tuttavia è comune nella giurisdizione italiana, così come la possibilità di considerare di volta in volta aggravanti ed attenuanti, anche nei reati più efferati come l’omicidio. I partiti di centro-destra (FdI e FI) poi schierati con la Lega in questa presa di posizione, hanno voluto sottolineare la loro intransigenza in materia di giustizia e pene certe.
In realtà però, dietro queste apparenti dinamiche di spirito e amor verso la legalità, sembrano esserci delle motivazioni politiche legate a dei giochi di potere.
Strategie di equilibri politici
La mossa del rinvio infatti, è stata giocata in un contesto di forte tensione post-elettorale. In diverse regioni sono state svolte lo scorso weekend le elezioni, dove Fratelli d’Italia è stato surclassato in ben tre regioni dalla Lega, che invece ha visto i propri consensi raddoppiati.
Questa occasione di parziale vittoria politica ha offerto a Matteo Salvini l’opportunità per rimarcare il peso del suo partito all’interno della coalizione di governo, troppo spesso inombrato dall’aura, apparentemente inarrestabile e fascinosa, della premier Meloni.
Il “no” in Commissione Giustizia si è dunque trasformato in un modo per riaffermare la propria influenza e la propria identità più “a destra” all’interno del Governo. Inoltre, questa mossa ha spinto la premier Meloni a venir meno al già menzionato accordo bipartisan con la Schlein, generando malumori all’interno delle sedi di governo.
Il costo dell’opposizione
Il caso della legge sul consenso non è un’eccezione, ma rappresenta lo specchio di dinamiche quotidiane del nostro governo, fatta di contrasti politici e giochi di potere.
La figura della premier Meloni che ottiene sempre più consensi, sia in Italia che nel mondo intero, rappresenta infatti allo stesso tempo il miglior e peggior alleato per le altre due fazioni del centrodestra, le quali si trovano a dover costantemente riaffermare la propria identità.
Ed è proprio qui che la guerra politica si consuma, su un campo di temi politici sensibili dove a pagarne le spese sono le vittime di violenza che non vedono ancora il proprio diritto alla giustizia riconosciuto.

